Agenda Del Vecchio

Stefano Cingolani

Non centauro, non più paguro, troppo piccola per sfidare i lupi di Wall Street. Che senso ha Mediobanca?

Roma. Un centauro come l’aveva definita Enrico Cuccia? Semmai un paguro: Bernardo l’eremita vive in una conchiglia altrui, Mediobanca si protegge grazie alle Assicurazioni Generali. La battuta che circola in Borsa fa venire l’orticaria ad Alberto Nagel e Renato Pagliaro, amministratore delegato e presidente della banca d’affari. Centauro, ma con il corpo pubblico e la testa privata. Prima a guardia degli equilibri tra stato e capitale, poi sempre più lord protettore delle grandi famiglie, negli anni 90 Cuccia si era trovato con le spalle al muro: l’eclisse del capitalismo storico (Olivetti, Pirelli, Pesenti, Fiat, Lucchini, Merloni, Orlando), il contrasto con gli Agnelli, i colossi americani (Goldman Sachs, Merrill Lynch, Lehman) protagonisti delle privatizzazioni, l’ostilità politica a cominciare da Romano Prodi, tutto giocava contro Mediobanca. 

  

La morte di Cuccia nel 2000 scatenò una lunga guerra nella finanza italiana. “Una congiura” la definì Vincenzo Maranghi, l’erede designato costretto alle dimissioni nel 2003, con tanto di calata dello straniero: Vincent Bolloré, allora vicino a Silvio Berlusconi e oggi suo acerrimo avversario, divenne primo azionista privato, sostenuto dal presidente delle Generali Antoine Bernheim partner della Lazard, l’amica francese. La storica relazione tra Mediobanca e il Leone di Trieste è diventata a quel punto uno sposalizio morganatico. Oggi più che mai, chi vuole controllare la cassaforte del risparmio italiano, deve aprire il caveau di Piazzetta Cuccia nel quale è custodito un pacchetto azionario del 12,9 per cento, con il diritto consuetudinario di scegliere il capo azienda e la plancia di comando.

 

Sotto la guida di Nagel e Pagliaro, che dura da 17 anni, Mediobanca è stata trasformata in una piattaforma finanziaria, con una banca ordinaria (CheBanca!), una società specializzata in credito al consumo (Compass), una divisione che gestisce i patrimoni dei clienti, infine le partecipazioni azionarie tra le quali domina la quota di controllo delle Generali. “Mediobanca non tiene più le chiavi dell’economia italiana”, spiega Salvatore Bragantini. “Oggi è banca d’investimento e agisce sui mercati dei capitali, ma margini e valori vengono soprattutto dalle Generali (controllata di fatto) e da CheBanca! e Compass, operanti in tandem: la raccolta della prima finanzia il redditizio credito al consumo della seconda”. Prendiamo gli ultimi risultati influenzati solo in parte dal lockdown. I dati sui nove mesi conclusi a febbraio mostrano che la divisione principal investing in cui, sostanzialmente, confluisce la quota nelle Generali ha concorso per 225,3 milioni di euro (+2 per cento sullo scorso esercizio) ai 552 milioni di utile (-11,8 per cento). A confronto con questo “tesoretto”, vediamo che la divisione credito al consumo ha fruttato 247,9 milioni (-3 per cento); l’attività banca di investimento, crollata del 25 per cento, ha dato 155,2 milioni e la gestione dei patrimoni 66,5 milioni (+18,6 per cento). Stabili i ricavi a 1,9 miliardi di euro (-1 per cento). Lo squilibrio interno, dunque, è aumentato anche se la banca continua a remunerare i suoi soci, a cominciare da Leonardo Del Vecchio, balzato al primo posto dopo aver acquistato gran parte della quota venduta dalla Unicredit, e intenzionato ad arrivare al 20 per cento.

   

Che cosa voglia il patron della Luxottica, tempestosamente maritata con la francese Essilor, non è chiaro né al mercato né alla Bce alla quale ha chiesto il via libera. In autunno, quando ha cominciato la sua scalata, ha criticato la strategia di Nagel, poi ha smorzato i toni, ma la ruggine resta. Pomo della discordia lo Ieo, l’istituto oncologico fondato da Cuccia e Umberto Veronesi. Del Vecchio, sostenuto da Unicredit, nel luglio 2018 aveva offerto mezzo miliardo, Mediobanca, che possiede il 25 per cento, lo ha rifiutato. A quel punto è scattata una reazione a catena. Nagel non può reggere l’urto con l’uomo più ricco d’Italia accreditato di 20 miliardi di euro, così ha allargato la rete di alleanze a Carlo Messina che guida Intesa Sanpaolo (un rapporto inatteso dopo i contrasti del 2017 quando Intesa voleva entrare in Generali) e ha rafforzato il legame con la Unipol di Carlo Cimbri, che risale al 2013 quando la compagnia delle cooperative ha acquistato la Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti il cui fallimento aveva lasciato Mediobanca esposta per circa un miliardo di euro. L’esito dello scontro con Del Vecchio è fondamentale per gli equilibri del potere economico e per il futuro della creatura di Cuccia. Non centauro, non più paguro, troppo piccola per sfidare i lupi di Wall Street, dovrà trovare una nuova raison d’être.

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