Il rasputin di Luxottica

Stefano Cingolani

Ad Agordo c’è un re con sei figli. Ma le chiavi dell’impero ce le ha un mago che sa maneggiare affetti e miliardi

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Lev Tolstòj, “Anna Karenina”


Una grande famiglia del capitalismo americano risolve il garbuglio della successione assicurandosi un pacchetto di azioni dotate di un consistente potere di voto, e lasciando il resto al mercato. In Francia viene aiutata a formare un “nocciolo duro” dalla banca di riferimento e da un ministro delle finanze amico. In Germania mette tutto negli ampi cassetti di una fondazione. In Italia pensa a vendere al miglior offerente, soprattutto se straniero visto che in patria scarseggiano capitali e capitalisti. Poche sono le eccezioni, tra queste la famiglia Agnelli la quale ha trovato in John Elkann l’erede designato che l’ha arricchita più quanto abbia fatto l’Avvocato. Senza un delfino dopo la rottura con il primogenito, con troppe principesse e principini attorno, mentre le cronache raccontano che spunta anche un Rasputin o un Bel Ami a seconda delle preferenze letterarie del narratore, Leonardo Del Vecchio ha cercato una diversa via d’uscita. Il re italiano degli occhiali ha sposato Luxottica, la sua creatura, con la Essilor, regina francesi delle lenti, poi a 85 anni compiuti ha deciso di cominciare una nuova vita nella finanza, negli immobili, nella salute, tre campi sui quali ha gettato i ricchi semi raccolti, e di rimescolare le carte in casa così come in borsa.

 

Nato il 22 maggio 1935, ultimo di quattro fratelli, a nove anni perde il padre, commerciante di frutta emigrato a Milano da Trani. La madre lo affida al collegio dei martinitt, come venivano chiamati gli orfani milanesi ospitati dal XVI secolo nel convento di San Martino. A 15 anni comincia a lavorare in fabbrica, ma la sera frequenta i corsi di disegno e incisione all’accademia di Brera. Si trasferisce in Trentino finché nel 1961 apre una bottega di montature ad Agordo, provincia di Belluno, la chiama Luxottica e farà la fortuna di Leonardo, ma anche dell’intero distretto degli occhiali. Nel 1990 la società viene quotata a Wall Street, cinque anni dopo è la numero uno al mondo nel suo settore. La piramide azionaria ha al vertice la Delfin (acronimo di Del Vecchio finanziaria) con sede a Lussemburgo della quale Leonardo possiede il 25 per cento, che alla sua morte passerà alla moglie Nicoletta Zampillo. Il resto è diviso tra i sei figli: Claudio, Marisa, Paola (dal primo matrimonio con Luciana Nervo), Leonardo Maria (dall’attuale moglie Nicoletta Zampillo che ha sposato nel 1997 e, dopo il divorzio del 2000, di nuovo nel 2010), Luca e Clemente (nati nel 2001 e nel 2004 dalla ex compagna Sabina Grossi).

 

Negli anni Novanta il gruppo era controllato da due finanziarie: la Leonardo che faceva capo al fondatore e deteneva il 56 per cento delle azioni e la Delfin con il 15 per cento nelle mani del primogenito. Restava però incerta la posizione degli altri eredi. Per cambiare l’assetto proprietario, Leonardo Del Vecchio fonde in Delfin le due finanziarie al comando e rafforza così il proprio controllo. Non si sa esattamente a quanto ammonti la sua ricchezza. L’ultima classifica Forbes la stima in 16,1 miliardi di dollari, al secondo posto in Italia dopo Giovanni Ferrero e al 62esimo nel mondo. Le sue partecipazioni azionarie prima della pandemia erano valutabili in 4 miliardi. Non tutto è compreso nella holding. Per esempio lo yacht, il jet privato e una serie di hotel di lusso, palazzi e immobili a Milano, Chamonix e varie parti d’Europa. Una struttura non del tutto trasparente secondo il fisco italiano che ha contestato proprio le finanziarie “esterovestite”, domiciliate in Lussemburgo, a Londra, in Olanda.


Senza un delfino dopo la rottura con il primogenito, Leonardo Del Vecchio ha cercato una via d’uscita diversa dagli Agnelli


 

Claudio sembra l’erede naturale, anche perché si deve a lui la campagna d’America che tra il 1982 e il 1997 ha fatto uscire Luxottica dalla provincia. Ma tra padre e figlio nascono divergenze di fondo tanto che il primogenito decide di andare avanti per proprio conto: acquista la Brooks Brothers, che aveva vestito Abramo Lincoln e Gianni Agnelli, ma non vestiva più i nuovi americani. L’occasione clamorosa arriva subito dopo l’11 settembre. L’attacco di al Qaida alle Torri gemelle ha distrutto anche Brooks Brothers storico marchio d’abbigliamento dell’establishment americano. Il negozio al numero 1 di Church Street è distrutto e Marks & Spencer, la catena inglese di grandi magazzini che lo controllava, decide di vendere tutto. Claudio non si fa scappare l’occasione, paga 225 milioni di dollari in contanti, in parte raccolti vendendo azioni Luxottica, in parte anticipati dal padre che lo incoraggia in questa avventura fuori dall’azienda di famiglia.

 

La Luxottica, intanto, si lancia in un vero shopping (Persol, Ray Ban, Oakly tra gli altri) che espandono il perimetro internazionale. Del Vecchio acquisisce anche la Beni Stabili, storica compagnia immobiliare e la fonde con la francese Foncière des Régions dando vita a Covivo della quale è primo azionista con il 25 per cento. Nel 2007 entra con una quota del 4,9 per cento nel sancta scantorum della finanza italiana che è anche il salvadanaio degli italiani, le Assicurazioni Generali. Quando nel 2004 affida la Luxottica ad Andrea Guerra, sembra scontato che Del Vecchio voglia separare proprietà e gestione: lui a Montecarlo a godersi lo yacht da 62 metri Moneikos e a giocare a risiko con i suoi pacchetti d’azioni eccellenti; ad Agordo, a Milano, in Cina o a New York un manager di professione che dirige 70 mila dipendenti, 60 mila sono fuori dall’Europa, la maggior parte impiegati nella vendita al dettaglio e all’ingrosso. Guerra, figlio di un principe del foro romano, amico fin dai tempi della scuola di Nicola Zingaretti, ha lanciato il gruppo Merloni all’estero prendendo Indesit e sbarcando in Inghilterra. Luxottica mette una marcia in più e compie un secondo salto, dopo quello americano. Entra in Cina, in Turchia, in Messico e si estende a nuovi rami, senza allontanarsi dal tronco principale. Ma il nuovo equilibrio si spezza dieci anni dopo. Secondo alcuni il conflitto scoppia sull’accordo con Google per gli avveniristici occhiali web che si trasformano in un clamoroso e costosissimo flop. La seconda spiegazione è più triviale: Guerra voleva più soldi. Non che guadagnasse poco. In dieci anni ha incassato 65 milioni; del resto, durante la sua gestione il titolo è triplicato (da 13 a 39 euro), mentre i ricavi sono più che raddoppiati (da 3 a 7 miliardi). Una terza scuola di pensiero ha a che fare con la politica. Matteo Renzi non ha mai nascosto la propria stima per Guerra che nominerà suo consigliere strategico a Palazzo Chigi. Del Vecchio, berlusconiano della prima ora, è rimasto vicino al Cavaliere finché, deluso, ha finito per sostenere Beppe Grillo e si è sbilanciato fino ad auspicare un governo tra Pd e pentastellati. Ma c’è anche una quarta pista. Il martinitt del capitalismo italiano ha tenuto in mano il comando da quando la Luxottica era composta da sette operai, tra i quali se stesso e il fratello, più il capofficina Lugi Francavilla da sempre al suo fianco, anche in consiglio di amministrazione come vicepresidente fino al maggio scorso (all’ultima assemblea è stato nominato presidente onorario). Adesso, però, una nuova figura si staglia accanto al vecchio patron.


Del Vecchio vuole diventare il king maker di Piazza Affari, con propaggini fino alla sanità, oppure c’è un disegno più complesso?


 

Le nozze italo-francesi celebrate due anni fa sembrano perfette. Essilor, forte del suo primato tecnologico prende la gestione con un amministratore delegato. Del Vecchio resta principale azionista singolo con il 32,7 per cento e presidente con poteri operativi. Ma comincia subito uno scontro per capire chi è più duro. Del Vecchio ha in mano una quota che vale circa 15 miliardi, ma non gli consente di fare passare con i soci francesi il proprio candidato cioè il suo manager di fiducia Francesco Milleri. Dopo l’esplosione di tutta una serie di tensioni, Del Vecchio e Hubert Sagnieres, rappresentante dell’ala francese, affidano alcuni poteri a Milleri per Luxottica e altri a Laurent Vacherot per Essilor. Fa il suo ingresso così sulla scena internazionale il Rasputin di Agordo, come lo chiamano i malevoli, anche se è nato a Città di Castello, in Umbria, 61 anni fa. Milleri ha ormai in mano le chiavi del regno. E’ stato lo stesso Del Vecchio a sigillare il passaggio di consegne: “Considerata la mia età, ho espressamente voluto che nel contratto sottoscritto con Essilor, sia Francesco Milleri a sostituirmi nel caso io venissi a mancare”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.

 

E’ il culmine di un complesso rapporto tra i due uomini, a lungo vicini di casa, e le rispettive mogli (Nicoletta Zampillo ha grande stima di Milleri), attraverso il quale si sono create le condizioni prima per assegnare un mandato di consulenza e poi per consolidare la fiducia. Il Sole 24 Ore ha ricostruito la scalata ai vertici del gruppo Luxottica. Milleri è proprietario ancor oggi di una società che sviluppa soluzioni e pacchetti applicativi per gli ambienti Sap, la società tedesca di software aziendali. Nel 2007 Luxottica decide di adottare quel sistema gestionale e Leonardo Del Vecchio introduce il consulente a Guerra e ai vertici di Luxottica, suggerendo di affidare un mandato alla società di Milleri (da allora sempre rinnovato) il quale nei sette anni successivi s’impadronisce dell’intera rete industriale: dirigenti, mercati, prodotti, fornitori, clienti, nulla gli sfugge più. Quando Del Vecchio abita a Montecarlo viene informato puntualmente su tutto quel che accade ad Agordo e in giro per il mondo dal solerte consigliere presentato all’esterno come segretario personale. Nel 2014 scoppia il conflitto con Guerra e Milleri non ha dubbi su chi sostenere conquistandosi la fiducia e la riconoscenza di Del Vecchio. Da allora va a prendere a casa il suo mentore, fanno colazione insieme e arrivano intorno alle 9 in Luxottica dove nessuno ha più dubbi su chi sia il vero amministratore. Una settimana dopo le dimissioni di Guerra e la nomina di Enrico Cavatorta alla guida di Luxottica, si dice che Milleri abbia inviato alla prima linea del gruppo l’agenda di tutti i temi che Del Vecchio avrebbe dovuto affrontare nelle settimane successive. A Cavatorta non resta che dimettersi. Meno di un anno dura la gestione di Adil Mehboob-Khan, il tempo di far maturare la svolta. Milleri entra in Luxottica come dirigente; nel marzo del 2016 viene nominato in cda, ad aprile diventa vice presidente e a dicembre 2017 amministratore delegato al posto di Massimo Vian al quale è stata fatta scaldare la poltrona. “E’ Milleri che ha raggiunto l’accordo con Essilor in soli 15 giorni”, ha svelato Del Vecchio al Corriere della Sera. E’ Milleri che amministra la Delfin H che detiene il 18,6% dello Ieo ed è destinata a diventare una fondazione. E’ sempre lui a sostenere (o ispirare?) l’ultima bufera nella finanza italiana?


Il figlio Claudio sembra l’erede naturale, anche perché si deve a lui la campagna d’America che ha fatto uscire Luxottica dalla provincia


 

Nello scorso autunno Unicredit ha lasciato Mediobanca e Vincent Bolloré ha ridimensionato al 6 per cento la sua quota; si è aperto uno spazio riempito da Del Vecchio che ha rivelato di essere il primo azionista con il 9,89 per cento. Adesso vuole salire al 20 per cento e ha chiesto il permesso alla Bce pensando di avere le carte per ottenerlo. Mai dalla sua fondazione nel 1946 la banca di Enrico Cuccia aveva avuto un “patron” tanto dominante, nemmeno quando Gianni Agnelli regnava sul capitalismo italiano. Diventare azionista di riferimento a piazzetta Cuccia significa determinare anche gli equilibri nelle Generali (Mediobanca con il suo 12,86 per cento ha sempre designato i vertici). Oltre a guadagnare, che cosa ha in mente Del Vecchio che ha messo sul piatto un miliardo di euro? Potrebbe accontentarsi della presidenza in piazzetta Cuccia, estendendo la sua influenza sulle Generali i cui profitti contribuiscono per un terzo agli utili della banca d’affari. Ma qui le opinioni si dividono. I più benevoli pensano che Del Vecchio voglia diventare il king maker di piazza Affari, con propaggini che arrivano fino alla sanità oggi strategica più che mai. E proprio lo scontro con Nagel per il controllo dello Ieo ha fatto calare un gelo che non si è mai sciolto. Se è così, avremo un capitalista che investe soldi propri per rafforzare il nocciolo duro della finanza italiana.

 

I più maliziosi sostengono che Del Vecchio intenda riproporre in forme diverse lo schema Essilux, creando un conglomerato in questo caso italo-francese e non franco-italiano con l’aiuto di Jan Pierre Mustier che guida la Unicredit, la banca alla quale si appoggia Del Vecchio non solo in Italia, ma anche in Lussemburgo dove sono domiciliate le tre società che custodiscono le partecipazioni in Mediobanca, cioè la Delfin, Aterno e Dfr Investment. A esse la Unicredit ha ceduto la propria quota in piazzetta Cuccia e ha aperto linee di credito, secondo quanto ha verificato l’agenzia Adnkronos. Mustier ha intenzione di dividere il suo business in una holding a forte vocazione internazionale che controlla le partecipate nazionali; quella italiana sarebbe una tra tante anche se la più grande almeno per ora. E’ la premessa per cercare un’alleanza europea che sembrava a portata di mano con la Société Générale dove Mustier si è fatto le ossa e invece non è decollata. Unicredit è fuori sia da Mediobanca sia da Generali, ma Del Vecchio può diventare l’anello di congiunzione. Gli analisti sono scettici su ipotesi di fusione tra Assicurazioni Generali ed Axa. Il capo azienda Philippe Donnet ha sempre smentito ogni accordo. La compagnia francese vale in borsa 44,5 miliardi di euro, il Leone di Trieste solo 20 miliardi, ma vuole crescere a modo suo: ha appena acquisito il 24,4% della Cattolica assicurazioni diventando l’azionista di riferimento.


Quando nel 2014 scoppia il conflitto con Guerra, Milleri non ha dubbi su chi sostenere, conquistando la fiducia di Del Vecchio 


 

Davvero Del Vecchio è in balìa dell’ambizioso Milleri il quale, però, non ha peso né esperienza nel mondo della finanza? Quanto contano la moglie e il giovane Leonardo Maria che lavora in azienda? In realtà, a fianco dell’ex martinitt c’è qualcuno con una più sofisticata preparazione e ben più vasta relazioni come Vittorio Grilli, ex ministro dell’Economia e direttore generale del Tesoro, che oggi guida le operazioni europee di JP Morgan e, nel caso di un ribaltone, potrebbe prendere in mano Mediobanca o, perché no, le stesse Generali con l’appoggio di Caltagirone, Benetton e De Agostini. In tal caso, saremmo di fronte a una guerra di successione, ma non in Luxottica, bensì in quel che resta del capitalismo italiano.

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