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Consob, Bankitalia e Parkinson. L'equivoco dei corpi dello stato

Ognuno vuole uno scanno per ordinare, un potere da esercitare, notizie riservate da custodire. Soprattutto nel settore pubblico e da noi. Frustrando le aspettative del cittadino per una burocrazia efficiente

16 Novembre 2017 alle 12:03

Consob, Bankitalia e Parkinson. L'equivoco dei corpi dello stato

La sede della Banca d'Italia a Roma (foto LaPresse)

Le “frizioni” rilevabili dalle audizioni innanzi alla commissione Bicamerale d’inchiesta sulla crisi del credito possono essere sintomo di più ampie e diffuse anomalie di sistema? Come riportato ieri dal Foglio, in commissione si discutono alcune riforme delle autorità. Nelle audizioni, Consob lamenta di aver ottenuto, solo dopo anni, informazioni sensibili per i propri provvedimenti; Bankitalia asserisce di avere fatto il suo dovere, perché pose nelle condizioni di agire chi omise approfondimenti e richiesta di intervento. Segnalato pure un deficit nei loro protocolli di collaborazione. Nei suddetti protocolli, in genere, le “zone grigie” sono una costante o quasi. In essi, non viene esattamente e non adeguatamente previsto il modo per dare esaustiva attuazione agli obiettivi per cui vengono redatti e, solo di rado, compiutamente rispettate le altrui esigenze, competenze e, come il caso appena ricordato ammonisce, assunte tempestive, coordinate e convergenti iniziative.

 

Ricorrenti le disfunzioni lamentate delle strutture dello stato e degli enti che compongono la sua vasta e complessa macchina, per carenza di circolazione di dati e notizie all’interno di principali corpi di essa che, per parte sua, continua a crescere e ad espandersi. Nel settore privato (banche e imprese in genere) l’avvento della tecnologia ha dato luogo a riorganizzazioni interne e recuperi di efficienza, con esuberi di personale. Perché nel pubblico non si è ancora fatto altrettanto? Perniciosi i mali del sistema: dimensione vistosa degli apparati, che non interagiscono, loro inerzia, eccetera.

 

Persistente il difetto di comunicazione e, con esso, la gelosa custodia dei dati, specie se frutto di laboriose investigazioni, causa l’autoreferenzialità, l’idea che si ha dell’importanza, e dello spessore, del ruolo ricoperto. Indebita, viene ritenuta, l’informazione che si è costretti a “fornire” ad altra amministrazione e/o ad altra struttura. Il tutto perché l’apparato che riceve le informazioni è posto nelle condizioni di accampare meriti solo perché abilitato a sfruttare l’esperienza, le cognizioni, le scoperte venute a galla, per il “sacrificio” di chi che se ne è occupato. Il demone è duro da fronteggiare.

 

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La tendenza alla segregazione delle conoscenze possedute si diffonde, amplifica e, via via, acuisce a causa della dilatazione nel tempo degli apparati che più invecchiano e si gonfiano, moltiplicando i centri di competenza, e peggio funzionano. E’ la cosiddetta legge di Parkinson. Nei dieci capitoli di un gustoso volume pubblicato anni addietro “Parkinson’s Law or the Pursuit of Progress” di Cyril Northcote Parkinson (editore John Murray, 1958, p. IV – 122) si segnala che un’organizzazione cresce indipendentemente dalla quantità di lavoro da svolgere e che più tempo a disposizione si avrà e più se ne perderà. Con inventate, quanto divertenti ed inverosimili, equazioni si “da conto” del livello di dignità scientifica e precisione matematica dell’inevitabilità, a causa degli umani egoismi, della moltiplicazione dei centri di decisione e deresponsabilizzazione degli apparati. Ognuno vuole uno scanno per ordinare, un potere da esercitare, notizie riservate da custodire. Soprattutto nel settore pubblico e da noi. Frustrate le aspettative del cittadino per una burocrazia efficiente, non elefantiaca in grado di fornire servizi alla comunità, senza inutili attese, complicazioni e mortificazioni di diritti. Come esperienza insegna, le cose si complicano se l’intervento richiesto è assegnato alle cure di enti diversi.

 

Obblighi di collaborazione tra corpi dello stato, della stessa amministrazione e/o di entità distinte, in qualunque modo previsti (leggi, decreti, regolamenti) e/o disciplinati e formalmente attuati (nei protocolli di cui sopra), non riusciranno mai a contenere e/o eliminare malfunzionamenti e intoppi. Impossibile prevedere tutte le forme e i modi possibili di coordinamento tra i corpi suddetti, per la migliore soddisfazione del bene comune. E’ insensato prefigurarlo per legge. Si può soltanto fare in modo che il soggetto preposto alla cura di pubbliche funzioni, oltre a vedere, coordini e comunichi, non secondo sue personali valutazioni discrezionali, ma obbedendo, con raziocinio, al criterio della rilevanza del dato acquisito rispetto all’interesse generale. La legge, però, può sanzionare in maniera appropriata, nei casi più gravi con l’aggiunta dell’immediata rimozione, organi e apparati che incorrono nella tardiva e/o omessa comunicazione dati e notizie sensibili e, per converso e per quanto riferito nel caso sopra riportato, per le criticità nascenti dalle segnalazioni ricevute, ma rimaste lettera morta. I danni imputabili a coloro che, con la condotta tenuta, si rendono responsabili di guasti che provocano allarme sociale si prevengono e/o si limitano facendo leva sull’interesse del titolare della funzione a operare in maniera assennata, per non rischiare la posizione acquisita.

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