Guerra aerea transatlantica

Qual è lo spazio italiano nell’offensiva geoeconomica di Airbus su Boeing

Guerra aerea transatlantica

Foto LaPresse

L’ordine da 50 miliardi di dollari per 430 Airbus del fondo americano Indigo Partners, che noleggia a compagnie low cost, è l’ennesimo round della guerra con Boeing. Dal 2010 gli europei hanno piazzato 8.319 velivoli e 7.564 gli americani. Ma mentre Boeing ha pubblicato un bilancio trimestrale in utile di 1,85 miliardi di dollari, Airbus ha comunicato utili semestrali di 1,5 miliardi di euro, in calo del 17 per cento, per le scarse vendite dell’aereo di punta, l’A380 a due piani, per il quale l’ad tedesco Tom Enders annuncia tagli di produzione fino a otto esemplari l’anno, un terzo del previsto. Né per Airbus i successi commerciali, legati al settore civile, si sono mai accompagnati a quelli finanziari né alla chiarezza di governance dell’azionariato franco-tedesco, con la Spagna in minoranza, e controllo pubblico.

 

Dopo che l’inglese Bae Systems ha ceduto il suo 20 per cento forti pressioni sono state esercitate sulla ex Finmeccanica, oggi Leonardo, perché si unisca alla compagnia. L’azienda italiana ha retto grazie alle alleanze con Lockheed Martin (il caccia F-35) e Boeing per le componenti del B787 Dreamliner, ultimo grande aereo civile uscito da Seattle. Ma i tagli agli ordini di F-35, il contenzioso sulla qualità dei pezzi del Boeing 787 chiuso con una penale a carico di Leonardo, e ora i progetti di difesa europei, mettono Leonardo di fronte a scelte ardue. Il Dreamliner è il suo maggior progetto aerospaziale ma come per l’F-35 il ruolo è di fornitore con occhio all’occupazione. Entrare in Airbus significherebbe diventare azionisti in casa altrui, e cambiare fronte. Per l’ad Alessandro Profumo, che ha annunciato utili in forte calo, si prepara un piano industriale non facile.

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