Alberto Bagnai e il vittimismo accademico come arma contro i colleghi

Luciano Capone

“Se la prendono con me perché sono piccolo e no euro”. L’ultimo bersaglio è Loriana Pelizzon, economista all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Roma. “I lupi si annunciano sempre belando”, scriveva qualche giorno fa Guido Vitiello sul Foglio, analizzando un nuovo fenomeno in voga in questo periodo – imprevedibile sino poco tempo fa – che è l’uso strumentale della cultura del piagnisteo da parte di chi si autodefinisce “politicamente scorretto”. La novità, rispetto a quando era una prerogativa esclusiva del “politicamente corretto”, è che ora il vittimismo del “politicamente scorretto” aggiunge una certa dose di risentimento. Un esempio di questa deriva è la figura di Alberto Bagnai, vate del movimento no euro (anche se non si sa se lavori ancora per la rottura dell’unione monetaria oppure, una volta al governo, sia invece diventato una specie di katéchon dell’euro break-up). Il senatore della Lega e professore associato all’Università di Chieti-Pescara è convinto che la sua carriera di economista sia stata in un certo qual modo stoppata o frenata dai bocconiani, dai liberisti, dal mainstream o chissà da chi altro per motivazioni politico-ideologiche, in sostanza per la sua battaglia contro la moneta unica. A questa sorta di autocommiserazione, Bagnai aggiunge un tocco di rancore (e violenza verbale) nei confronti dei colleghi che non hanno una buona considerazione di lui, arrivando a macabre evocazioni come quando aveva annunciato la preparazione di un “cappottino di abete” per l’economista della Bocconi Tommaso Monacelli.

 

L’ultimo bersaglio di Bagnai è Loriana Pelizzon, economista all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che da qualche giorno ha iniziato a subire offese sui social network in seguito a un tweet del senatore leghista che l’ha messa all’indice.

 

 

La Pelizzon era intervenuta a un incontro della Banca d’Italia dicendo che “è difficile raccontare ai giovani come fosse vivere senza l’euro. Occorre rendersi conto di quanto sia fondamentale una moneta unica che azzera il rischio di cambio e consente di beneficiare della serietà di politiche fiscali di altri paesi”. Una frase condivisa da gran parte degli economisti, che invece per Bagnai è la prova di un’ostilità nei suoi confronti: “Sarete sorpresi di scoprire che questa è una dei due che mi hanno votato contro all’Asn”, ha twittato ai suoi seguaci. Bagnai fa riferimento all’Abilitazione scientifica nazionale che, nel 2017, all’età di 55 anni, gli ha dato l’abilitazione di ordinario con tre voti su cinque. E in effetti la Pelizzon è una dei due commissari che hanno espresso parere negativo all’abilitazione del professore pescarese perché “le pubblicazioni non presentano un livello qualitativo sufficiente per l’abilitazione alla prima fascia”. E questo non perché l’economista sovranista avesse un curriculum non brillante ma, sostiene Bagnai, per motivi ideologici: “Se la prendono con me perché sono piccolo e no euro”, si potrebbe dire parafrasando Calimero.

 

L’attacco al giudizio di un commissario è poco elegante e sembra sempre autoindulgente – ricorda il comportamento degli studenti che si lamentano dei brutti voti dei professori (sarà capitato a Bagnai di bocciare studenti pro euro) – ma diventa intollerabile se a farlo è un senatore della Repubblica.

 

Da questo modo di fare, che rischia di diventare intimidatorio, dovrebbero dissociarsi magari pubblicamente proprio i commissari che l’hanno promosso. Perché, spostando la discussione dal terreno scientifico a quello politico, Bagnai mette in dubbio anche la correttezza del giudizio dei tre commissari che hanno espresso un parere favorevole sulla sua abilitazione. Se chi ha votato contro Bagnai l’ha fatto perché ostile alle sue convinzioni ideologiche, allora chi ha votato a suo favore l’avrà fatto perché ha idee politiche affini? L’affermazione di Bagnai rischia di ritorcersi contro di lui. Perché non esistono indizi del fatto che la professoressa Pelizzon abbia mai espresso giudizi contro Bagnai e le sue idee. Mentre un commissario che con il suo parere favorevole è stato determinante nel far ottenere l’abilitazione a Bagnai (passato per un pelo, con tre voti su cinque) è Giuseppe Travaglini, che all’epoca del giudizio era membro del comitato scientifico dell’associazione Asimmetrie, fondata e presieduta dallo stesso Bagnai e di cui fanno parte diversi esponenti politici del governo gialloverde. L’accusa rivolta ai commissari di giudicare secondo criteri politici e non scientifici rimane sciattamente indimostrata, niente più che una malevola e vittimistica congettura. Ma se avesse ragione, se cioè il criterio di giudizio fosse davvero ideologico, Bagnai non avrebbe dimostrato l’ostilità dell’accademia nei suoi confronti ma la motivazione “politica” alla base della sua abilitazione come ordinario. In ogni caso, da economista prima che da politico, non ci fa una bella figura.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali