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Col listino per grandi brand, Borsa è meno bancocentrica

E' la primavera del manufacturing. La politica non fermerà i mercati, dice Tamburi

19 Dicembre 2017 alle 14:32

Col listino per grandi brand, Borsa è meno bancocentrica

Foto LaPresse

Roma. Ma quanto è sgraziata l’azienda Italia vista dietro lo sportello delle banche o lo specchio dei Bot? Addirittura si consuma il sorpasso dei titoli portoghesi a danno della carta italiana, la più rischiosa d’Europa (Grecia, per ora, a parte). E che dire delle banche? A un anno dal fallito aumento di capitale di Monte dei Paschi, la banca senese (di stato) non trova pace, come dimostra l’infortunio di Alessandro Falciai, costretto da un’indagine della magistratura rinunciare al rinnovo della presidenza. Oggi, poi, ci sarà bagarre in Valtellina, profondo nord, all’assemblea del Creval, in ordine di tempo l’ultima emergenza (per ora) in arrivo dalle banche.

     

Ma quant’è bella, però, l’Italia Spa, quella “del fare” e dei brand, quella che sta battendo alla grande gli allarmi che precedono una stagione elettorale calda. “Sono le solite sciocchezze”, liquida secco Giovanni Tamburi, il finanziere alla guida di Tip che ha fatto dell’ottimismo della ragione la regola maestra per muoversi in Italia. “Nelle riunioni dei cda di cui faccio parte – racconta – in queste settimane non si fa che parlare di ripresa e della necessità di investire per non perdere l’appuntamento con la domanda internazionale che sta crescendo”. I numeri confermano la sensazione del finanziere: l’export continua a crescere a doppia cifra (più 11,3 per cento), a partire dal mercato americano (più 17 per cento). E la Borsa prende atto di questa primavera del manufacturing, largamente imprevista dai più. “Potremmo essere il miglior mercato d’Europa o comunque nelle prime due o tre posizioni”, ha esultato ieri l’ad di Borsa Italiana, Raffaele Jerusalmi, in occasione del lancio dell’indice Ftse Italian Brands, una novità messa a punto per soddisfare la richiesta degli investitori stranieri, affamati di buoni affari in Italia: sono oltre 7.400 i fondi facenti capo a 1.600 case di investimento da tutti i continenti e da oltre 45 paesi che investono nei titoli quotati a Milano, continuamente in cerca di nuove opportunità di investimento. Il fenomeno investe il listino principale, in crescita del 17 per cento abbondante, assai di più lo Star, l’indice delle medie imprese che si sottopongono a requisiti più severi: addirittura il 39 per cento, sopra anche all’indice Aim, quello dedicati alle matricole che rispondono a regole più elastiche, irrobustite quest’anno dal boom dei Pir, i piani di investimento finalmente introdotti quest’anno anche in Italia (vent’anni dopo la Francia, per intenderci). “Una grande occasione che deve ancora scaricare buona parte dei suoi effetti sul mercato – dice Tamburi – perché i gestori, saggiamente, hanno dosato gli acquisti in Borsa. Ora il listino non può che crescere, sia in quantità sia in qualità. Così come i prezzi, che restano il vero richiamo agli imprenditori perché scelgano la strada della quotazione”. Concorda Jerusalmi: “Il 2018 sarà altrettanto positivo se non di più”. E per quanto riguarda i Pir il manager di Piazza Affari dice: “E’ un intervento che dà anche maggiore stabilità alla nostra Borsa, dove 95 investimenti su cento provenivano da investitori esteri e solo cinque da investitori italiani, contro una media nei paesi sviluppati di investimenti domestici attorno al 30 per cento, senza considerare Stati Uniti e Londra, dove gli investitori domestici rappresentano oltre il 50 per cento. Speriamo che l’iniziativa del governo crei un flusso stabile di investimenti domestici”. “Ma già oggi – continua Jerusalmi – siamo al primo posto in Europa, alle spalle di Londra, per numero di operazioni e anche per quantità grazie alla quotazione di Pirelli”. C’è qualcosa di strano in questa euforia che sale, nonostante si avvicinino le elezioni? “Non credo che la politica conti molto – risponde Tamburi – Abbiamo preso atto quest’anno che l’economia è così forte da poter digerire la Brexit o altri fenomeni a prima vista epocali senza grossi contraccolpi. Non penso che le elezioni possano incidere più di tanto. Anche se può provocare grossi danni se non trova una soluzione per l’Ilva, probabilmente la partita più importante per il futuro industriale del paese”. I problemi non mancheranno, ma ci vorrà altro per domare gli spiriti animali del quarto capitalismo, quello che, in barba alle profezie sul declino italiano, sta conquistando posizioni impensabili, sfruttando il propellente di Industria 4.0. Che dire dei 150 imprenditori, da Guzzini a D’Amico, passando Remo Ruffini di Moncler, che fanno parte del salotto di Tamburi Investment Partner? O di Prysmian che, senza bussare a ministeri o piani pubblici ha conquistato una leadership mondiale in un settore strategico, quale i cablaggi in fibra ottica? Una formula che, nata in casa Tip, sta conquistando proseliti: dal progetto Epic di Mediobanca che coinvolge famiglie di imprenditori clienti di piazzetta Cuccia per acquisire partecipazioni in aziende di medie dimensioni del made in Italy a Mittel fino ad Exor, così come intende farla evolvere John Philip Elkann.

   

Tutto bene, forse troppo. Pare quasi che si stia alzando un muro tra le due “Italie”: quella più vicina al sistema pubblico, ivi comprese le banche che, al di là dei casi di crisi, sono imprese sottoposti a regole e controlli che riducono di molto la libertà d’azione delle imprese. E l’altra, quella che, come Tip, sta alla larga dalle aziende di credito ma conta sette investimenti nelle start up del Fintech, l’alternativa digitale al mondo della finanza tradizionale.

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