Di cosa parlare stasera a cena

Il day after elettorale e il caso Suarez

Giuseppe De Filippi

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

La pandemia va forte

 

I politici, specialmente in Italia, diventano grandi, inteso come adulti, perdendo le elezioni. Si direbbe quasi che a vincere, seguendo questa o quella onda, sono capaci tutti e che poi però quelle vittorie inebrianti (vedi la nota maledizione delle europee) poi distruggano i vincitori, mentre la sconfitta fa bene (stranamente piace anche agli elettori italiani, sempre guardinghi verso chi vince troppo), impone riflessioni strategiche, costringe a pensare e perfino a riorganizzarsi. Succede ai 5 stelle e vedremo che ne faranno. Hanno perso, nel senso di riduzione dei consensi locali, ma hanno anche vinto, e va riconosciuto senza fare i furbetti, nella realizzazione di una modifica costituzionale sancita, come non è successo ai due tentativi precedenti dei lanciatissimi berlusconiani e renziani, dal voto positivo di un referendum. La riduzione dei parlamentari, sostenuta poi dalla segreteria del Pd e per finta da Fratelli d’italia e Lega (e comunque si sa che andare a un referendum costituzionale stando in maggioranza è diverso dall’affrontarlo stando all’opposizione), è indubbiamente una riforma che origina nell’iniziativa politica dei 5 stelle e va loro riconosciuto di aver saputo portarla a termine usando mezza legislatura.

 

Adesso però comincia l’altra mezza legislatura ed è tutto un altro mondo. Come dicevamo qualche cena fa per i grillini si completa un ciclo (lasciate stare i giudizi sul loro programma politico) e finisce la spinta elettorale iniziale. Hanno avuto il loro ruolo di rottura, esaltando l’antipolitica presente già da prima di loro nel discorso pubblico italiano, poi sono arrivati a governare, con chiunque fosse disponibile,  e hanno realizzato almeno un paio di leggi bandiera (giuste o sbagliate conta poco) come il decreto dignità e il reddito di cittadinanza. Hanno mostrato di avere in un modo o nell’altro una classe di nominabili (e continuate a lasciar stare i giudizi di valore o sulle persone) con cui coprire caselle di peso, dalla cassa depositi e prestiti alle direzioni di alcuni ministeri, dall’Inps alla Rai alle grandi partecipate alle agenzie regolatorie. Poi hanno portato a termine un pezzo di riforma costituzionale cui tenevano molto. E il ciclo è arrivato a compimento e con esso la spinta elettorale. Ora sono dei sopravvissuti, perché tali si diventa anche realizzando le riforme costituzionali, e devono reinventarsi. Lo hanno capito al Fatto e Marco Travaglio, prendendo di petto Alessandro Di Battista, ha mostrato che il sostegno del giornale di riferimento va non al grillismo del ritorno alle origini ma a chi tenterà di interpretare la stagione della stabilità di governo e dell’accordo sistematico con il Pd. Tocca ai vari ministri mostrarsi capaci di trovare qualche ragione per far votare, nel 2023, per i 5 stelle, avendo bruciato e consumato le ragioni strettamente antipolitiche usate nel 2013 e nel 2018. Sono fatti loro, certo, e figuriamoci se a cena ci mettiamo a dare consigli ai grillini. Però la cosa interessante è che la via sembra obbligata, grazie alla provvidenziale logica della politica. L’iniziativa grillina, con una divertente nemesi, va così a incanalarsi verso un governismo vecchio stile, con qualche tratto di sana democristianeria. Per farsi votare in qualche modo dovranno mostrare capacità realizzative sul terreno più prosaico della politica economica, dell’uso di quei famosi fondi europei, lasciando cadere l’obiezione al Mes, dedicandosi a un’infornata di opere pubbliche. Secondo il Messaggero, per esempio, ci sarebbe intenzione di dare a uno bravo come Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rfi, l’incarico di commissario per le opere straordinarie nel Lazio, come l’anello ferroviario e la sistemazione delle Roma-Latina. Sarebbe un bel colpo, anche se i 5 stelle dovrebbero accettare che la loro Virginia Raggi sostanzialmente si lasci commissariare. Vedremo quanto riusciranno a trasformarsi

 

 

Ha ragione anche Matteo Renzi. Lasciate stare i piccoli numeri dei risultati di Italia Viva ma intanto il dado è tratto. E poi, governando, può solo aumentare l’attrattiva della presenza centrista e pro-business nella compagine di maggioranza. Andando a realizzare quel progetto di alleanza organica che potrebbe arrivare anche dalle parti del centrismo di opposizione e quindi di Carlo Calenda e di Forza Italia. Notate, a cena, che l’attuale maggioranza ha davanti due anni abbondanti senza grandi traumi elettorali in vista (le elezioni per i sindaci di Roma e Milano sono importanti ma non fanno cadere i governi) e con un quadro europeo stabilizzato (il tutto si completerebbe alla perfezione con la vittoria di Joe Biden, ma meglio tacere per  scaramanzia)

 

 

Del Pd sapete già molto e comunque adesso va per la maggiore l’idea del risultato tutto a favore di Nicola Zingaretti, ma attenzione perché il partito è plurale (eufemismo) e tanti hanno voglia di contare un po’ di più. La segreteria comunque non sembra in discussione, è la linea politica, anche nel caso dei dem, ad aver bisogno di un’aggiustatina, come è normale. Si tratta, anche per il pd, di darsi una prospettiva al 2023 e di farlo una volta per tutte

anche perché comunque si va verso momenti difficili

 

Il vero scivolone di Pd e 5 stelle? Le suppletive a Sassari, dove la maggioranza perde un senatore (merce preziosa) a vantaggio dei sardisti, che pure avrebbero dovuto soffrire per i tanti passi falsi del presidente della regione Solinas. D’altra parte, con due candidati nell’area di governo, uno in lista unitaria Pd e 5 stelle e l’altro in lista con Italia Viva e Italia in Comune (il movimento del sindaco di Parma, Pizzarotti, evidentemente impossibile per loro ricucire con i grillini), c’è stata, diversamente da quanto accaduto ad esempio in Puglia, una netta divisione dei voti. Quasi 29% per il primo, quasi 25% per l’altro, mettiamoci anche un 6% di un altro candidato con lista Psi, ed è successo che con un non eccelso, ma compatto, 40% è stato il candidato Doria, espresso da sardisti e leghisti assieme, a vincere. E un senatore conta molto di questi tempi

 

cosa succede nella fatidica Toscana

e poi se a cena volete darvi arie di chi sa e conosce, lodate la bravura di Marco Agnoletti, grande organizzatore di campagne elettorali e di comunicazione

dicevamo ieri di Luca Zaia vincente ma imprigionato nel Veneto. Oggi è partito subito violentemente sulla rivendicazione di autonomia per la regione (come ha fatto anche Giovanni Toti per la sua Liguria) e ci ha confermato nella lettura di ieri

 

ci sono tanti neosindaci e sindaci confermati e anche tanti ballottaggi interessanti (sono i migliori test della convergenza locale tra le forze della maggioranza di governo). Un caso di vittoria al primo turno è quello di Imola cui il Pd guarda con molta soddisfazione. Due anni fa a Imola vinsero i 5 stelle, ma la giunta ha avuto fin da subito vita difficile fino al tracollo definitivo qualche mese fa per scontri interni

 

Lo spread se ne sta buono buono

 

 

Mentre il governo preme su Unicredit per sistemare Mps

 

parlavamo prima delle elezioni USA, ci sono nuovamente rapporti della Cia, riportati dal Washington Post, in cui si sostiene che Vladimir Putin sta organizzando operazioni per interferire con il voto americano ai danni di Biden

 

i palestinesi fanno gli offesi e lasciano la riunione della Lega araba dopo l’avvio di relazioni tra Emirati, Bahrein e Israele

quasi nessuno vuole tornare davvero in ufficio

 

 

l’esame di italiano di Suarez, i passi della procura

 

Di più su questi argomenti: