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Biennale geopolitica

Il caso dell'artista sudafricana Gabrielle Goliath censurata dal suo governo (c'entra Gaza)

Francesca Amé

Il caso dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath censurata dal suo governo (c’entra Gaza)

Venezia. Elegia sudafricana in Laguna. Come nemmeno certi sceneggiatori di Netflix saprebbero fare, questa 61esima edizione della Biennale Arte di Venezia sta regalando teaser croccanti per appassionati di contemporaneo e dintorni (dintorni geopolitici, specialmente). Questa volta non c’entra la Russia, con il “Red Pavillion” della discordia tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco, ma Israele. E non solo e non tanto per la recente lettera aperta alla Biennale, finora firmata da circa 180 artisti, curatori e operatori della cultura (il più noto: Alfredo Jaar) sostenuta dalla piattaforma ANGA (che sta per Art Not Genocide Alliance) per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale “mentre commette un genocidio”. Questa è notizia di una decina di giorni fa che nessuna replica istituzionale ha ricevuto: il padiglione di Israele è confermato all’Arsenale, ché lo storico spazio dei Giardini è in restauro.

Il “genocidio” però c’entra ancora, ma cambiano le coordinate geografiche. Come sempre accade quando la politica, anzi un governo, ci mette lo zampone entrando a gamba tesa in un terreno paludoso come quello dell’arte – la Biennale, poi, gioca un campionato a sé – il pasticciaccio è di nuovo servito. In sintesi: l’artista sudafricana Gabrielle Goliath (pluripremiata, si è chiusa da poco una sua personale al MoMa di NYC, già alla Biennale 2024) è stata censurata dal suo governo dopo che le era stato affidato, con grande entusiasmo, il padiglione nazionale. Bocciatura pesantissima. Poi il colpo di scena di queste ore: la sua “Elegy”, un’opera di performance art, invece si farà. Sarà esposta per tre mesi nella chiesa di Sant’Antonin nel sestiere di Castello, non troppo distante dall’Arsenale dove il Sudafrica ha il suo padiglione ufficiale (che resterà vuoto, quest’anno). Sant’Antonin è una di quelle chiese che solo a Venezia si scovano: chiusa al culto, anche se nella cappella centrale si tengono ancora delle celebrazioni, figura tra “i luoghi espositivi” della Biennale ma di fatto è ancora gestita dal Patriarcato di Venezia. Qui andrà in scena l’“elegia sudafricana”, un’opera in parte concepita da Goliath già nel 2015 per commemorare la studentessa sudafricana assassinata Ipeleng Christine Moholane. “Elegy” è composta da una serie di video dove interpreti femminili di formazione operistica emergono da uno sfondo nero e tengono una singola nota alta il più a lungo possibile, prima di ritirarsi ed essere sostituite da un’altra cantante. La versione della performance-elegia funebre concepita per Venezia commemora – recita il comunicato ufficiale – anche due donne Nama spostate e uccise dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo, e inoltre la poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a 32 anni in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, Gaza, nell’ottobre 2023. “In questa mostra è convocato uno spazio di incontro, una camera sacra in cui far risuonare un’opera riparatrice di amore e nostalgia”, ha detto l’artista in una dichiarazione divulgata in Italia dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, dove è attesa a metà aprile per un’altra mostra. Ma l’opera è stata ritenuta “fortemente divisiva e polarizzante” dal ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzieche a gennaio scorso, dopo aver mandato una lettera in cui chiedeva una revisione, rifiutata dall’artista (“sarebbe un pericoloso precedente”, ha detto Goliath) l’ha bruscamente cancellata. E’ successo quindi – fatto già in sé clamoroso – che un ministro della Cultura ha sfiduciato all’ultimo un’artista chiamata a rappresentare internazionalmente il suo paese alla Biennale con l’accusa di una performance “correlata a un conflitto internazionale in corso che è ampiamente polarizzante” (nonostante, all’inverso, il governo precedente del Sudafrica nel 2023 avesse avviato una causa legale accusando Israele di commettere genocidio a Gaza). E poi il plot twist dell’artista che alla fine approda ugualmente in Laguna. Nota a margine: progetti come “Elegy”, in termini di realizzazione e allestimento, costano, così come costano gli affitti degli spazi. Il “padiglione sudafricano” fuori Biennale è stato reso possibile grazie a molti sostenitori e amici di Goliath, ma soprattutto grazie al generoso supporto della Bertha Foundation (organizzazione con base a Ginevra fondata dal milionario sudafricano, già ceo della Arrow Generics, Tony Tabatzik) e di Ibraaz, spazio culturale londinese della Kamel Lazaar Foundation, anche questa con sede a Ginevra, fondata da Lazaar, banchiere di investimento tunisino-elvetico.

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