Numeri, numeri, numeri. Un giorno “normale” nell'Italia del Covid-19

Andrea Panzironi

I conti delle bollette da pagare, la partita Iva, il codice fiscale e quello di richiesta della domanda, il call center dell'Inps. Un venerdì (17) al telefono inseguendo il bonus da 600 euro

“Si prega di rimanere in linea per non perdere la priorità acquisita” , così ti dice la voce registrata dal call center dell’Inps e ti senti un privilegiato. Hai una priorità acquisita, finalmente!

Giorni fa, non ricordo bene neanche più quando, ho inoltrato anch’io, come milioni di altri italiani denominati con partita Iva numero etc. etc., annichiliti dall’emergenza coronavirus, la domanda per ricevere, entro e non oltre venerdì 17 (ironia macabra di un sorte già infausta di suo) i famigerati 600 euro.

 

Venerdì 17 è arrivato, le bollette di luce e gas arrivate anch'esse, il condominio pure e l’affitto sta per farlo. Bene! Penso, ora arriva anche il contributo straordinario Covid-19, entro e non oltre il tramonto di questo giorno maledetto, ha declamato il governo. Quindi rimettendo in ordine le idee, i dubbi e i sentimenti, mi tranquillizzo. Rifaccio i conti e visualizzo. Venerdì 17 eccolo qui, le bollette eccole lì, i pagamenti da fare li metto qui, il Covid fa 19 e adesso tocca ai 600, euro. E invece…niente. Nessun sms, nessuna e-mail, niente di niente. Faccio quindi un altro bel numero (ah, se non ci fossero stati gli arabi a insegnarci i numeri che fine avremmo fatto?), quello del call center Inps e mi metto in attesa.

 

Dopo tutto ho acquisito una priorità! E non è poco in questi tempi grami. La voce registrata si blocca all’improvviso, quando ormai le palpebre stavano cedendo sotto i colpi cadenzati ed implacabili dell’avviso di priorità. Mi ridesto, sollevo la schiena e drizzo le antenne pronto ad ascoltare cosa avrà da dirmi l’operatore numero 19 38 (ah benedetti numeri!). L’operatrice ha un tono di voce calmo, tranquillizzante, soffice. Quasi vorrei dirle, come va? Che aria tira dalle sue parti? E i bimbi? Si lamentano?  Ma l'operatrice, addestrata all’uopo, mi sferza: “Pronto, dica! Non la sento !”. Oddio! La priorità acquisita! Non vorrò certo lasciarmela sfuggire ! Mi riprendo e balbettò: “Sì, no, eccomi, sscus, il vivavoce, sa….allora…vorrei sapere lo stato della mia domanda per il contributo straordinario Covid…”. Sto per dire il numero, ma lei gentile me lo risparmia. Gioca d'anticipo e mi chiede immediatamente il codice fiscale. Ah, bene….finalmente aggiungiamo delle lettere a questa sfilza di numeri. Le detto il codice fiscale. L’operatrice pronuncia il mio nome, quasi mi volto come se qualcuno mi chiamasse da fuori. “Sì? Dica”, faccio.

 

L’operatrice continua invitandomi a enunciare un altro numero, quello del codice di richiesta della domanda. Ce l'ho, eccolo qua! Me lo sono preparato prima, sorrido mentalmente. Lo pronuncio, sono sette numeri, altri numeri, e vai! Penso che ci siamo. Lei con voce ferma mi invita a rimanere in attesa, eppure sono abituato, ce la posso fare. Attendo. Nell’attesa penso che nonostante il venerdì 17 sono stato fortunato. Altro che scaramanzia. Vuoi vedere che…Passano attimi di batticuore e speranze, rivedo come nel flashback di chi sta per morire i pezzi salienti della mia vita. Cerco una sigaretta, ma non la trovo. Non mi sposto di un millimetro, timoroso di perdere il segnale di campo. Sia mai! Faccio finta di fumare mordendomi il labbro inferiore. Attimi, secondi, ticchettii nella mente. Sudore freddo condensato in due gocce che scorrono sulla schiena…

“Signor Panzironi!”, esclama l’operatrice, sto per voltarmi ancora. “Mi ascolta?”, la sua voce si fa perentoria credendo di avermi perso. “Si, ci sono….”, dico tossendo. “Il sistema non mi fa visualizzare lo stato della sua domanda, ci dobbiamo risentire la settimana prossima, mi spiace”, cerca di concludere. Forse un trombo di sangue si è staccato da un'arteria del mio collo, sento una fitta sotto l'orecchio destro, quello che tengo appiccicato a ventosa allo smartphone, per non perdermi una parola. In un attimo ritorno bambino, non so mettere in fila due parole. Non credo però di aver mai sofferto di balbuzie o dislessie varie, o forse non mi sono mai state diagnosticate. Fatto sta che resto lì, muto, come nell’incubo quando cerchi di gridare con tutte le tue forze ma niente, neppure un gemito esce dalla tua bocca secca.

 

Forse l’operatrice coglie il mio disagio, torna umana. “Tutto ok?… Guardi, niente di grave… succede. Ma stia tranquillo, vedrà tutto andrà bene!”, cerca di risollevarsi e io visualizzo lo striscione con l’arcobaleno e le nuvolette dipinto dai miei figli, giusto all’inizio di questa inesauribile quarantena. “Sì, certo, richiamo settimana prossima, grazie e buon lavoro”, concludo con uno scatto di dignità e orgoglio. La mia voce è tornata, gioisco dentro di me e il trombo sembra essersi sciolto. Nessun dolore in petto, nessuna vertigine, nessun mancamento. Sono un uomo, un italiano, un italiano vero! Esclamo interiormente. Saprò andare avanti, arrangiarmi, ridere tra un po’ (quanto po’ si vedrà) di tutto ciò. Termino la telefonata. Finalmente posso prendere una sigaretta. Che bello saper fumare, penso. Che bello.

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