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Quelle di Bertoncelli sono memorie di un ostinato cacciatore di dischi nell'età dell'oro del rock
Il racconto degli inizi del grande critico musicale diventa il ritratto di un’epoca in cui scoprire il rock era un’avventura solitaria e quasi eroica: tra dischi introvabili, radio in onde medie e passioni assolute, nasce la voce che avrebbe segnato la critica musicale indipendente italiana
Riccardo Bertoncelli, maestro laureato della critica musicale italiana, nella sua autobiografia giovanile “Abitavo a Penny Lane” (Feltrinelli) già nelle prime pagine evoca John Peel, leggendario disc jockey della Bbc, e fa benissimo: loro sono due protagonisti, magnificamente in sintonia seppure geograficamente lontani, d’una vicenda ormai scomparsa e remota, incarnandone e descrivendone in pieno il romanticismo. Al duo aggiungerei in sovrappiù Lester Bangs, critico americano che per certi versi è stato l’interfaccia d’oltreoceano di Riccardo: per entrambi la musica rock è stata soprattutto un affare privato, una cosa da vivere e consumare in solitudine, al confortante riparo delle mura domestiche, un’avventura densamente teorica, salgariana. E quindi gli album prima di tutto, il graal inimitabile dell’età dell’oro, assai più che i concerti, i festival, le spedizioni nelle capitali lontane. Il sogno, più che la partecipazione. E comunque c’era una differenza: John Peel viveva e lavorava a Londra, nell’occhio del ciclone rock, Lester Bangs si autodistruggeva a New York, Riccardo Bertoncelli veniva su, inquieto e ordinato, nella sonnolenta provincia di Novara, dove anche trovare un disco di Bob Dylan era una caccia al tesoro, ma tutto rientrava nel flusso d’una vita normale, di cui la musica era soprattutto l’esplosione interiore. In questa piacevolissima rievocazione Bertoncelli, che nei Settanta e negli Ottanta diventerà la voce-guida della febbrile attività editoriale indipendente, fatta di testate oggi mitiche come Muzak, Gong e altre in cui si praticava la critica musicale, ma dove, ancor di più, si cercava la magica connessione tra la musica – che era pura linfa giovanile – con la vita vissuta, le scoperte e le battaglie, in questa occasione racconta soprattutto gli inizi, la formazione del maniacale appassionato fin da giovanissimo.
Non a caso il leit motiv della vicenda è sempre quello della scoperta: da un lato il ragazzino che coglie il richiamo irresistibile di un suono che è anche un’estetica, uno stile di vita, una promessa di misteriose rivelazioni, e tutto intorno il ritmo cadenzato di una piccola città e di un paese in altre faccende affaccendato, l’Italia turbolenta e preoccupata di fine Sessanta e del decennio successivo, che aveva per la testa cose ben diverse dall’elettrica parabola del rock e dai tambureggianti problemi della nuova categoria etichettata “giovani”. Ma il Bertoncelli in erba è un cacciatore ostinato: batte tutte le strade possibili per nutrire la sua passione, insomma almeno qualcuno degli innumerevoli, favolosi dischi che in quel momento piovono dal mercato musicale e di cui intercetta fortunosamente le notizie esplorando il lunare panorama informativo dell’epoca: qualche timido settimanale, le prime trasmissioni radio della Rai in cui i disc jockey si avventuravano tra le novità inglesi e americane, la traballante sintonia delle onde medie, il passaparola e il corteggiamento a qualche volenteroso negoziante.
Sapere, e soprattutto avere, erano una missione per appassionati veri e Riccardo ne era l’emblema inaffondabile, pronto a tutto per deliziare le proprie orecchie con quei suoni mai uditi prima e per soddisfare i propri occhi con quelle mirabolanti copertine. Anni sensazionali, fatti di stupore, entusiasmo e ormoni, che la maestria dell’affettuosa penna di Bertoncelli riesce a restituire a chi c’era – e verrà traversato dalla raffica dei sàtori – e per chi nemmeno s’immagina che ci sia stato un tempo – in fondo nemmeno tanto lontano – in cui ascoltare la musica del cuore e alimentare l’immaginazione erano dei cimenti di tale portata. Poi, col passare delle pagine, il giovane Riccardo cresce, s’imbatte in alcuni incontri propiziatori (primo fra tutti quello con Paolo Carù, il pusher di dischi rari per antonomasia, e molto di più), lascia evolvere la propria in passione in qualcosa di più ampio e maturo, che comincia a somigliare una professione: cominciano le avventure editoriali, cresce la reputazione, si gioca una parte nello scenario di un mercato musicale che finalmente contemplava l’informazione. Da lì si diparte una lunga vita fatta di musica e vissuta di rado lasciando il rassicurante nido del proprio posto, l’osservatorio appartato, il fortino da cui mappare cambiamenti e rivoluzioni della cultura pop.
Però restano indimenticati e sostanziali quegli inizi, quel gusto da pionieri, quella sensazione di esclusività: Beatles, Zappa, Hendrix, Mayall, Dylan, chissà quanti altri, un Olimpo di figure scintillanti, spesso bislacche, un’inesauribile vena di emozioni. La tentazione di specchiarsi nel memoir di Bertoncelli è forte, perché tanti di noi hanno vissuto travolgenti riti di passaggio di questo genere e adesso tutto appare lontanissimo, per non dire quasi impossibile. Per cui conviene non cedere alle nostalgie e delegare il compito di raccontare il come eravamo a un uomo che poi ha saputo seguire il passo dei tempi e che nel ricordare ha il gusto di metterci tutta l’ironia e la leggerezza del caso perché, in fondo, questo è il racconto di una grande fortuna.