Fermi con l'ecobonus

Carlo Stagnaro e Edoardo Zanchini

No: non si può affidare l’efficienza energetica all’improvvisazione. Più che soldi, servono regole migliori

Non solo gli edifici vanno ristrutturati per renderli più efficienti: a volte anche le leggi. E’ il caso dell’ecobonus, il complesso sistema di detrazioni per gli interventi di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio che, nel decreto rilancio, vede la propria aliquota massima crescere addirittura fino al 110 per cento. L’idea dei ministri Riccardo Fraccaro e Stefano Patuanelli sembra essere che, se finora i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative, la ragione vada cercata nella scarsità delle risorse: per questo, occorre spendere di più. La nostra tesi è, invece, che ci sono altri e più importanti ostacoli da rimuovere, che solo in parte richiedono l’utilizzo della leva finanziaria.

 

La domanda che dobbiamo porci è: perché, pur avendo gli incentivi più generosi d’Europa ormai da più di un decennio, gli investimenti non decollano? Eppure, molti interventi si ripagano da soli nel giro di pochi anni attraverso i minori consumi degli edifici, quindi dovrebbe essere nell’interesse dei proprietari (famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni) migliorarne le prestazioni. Per rispondere, bisogna abbattere tre totem: la burocrazia, la misurazione degli effetti e il conservatorismo.

 

Partiamo dalla burocrazia. Le procedure di approvazione sono lunghe e farraginose, l’iter è costellato di oneri e adempimenti formali e le assemblee condominiali si rivelano troppo spesso un cimitero delle buone intenzioni. Regalare soldi può aiutare a superare alcuni scogli, ma la strada rimane stretta e tortuosa: occorre modificare le norme sottostanti, anzitutto qualificando come manutenzione ordinaria gli interventi di riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, comprese le opere di isolamento termico delle facciate e delle coperture, che non modificano le parti strutturali degli edifici. Idem quando si fanno interventi più complessi sulle pareti, riqualificando gli alloggi e creando balconi, schermature o serre solari senza aumenti delle cubature. Infine – e qui sì che i soldi sarebbero ben spesi – tutte queste opere vanno esentate dagli oneri, anche quando riguardano le parti strutturali degli edifici e modificano le facciate. Contestualmente, bisogna prevedere che, per dare il via libera ai lavori, sia sufficiente la maggioranza delle quote millesimali in assemblea.

 

In tal modo, si potrebbe ampliare enormemente il numero di interventi concretamente realizzabili. Occorre, allora, diventare più selettivi sulla tipologia di lavori incentivabili (per prevenire sprechi di denaro pubblico) e contemporaneamente rimuovere gli ostacoli finanziari per chi non può permettersi di sostenerne il costo (per garantire equità distributiva). Oggi l’ecobonus (inclusa la versione al 110 per cento) si applica a qualunque operazione che produca un salto di almeno due classi energetiche: non basta, specie se si considera che gran parte del patrimonio edilizio italiano si trova in classe G (e quindi potrebbe beneficiare dell’integrale sostegno pubblico anche solo arrivando in classe E). Al contrario, l’entità dell’incentivo andrebbe resa proporzionale al miglioramento prestazionale, magari con un tasso base (per esempio, 50 per cento) incrementato in caso di interventi più profondi. E che fare con gli incapienti o l’edilizia popolare? La cedibilità del credito d’imposta non è sufficiente, specie in un anno come questo in cui ben poche imprese o istituzioni finanziarie chiuderanno con uno spazio di bilancio tale da rendere interessante acquistarlo.

 

Si potrebbe, al contrario, sostituire una parte dell’incentivo con una garanzia statale sui prestiti bancari, in modo da costruire schemi di finanziamento di durata comparabile al tempo di rientro dell’investimento, rate pari ai risparmi energetici ottenibili e tassi agevolati in base al reddito Isee. Si avrebbero gli stessi risultati del 110 per cento ma a costi molto minori per lo stato.

 

Infine, dobbiamo chiederci: la ristrutturazione è sempre e comunque la via maestra per ridurre i consumi energetici degli edifici? Nel momento in cui lo stato mette a disposizione risorse così rilevanti per una riqualificazione che ha obiettivi energetici e statici, bisogna capire se abbia senso intervenire sugli edifici esistenti o invece non sia meglio demolirli e ricostruirli. In particolare per gli immobili costruiti dal 1950 a oggi, qualora non si riesca ad arrivare a risultati di sicurezza o riduzione dei consumi energetici adeguati, si dovrebbe poter accedere ad incentivi analoghi per la demolizione e ricostruzione. La ragione sta nel fatto che per le nuove costruzioni gli standard previsti dalle leggi sono di gran lunga più elevati. Anche qui c’è, però, un tema di semplificazione: questo genere di operazioni perfino per edifici brutti e degradati deve superare un percorso a ostacoli fatto di norme urbanistiche, soprintendenze, vincoli e quant’altro. Per ammodernare lo stock abitativo italiano bisogna avere il coraggio di mettere in discussione il passato, senza coltivare la religione del “non si può spostare neppure un mattone”.

 

In sintesi, l’efficienza energetica è un obiettivo troppo importante per lasciarlo all’improvvisazione. Mettendo mano alle regole, oltre che ai soldi, si può spendere meglio spendendo meno.

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