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Il vaniloquio sulla democrazia spiegato ai grillozzi da Vodafone

Rompere i monopoli cari ai benecomunisti si chiama concorrenza. Smettere di parlare di cittadini e rivolgersi ai consumatori

12 Maggio 2018 alle 06:00

Il vaniloquio sulla democrazia spiegato ai grillozzi da Vodafone

Un uomo telefona davanti allo stand di Vodafone al Mobile World Congress

Roma. L’acquisto da parte di Vodafone, colosso inglese delle telecomunicazioni, degli asset dell’americana Liberty Global in Germania, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria, è “un rischio per la democrazia”, come protesta Tim Hoettges, ad di Deutsche Telekom (Dt)? Oppure il capo del semimonopolista tedesco dà voce al riflesso pavloviano delle aziende pubbliche ed ex pubbliche di vario livello europee, quando vedono profilarsi un avversario di mercato, dotato di capitali propri: contrabbandare per bene comune il desiderio di non avere concorrenti?

    

Dt è una storia specularmente capovolta a quella di Tim. Il gruppo ha ancora per maggiore azionista con il 32 per cento lo stato, direttamente e attraverso la Kfw, equivalente della Cassa depositi e prestiti. Nella ex incumbent italiana il Tesoro è appena rientrato sempre con la Cdp, schierandosi con il fondo americano Elliott per ribaltare la governance dei privati francesi di Vivendi, maggiori azionisti singoli. E anche qui è stato tirato in ballo l’interesse nazionale, cioè la necessità di sottrarre agli uomini di Vincent Bolloré il controllo della rete a banda ultralarga. Sennonché Elliott ha annunciato ora che potrebbe capitalizzare e andarsene, e dunque il Tesoro dovrà o trovare altri alleati patrioti, oppure ripassare la meno. Nel frattempo bisognerà istituire in Tim il golden power, o la golden share, il potere d’interdizione governativo a tutela di beni strategici: bisogna però che la “share”, l’azione, sia pubblica, e la Cdp è fuori dal perimetro del debito nazionale.

 

Ecco un dossier ideale per il futuro governo sovranista 5stelle-Lega. La realtà in Germania è che Dt non ha finora fatto gli investimenti necessari per contribuire alla trasformazione del paese in Gigabit society, annunciata dal governo e necessaria sia all’intrattenimento con i nuovi media sia alla modernizzazione industriale. Vodafone è avanti, con più capitali e meno lacci burocratici. Egualmente in Italia la rete ottica era stata affidata dal governo di Matteo Renzi a Enel-Open Fiber, sempre con dentro la Cdp, “per le aree a fallimento di mercato”, cioè dove non fosse conveniente per i privati: l’asimmetria classica della concorrenza. Poi la Tim a gestione Vivendi è stata accusata di non investire nella fibra: da qui l’urgenza di scalzare i francesi e fondere rete pubblica e privata. Sennonché la rete Tim è più avanti di quella Enel (5 miliardi di investimenti contro 3,9, copertura al 95 per cento entro il 2019 contro l’85 nel 2020) e dunque il panorama si è ingarbugliato, e quella appena ottenuta potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. Capita appunto quando si mescolano mercato, concorrenza e slogan “benecomunisti”. Fatte tutte le proporzioni, non è molto diverso da ciò che avviene nell’Atac capitolina. Che il trasporto pubblico a Roma come ovunque sia una priorità strategica è ovvio; che il bene comune si identifichi negli scassati autobus con costante propensione a esplodere, nella rete metropolitana più piccola d’Europa, negli scioperi (fine)settimanali, e che sia impossibile perfino mettere il servizio a gara, lo crede solo Virginia Raggi.

   

D’altra parte il verbo nazionalista contagerà presto anche Alitalia, sempre by Di Maio-Salvini. Questo dogma si completa con l’altra parola magica “cittadini”. Se li chiamassimo invece consumatori o contribuenti tutto apparirebbe sotto un’altra luce. E scopriremmo che sì, la telefonia di stato era all’avanguardia tecnologica, ma con le bollette più care d’Europa e attese sovietiche per ottenere una linea. Che l’Alitalia era glamour, ma la sua rotta di punta Milano-Roma era la tratta singola più cara del mondo. Che l’Atac di oggi tra deficit cumulati e perdite pregresse sia costata in 15 anni 9 miliardi: cioè 3 mila euro per ogni residente a Roma, neonati compresi e anche senza prendere un solo bus. E anche questo è un record, del bene comune.

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