Come ti asfalto Piketty

Luciano Capone
Scorrere la lista Forbes dei neo miliardari e scoprire che la superstar della sinistra ha toppato tutto. Il mondo neo balzacchiano dei rentier onnipotenti è lontano. Non solo Uber. Storie di centinaia e fantastici self-made man. L’invidia sociale come lente sbagliata per leggere l’economia. Il caso (positivo) degli Stati Uniti.

Milano. Forbes, la rivista americana che ogni anno pubblica la lista degli uomini più ricchi del pianeta, ha da poco rilasciato l’elenco dei nuovi miliardari del 2015. Sono 290, un record, il segno che nonostante crisi finanziaria e stagnazione economica il numero dei super-ricchi continua a crescere in ogni angolo del pianeta, 71 vengono dalla Cina, 57 dagli Stati Uniti, 28 dall’India e 23 dalla Germania. A prima vista sembrerebbe una conferma delle teorie rese popolari dal successo del libro dell’economista francese Thomas Piketty, “Il Capitale nel XXI secolo”, secondo cui staremmo vivendo in un’epoca di crescente diseguaglianza dovuta alla naturale tendenza del capitalismo a remunerare il capitale più del lavoro. Il rischio è il ritorno a un capitalismo ottocentesco in cui per essere ricchi contano i patrimoni e i matrimoni, essere figlio di un miliardario o sposare un riccone. In realtà lo stesso Piketty di recente ha ammesso che la sua nota formula “r>g”, la remunerazione del capitale che supera la crescita dell’economia, non ci dice molto su come sarà la diseguaglianza in futuro che anzi dipenderà più da choc politico-isituzionali e dallo sviluppo economico. Soprattutto, dice Piketty, questa formula che riguarda la diseguaglianza della ricchezza non è utile a spiegare la diseguaglianza del reddito.

 

In effetti la lista dei nuovi miliardari non sembra confermare il ritorno al capitalismo patrimoniale di cui tanto si è parlato in questi mesi di pikettymania. Se si va a vedere chi sono i nuovi ricconi e come hanno fatto fortuna, si nota come molti siano partiti da zero. E non vale solo per i paesi in via di sviluppo come la Cina e l’India, ma anche per le economie più mature ma comunque dinamiche come gli Stati Uniti. Tra di loro c’è Travis Kalanick (5,3 miliardi di dollari), che ha iniziato vendendo coltelli porta a porta ed è fallito un paio di volte prima del successo di Uber. C’è il ventiquattrenne Evan Spiegel, 1,5 miliardi a testa con il socio Bobby Murphy, con cui sui banchi dell’università ha fondato l’app di messaggistica istantanea Snapchat. Ci sono altri campioni della sharing economy come i tre fondatori di Airbnb (1,9 miliardi a testa) che hanno rivoluzionato il modo di prenotare le camere e fare le vacanze. Con 4,5 miliardi di patrimonio la trentenne Elizabeth Holmes è diventata la giovane imprenditrice più ricca del mondo, una ragazza che a 19 anni ha lasciato gli studi di Chimica e usato i soldi che dovevano servire per l’università per fondare Theranos, con cui sta sconvolgendo il sistema sanitario grazie a test del sangue senza siringhe e prelievi massicci, un metodo molto più rapido ed economico. Ci sono anche nuovi miliardari meno giovani come Reed Hastings, il fondatore della tv online Netflix (quella di “House of Cards”) o la star del basket Michael Jordan e imprenditori in settori più tradizionali come il food and beverage, la farmaceutica e la distribuzione, che hanno costruito la loro ricchezza e non l’hanno ereditata. Insomma, non è proprio vero che l’1 per cento dei ricchi contro cui si sono scagliati Occupy Wall Street e gli Indignados sia una casta, nel senso di un gruppo sociale chiuso e ristretto che domina sul restante 99 per cento. Se è evidente che il divario tra questi due gruppi si è allargato, non è affatto vero che gli appartenenti alle due classi di reddito siano sempre le stesse. Mark Rank della Washington University e Thomas Hirschl della Cornell University, analizzando i dati dell’ultimo mezzo secolo, hanno evidenziato come la società americana sia molto fluida e ci sia un’elevata mobilità sociale: il 12 per cento della popolazione almeno un anno nella vita ha fatto parte del top 1 per cento, il 39 per cento è stato almeno una volta nel top 5 per cento, il 56 per cento nel top 10, addirittura il 73 per cento ha fatto parte del top 20 per cento. E se il 12 per cento degli americani è stato almeno una volta nell’1 per cento dei più ricchi, solo lo 0,6 per cento è riuscito a rimanerci per dieci anni di fila. Questa mobilità sociale, almeno negli Stati Uniti, indica che il capitalismo non conduce ineluttabilmente al mondo balzacchiano evocato da Piketty.

 



 

Un’altra star dell’economia (ma meno pop di Piketty) come Greg Mankiw ha sottolineato che ciò che indigna le persone non sono tanto la diseguaglianza e l’accumulazione della ricchezza in sé, ma come quei patrimoni si sono costituiti. Non è un caso, dice Mankiw, se il movimento simbolo della protesta si chiami Occupy Wall Street e non Occupy Silicon Valley, Occupy Hollywood o Occupy Nba, perché le persone ritengono che la ricchezza di Steve Jobs, Brad Pitt o Kobe Bryant sia meritata, a differenza di quella di chi ha fatto la propria fortuna grazie all’appoggio della politica in mercati protetti.

 

E’ lo stesso ragionamento fatto da Branko Milanovic, un economista di sinistra che come Piketty da molti anni studia le diseguaglianze, che sul suo blog ha scritto che nessuna persona razionale può essere contro chi è diventato ricco creando, inventando e migliorando le condizioni di vita degli altri: “Senza di loro vivremmo senza elettricità, internet e lavatrici. Anche chi ha inventato la pizza a domicilio merita la sua ricchezza e la nostra eterna gratitudine”. E così Milanovic ha suggerito ai suoi amici della Ong Oxfam di non fare classifiche generiche sui miliardari, ma di usare un approccio diremmo “nozickiano” per ricostruire come i ricchi sono diventati ricchi e distinguere gli imprenditori dai predatori. Più importante della redistribuzione della ricchezza è capire se la distribuzione è avvenuta in maniera giusta: l’idea è quella di prendere la lista dei paperoni e dare un punteggio in base a quanto la ricchezza sia stata costruita secondo le normali regole del mercato e beneficiando gli altri: la ricchezza di Bill Gates è diversa da quella di un oligarca russo.

 

Ma qualcosa di simile lo fa già Forbes che a ogni nome della sua lista dà un voto da 1 a 10, dove 1 indica un patrimonio completamente ereditato mentre 10 storie di persone partite da condizioni più che precarie: a un estremo c’è Christy Walton che è la vedova dell’erede dell’impero Walmart e all’altro Oprah Winfrey, nata povera, orfana e vittima di violenze in famiglia. Analizzando i dati degli ultimi trenta anni, quelli del neoliberismo selvaggio che secondo la vulgata avrebbero visto l’avanzata dei rentier, si scopre invece che è aumentato a dismisura il numero dei self-made man a discapito degli figli di papà. Nel 1984 il 25 per cento della lista Forbes 400 (uno su quattro) aveva punteggio 1, ovvero possedeva una ricchezza completamente ereditata, mentre quelli con punteggio 10, partiti dalla miseria, erano il 2,5 per cento. Dopo 30 anni il numero degli ereditieri si è ridotto di oltre tre volte e ora è inferiore al numero di self-made man che nel frattempo si è più che triplicato e rappresenta l’8,5 per cento della classifica. Tra di loro ci sono storie che potrebbero entrare in un romanzo di Horatio Alger, esempi di persone che sono riuscite a far diventare realtà l’American Dream: dal vecchio Sheldon Adelson, il re dei casinò di Las Vegas, cresciuto dormendo sul pavimento perché la famiglia di immigrati ebreo-lituani non aveva i soldi per il materasso, al giovane Jan Koum, che ha fondato WhatsApp e l’ha venduta a Facebook per 19 miliardi di dollari, emigrato dall’Ucraina con la mamma a 16 anni senza soldi ed è cresciuto grazie all’assegno di invalidità della madre malata di cancro, passando per l’italiano Douglas Leone, emigrato da Genova a 11 anni, soprannominato “Pasta” dai compagni di scuola e cresciuto pulendo i bagni sulle navi, che con Sequoia è uno dei venture capitalist più importanti della Silicon Valley. Certo, ancora oggi i patrimoni contano e chiunque voglia avere successo si può trovare di fronte al dilemma di Rastignac, la scelta tra una vita di sacrifici e duro lavoro come quella di papà Goriot oppure un comodo matrimonio con un’ereditiera, come gli suggerisce Vautrin. Sposare un miliardario è ancora oggi un’ipotesi da prendere in considerazione se si vuole diventare ricchi, ma rispetto all’epoca di Balzac nel capitalismo odierno, quello in cui vive Piketty, è molto più facile fare soldi se sei in gamba e hai una buona idea. Almeno negli Stati Uniti.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali