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La fiducia sul decreto sicurezza e la politica d'estate

Idee e spunti per sapere quello che succede nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi

5 Agosto 2019 alle 17:52

La fiducia sul decreto sicurezza e la politica d'estate

Chi non vota la Torino-Lione vota contro il governo, così dice Salvini. Bene, ma forse a questo punto andrebbe rivotata una fiducia generale a un governo sostenuto, a quanto hanno detto solennemente i partiti contraenti, dal cosiddetto contratto. Si richiede un nuovo voto e anche un nuovo contratto, se proprio piace la formula, perché quello attuale è palesemente una buffonata totale, ad esempio sulla appena citata questione della Torino-Lione non prevede nulla di simile a quanto detto, in termini peraltro ultimativi, da Salvini. Allora che un paese sia retto in base a un accordo buffonesco già non va bene, se poi quell'accordo è anche dichiaratamente decaduto siamo fuori dal minimo di garanzie politiche, di decenza politica, che si possono considerare quasi costituzionali, ovvero che il governo debba avere la fiducia del parlamento significa anche che quella fiducia deve essere data in ossequio a fatti politici conoscibili e che i patti di maggioranza devono essere almeno basati su qualcosa di logicamente fondato e non su palesi falsità o su inganni terminologici.

 

   

Perché prima ci sarà la fiducia sul sicurezza bis, e siamo in una condizione simile a quella della Torino-Lione.

 

 

   

La situazione sul campo sembra diversa.

 

  

Lo deve fare ed è giusto parlarne.

 

  

 

Ma Landini a quale va? Anche gli incontri e le trattative con le parti sociali dovrebbero essere quasi una cosa seria ovvero garantire che chi sta al tavolo può dare almeno parzialmente seguito agli impegni. Non sembra il caso della doppia, perfino tripla, neo-contrattazione.

 

  

Poi c'è la realtà, fatta di determinanti economiche che vanno per conto loro e di programmi finanziari mandati avanti in sordina dal ministro Tria.

 

 

 

Scherzetti reciproci, risposte alla confusione creata da Trump, di cui però fanno le spese tutte le economie del mondo, in una logica che smonta molto pericolosamente l'architrave economico della stabilità del dopoguerra, quegli accordi di Bretton Woods pensati per evitare guerre commerciali combattute per via monetaria. Chiaro che la Cina non era centrale economicamente negli anni di Bretton Woods, ma ora, con l'ingresso nelle organizzazioni mondiali del commercio e con tutti i tentativi di essere graditi e inseriti nel sistema internazionale, avrebbe certamente cominciato ad adeguarsi a standard non opportunistici per il cambio della sua moneta. Invece è arrivato il rompi-tutto Trump, il campione dell'opportunismo, che lucra sugli sforzi del passato (Bretton Woods e successivi, Nato, Wto e seguenti, sistema G7, Unione europea e tanto altro) per crearsi piccole occasioni di vantaggio immediato incurante del quadro generale. E in questo giochino i cinesi hanno facilità a seguirlo.

 

 

 

Ma poi tutte le polarizzazioni generano atteggiamenti di contrasto, quindi non-polarizzanti.

 

   

Ecco una delle poche certezze in circolazione, cui si affianca un'altra certezza: nessuno vorrà farlo.

 

 

Beh ora in tempi di papeetenomics certe cose sono difficili.

 

 

 

Di Papeete non parlatene a cena, ma di politica estiva, con intelligenza, sì.

 

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