foto Garry Knight via Flickr

Se a Londra perfino l'hipster è arruolato come "capitalista" da imitare

Stefano Basilico
Barbe lunghe, gadget Apple, cereal bar e biciclette a scatto fisso. Intercettare la domanda dei consumatori millennial è la nuova sfida dell’economia britannica. In ballo c’è un mercato da miliardi di dollari.

Chi salverà l’economia londinese dalla Brexit? Non saranno i banchieri che affollano i sushi bar di Moorgate con i completi di Savile Row, né la classe operaia della costa est che ha votato in massa per il Leave. Secondo Matthew Hancock, Ministro per cultura e digitale del governo guidato da Theresa May, saranno gli hipster. Nel suo primo discorso programmatico, Hancock ha detto che “rinascita culturale ed economica vanno di pari passo”. E ha azzardato: “L’hipster è un capitalista”. Uno slogan che svela il lato economico di una non-sottocultura basata su  un’omologante ricerca di unicità e, soprattutto, sul consumismo. Barbe lunghe, gadget Apple, cereal bar e biciclette a scatto fisso hanno sostituito spille, chiodi, teste rasate e mods nella capitale. Hancock non ci arriva per primo. Douglas McWilliams, autore di “The Flat White Economy”, attribuisce alla gioventù che affolla i mercatini vintage la rinascita della capitale dopo la crisi economica del 2008: quartieri come Shoreditch e Bethnal Green sono risorti e in quell’area, tra il 2012 e il 2014, sono nate più imprese che a Manchester e Newcastle. Il settore economico di riferimento di questi millennial, media e digitale, copre l’8 per cento del pil nazionale. Entro il 2025, secondo McWilliams, ne rappresenterà un terzo. Le parole d’ordine di un hipster – che mai ammetterà di fare parte della categoria – sono “autenticità”, “su misura” e “artigianale”. Concetti che si trasformano in acquisti. Negli States le caffetterie sono triplicate dal 2002; i prodotti per la cura di barba e capelli maschili valgono 35 miliardi di dollari; il cibo biologico altri 30 miliardi; le birre artigianali da fenomeno di nicchia sono passate a scolarsi il 19 per cento del mercato.

 

Elizabeth Nolan Brown, su Reason, sosteneva che “l’hipster mischia un’etica da hippie e consumi da yuppie, atteggiamenti comunitari e pratiche capitaliste”. L’importante, e qui arriva il pragmatismo britannico che si annusa nel discorso di Hancock, è che consumino, producano, facciano girare l’economia.

 

Anche la gentrificazione dei quartieri che vengono rivitalizzati, diventando più costosi, farebbe bene alle città e ai poveri. Il giovane ministro forgia un apposito motto: “Rendi un’area interessante e attrarrai persone interessanti a lavorarci”. Secondo Spike Lee il fenomeno sottende che “le persone per essere importanti devono essere importate”, rafforzando “il mito dell’incompetenza nativa”. Stuart Butler, del think-tank Brookings Institution sostiene il contrario: il problema è la concentrazione di povertà. Quando i professionisti si trasferiscono “sanno come ottenere le cose”, fanno pressione sull’amministrazione per migliorare i servizi, i trasporti, le scuole, il controllo di polizia e i presidi sanitari. Il costo delle case aumenta, così gli affitti e di conseguenza anche le entrate fiscali, che permettono di costruire appartamenti popolari più dignitosi, favorendo l’integrazione tra abitanti “storici” e nuovi residenti dei quartieri. Birrifici, negozietti vintage, officine ciclistiche e start-up offrono posti di lavoro ai giovani della zona, attirando servizi a basso costo. La sharing economy è nutrita dall’hipsteria collettiva: Uber, Airbnb e Deliveroo sfamano, ospitano e trasportano i giovani impomatati, offrendo a loro volta posizioni lavorative di facile accesso.

 

Quinoa, barbe più lunghe dei Talebani, cappotti del bisnonno, caffè biologico e bici che costano come una Fiat non piacciono a molti, ma potrebbero salvare interi quartieri, e forse anche Londra.

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