Clienti nel nuovo Google store di Londra (foto LaPresse)

I colossi tecnologici hanno smesso di fare i buonisti

Alberto Brambilla

I metodi dei giganti come Apple & Co. ricordano quelli dei petrolieri "brutti sporchi e cattivi". Parla Quill (San José University)

Roma. Per anni i colossi dell’industria tecnologica americana hanno cercato di offrire al pubblico un’immagine amichevole e rassicurante in contrapposizione alla visione negativa diffusa nei confronti di altre industrie “vecchie, sporche e cattive”, quella petrolifera o quella bancaria per esempio. Questa percezione sta tuttavia cambiando. Se ne aveva avuto sentore già nel 2015 quando all’annuale forum economico di Davos, dove s’incontra il gotha della finanza mondiale, quasi c’erano più startupper che banchieri. Oggi si hanno altre evidenze della metamorfosi di aziende come Facebook, popolare social network, o Google, fornitore di servizi ormai indispensabili su internet, o Apple, per citare i più universalmente noti. Sono macchine da soldi, tra le aziende più capitalizzate a Wall Street, che stanno riscrivendo le regole della competizione nei loro settori e in altri come il settore automobilistico con l’auto senza pilota, senza però per ora battere i campioni dell’industria.

 

In un articolo di critica delle ambizioni politiche del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, John Thornhill sul Financial Times ricorda che i metodi di conquista dei giganti tecnologici ricordano molto da vicino i grandi petrolieri, come John D. Rockefeller, fondatore della Standard Oil, o di imprenditori siderurgici come Andrew Carnegie, fondatore della Us Steel. Apple ha deciso di non avvalersi più delle forniture di chip della inglese Imagination Technologies provocando il collasso delle sue azioni (meno 60 per cento) lunedì scorso e, come dice l’azienda colpita, non ha presentato alcuna evidenza che non userà più quelle stesse tecnologie per i suoi prodotti senza violare i copyright o i brevetti di Imagination. L’aggressività di Facebook sta iniziando a intaccarne al fama di gigante buono agli occhi degli sviluppatori indipendenti di applicazioni che, in casi in Francia e in Italia riportati dal Foglio, hanno avviato cause legali per violazione dei diritti d’autore e/o pratiche anti-concorrenziali. Snapchat, un popolare social network con possibili evoluzioni editoriali, ha lanciato la quotazione a Wall Street dichiarando nel prospetto informativo che agli azionisti non sarebbero stati accordati i diritti di voto, proseguendo una tendenza non nuova nella Borsa americana: usare la quotazione per liberarsi dei private equity e dei banchieri che hanno finanziato l’azienda in fase di sviluppo per sostituirli con investitori più docili, malleabili e soprattutto silenziosi. La democrazia in Borsa è stata insomma azzerata dalla “libertaria” Silicon Valley. Le prospettive di crescita dei colossi tecnologici non hanno incontrato limiti negli ultimi otto anni sotto l’Amministrazione Obama che non ha inteso minacciarli con regolamentazioni particolari sulla privacy, sulla concorrenza o altro.

 

“Negli ultimi anni i giganti del settore tecnologico hanno cominciato a comportarsi in una maniera che ricorda le grandi corporation tradizionali, quelle del petrolio e dell’acciaio per esempio”, dice al Foglio Lawrence Quill, professore di Teoria politica all’Università di San José (California). “Se un tempo rifiutavano la politica, ora la abbracciano. Di solito si dipingono, abbastanza deliberatamente, come soggetti superiori alla politica per dare una nuova visione del futuro. Questo è cambiato”, dice Quill. “Non solo fanno attività di lobbing – le cinque più grandi società tecnologiche spendono in questo più del doppio di quanto hanno speso le cinque più grandi banche nel 2015 – e si inseriscono nelle porte girevoli di Washington, finanziano le campagne dei politici cui pensano di essere affini e fanno anche da sponsor agli studiosi accademici per scrivere pubblicazioni a scopo commerciale (write copy) al fine di influenzare l’opinione del pubblico e dei professionisti”. L’aura d’innocenza della Silicon Valley è ormai un (falso) ricordo che sta man mano sbiadendo.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.