Mario Draghi (foto LaPresse)

Draghi e la tregua sui Bot

Alberto Brambilla
Nella guerra dell’Unione bancaria, il presidente della Bce è il miglior alleato di Renzi contro le imboscate franco-tedesche

Roma. La guerriglia per la costruzione dell’Unione bancaria è stata condotta sottotraccia dagli sherpa governativi nei corridoi della Commissione europea nel corso degli ultimi tre anni. Ieri è diventata una battaglia di pubblico dominio con la riunione informale dell’Ecofin, il consesso dei ministri dell’Economia e delle Finanze dell’Unione europea, riunitosi ad Amsterdam. L’Unione bancaria è il progetto più ambizioso mai concepito in Europa dal lancio della moneta unica. Il principio è facile in teoria – trasferire alle autorità centrali la supervisione sulle banche dell’Eurozona e il potere di ristrutturarle se in crisi, usando un Fondo comunitario per tutelare i risparmiatori – ma in pratica è un esercizio diplomatico logorante.

 

La mutualizzazione dei rischi attraverso un Fondo comune è osteggiata dai paesi nordici che vogliono prima interrompere il circolo vizioso che lega le banche ai paesi di residenza attraverso il possesso di grandi quantità di titoli di stato. Quest’ultima è una necessità riconosciuta ma non è essenzialmente legata a un pilastro dell’Unione bancaria come il Fondo comune che dovrebbe servire da paracadute per i privati (azionisti, obbligazionisti e correntisti) che possono incorrere in perdite in caso di crisi bancarie come stabilito con il regime di bail-in in vigore da gennaio. Germania e Olanda, malfidenti verso i paesi periferici, giudicano l’imposizione di un limite quantitativo al possesso dei titoli di stato la pre-condizione alla creazione del Fondo. In altri termini, nella visione tedesca, prima di condividere gli oneri di eventuali salvataggi bancari, bisogna interrompere il circolo vizioso che lega le banche agli stati. La presidenza olandese dell’Ecofin ha presentato ieri un documento di discussione con cinque proposte per decidere come pesare il rischio legato ai titoli di stato, considerati finora privi di rischio o quasi. Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ministro delle Finanze olandese, aveva indicato la revisione del trattamento dei titoli di stato tra le questioni da risolvere prima di giungere a un Fondo comune che dovrebbe funzionare dal 2024. Nel novembre 2015 un rapporto del think tank della Commissione europea, European Political Strategy Centre, considerava preferibile imporre un limite al possesso di titoli piuttosto che valutare caso per caso la “rischiosità” degli stessi. La Francia si muove in maniera ambigua. Il ministro delle Finanze, Michel Sapin, in un documento rivelato dal Financial Times, ha avvertito la controparte tedesca dicendo che il suo comportamento minaccia la “credibilità” del meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie (Single resolution mechanism) di cui il Fondo fa parte.

 

[**Video_box_2**]Così Parigi pare contrastare l’impostazione tedesca, ma somiglia a un gioco delle parti: il presidente della Bundesbank e della Banque de France in un recente articolo congiunto avevano menzionato il rischio legato ai titoli di stato come fonte di debolezza delle banche. La Banca centrale europea, supervisore unico degli istituti di credito dell’Eurozona, invece ha scritto in un parere legale rivelato ieri dal Sole 24 Ore che “una soluzione che renda la transizione da una fase dello schema europeo di assicurazione dei depositi dipendente dai progressi sulla riduzione del rischio può causare ritardi”. L’Italia vuole impedire un’accelerazione delle decisioni sulla modifica del trattamento dei titoli pubblici nazionali per le banche e impedire l’imposizione di un tetto all’accumulo di titoli, come hanno detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il premier, Matteo Renzi. L’anno scorso le banche italiane hanno diversificato il portafoglio vendendo titoli del Tesoro e comprando titoli francesi, tedeschi, spagnoli per 27 miliardi circa. Tuttavia la percentuale di bond domestici sulla quantità complessiva di bond detenuti è alta (92 per cento), seconda solo alla Grecia (98), e seguita da Spagna (87), Portogallo (72), secondo Jp Morgan. Assecondare il gioco francese può condurre a una (non inedita) trappola franco-tedesca. Le trattative saranno lunghe – 13 ministri Ue vorrebbero un coordinamento mondiale presso il Comitato di Basilea – e la posizione tedesca risulta forzata ai più. Alla fine dell’Ecofin, in serata, ha appunto prevalso la linea attendisa. L’“attacco ai Bot” è sospeso, per ora.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.