Al Serraglio le ragazze imparavano a cucire guanti, stoffe e berretti (in foto, una ragazzina che si credeva fosse una ex prostituta bambina. Getty)
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I corridoi della misericordia. Speranze e misteri del Real Albergo dei Poveri
Una storia collettiva che ha attraversato i secoli e di cui è possibile riagguantare lacerti attraverso le voci, i documenti, gli oggetti raccolti nella mostra curata da Laura Valente dentro il grande refettorio dell’ospizio per le celebrazioni dei 2.500 anni di Napoli
“’O chiammate ancora Serraglio? Ma tu ’o ssaie ca ccà stanno ’e figlie d’’e primme galantuommene!”
Salvatore Di Giacomo, ’O mese mariano
La più grande utopia napoletana vanta una facciata con 400 finestre lunga 385 metri, cinquanta in più del monumentale ospizio San Michele a Roma; è profonda 148 metri e alta 42; contava 430 stanze e sette livelli; messi in fila, i suoi corridoi misurerebbero nove chilometri. Ottomila però è il numero più importante, ossia quello degli ospiti che il Real Albergo dei Poveri era destinato a contenere, anche se è impossibile calcolare a quanta gente abbia offerto vitto e alloggio nella sua incompiuta e tormentata storia, che cominciò con la posa della prima pietra il 7 dicembre 1751 e nemmeno si concluse veramente con il terremoto del 23 novembre 1980, quando ci vivevano ancora tremila ragazzi. Per qualsiasi napoletano, questo monstre biancheggiante su piazza Carlo III, al termine di via Foria, è più di una mastodontica architettura che doveva alloggiare (e redimere) tutta la plebe più disgraziata, come recita l’ambiziosa scritta sull’ingresso principale: Regium Totius Regni Pauperum Hospitium. Il Real Albergo dei Poveri è stato ed è, soprattutto per chi non c’è mai entrato, un’entità misteriosa con zone d’ombra e luce, un gigante di cui ogni tanto, dal 2005, il Comune restituisce un pezzo ristrutturato e che dovrebbe tornare interamente alla città nel 2029, al costo complessivo di 248 milioni di euro tra finanziamenti del Pnrr e risorse del Fondo di sviluppo e coesione. Potrà ospitare la Biblioteca nazionale, festival, attività ricreative, congressi, una sezione del Museo archeologico nazionale, uno studentato, persino negozi. La scoraggiante mole ha sempre avuto il pregio di incoraggiare idee, dai Borbone al Regno d’Italia alla Repubblica. Nel secondo Novecento l’anima fiduciosa e fosca dell’Albergo, un mosaico di vite drammatiche con qualche lieto fine, ha convissuto tra i cortili e i labirintici locali con il tribunale dei minorenni, il reclusorio, un pezzo dell’archivio di stato, la facoltà di sociologia, una caserma dei vigili del fuoco, gli uffici comunali e una palestra. La struttura è diventata anche rifugio di incerta legalità per più di ottanta di famiglie che si sistemarono negli ex magazzini dell’ala sinistra, se ne andarono dopo il terremoto ma tornarono; ha ispirato un romanzo di Tahar Ben Jelloun; è stata inclusa dall’Unesco nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità; è stata forse anche teatro di più losche faccende che non conosceremo mai.
Metteva paura. A Napoli non lo chiamavano Albergo dei Poveri. Lo chiamarono Serraglio. Quando le minacce materne venivano ancora prese sul serio, questo nome che richiama le belve esotiche in gabbia spaventava i bambini indisciplinati come una irreversibile destinazione punitiva: “Te ‘nzerro dint’’o Serraglio”. Orfani, pitocchi, anziani senza famiglia, inabili, vagabondi, prostitute bambine composero il suo disperato e speranzoso popolo. Una storia collettiva che ha attraversato i secoli e di cui è possibile riagguantare lacerti attraverso le voci, i documenti, gli oggetti raccolti nella mostra curata da Laura Valente dentro il grande refettorio dell’ospizio per le celebrazioni dei 2500 anni di Napoli: Ancora qui. Prologo. L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose. L’esposizione doveva chiudersi il 2 marzo scorso ma è stata prorogata al 30 aprile per una ragione normale e una particolare. La prima è il successo di pubblico dettato dalla curiosità di visitare gratuitamente uno tra i luoghi più significativi e meno accessibili della città; la seconda è stata l’apparizione (e sparizione) dei santini. E’ accaduto che le resuscitate memorie del Serraglio abbiano schiuso una breccia nei ricordi di chi vi fu ospitato o dei relativi discendenti: vanno a deporre immaginette sacre tra le ciotole ossidate dei pasti riesumate assieme a scarpe, letti, registri e pentoloni, poi tornano a riprendersi le figurine qualche giorno dopo. Come se volessero magnetizzarle o trasferire con loro una benedizione nei luoghi in cui quel certo santo o la Madonna avevano protetto un tal bambino o esaudito il voto di tal altro orfanello, magari uno dei tanti Esposito napoletani. La circostanza ha spinto Valente ad aprire la campagna “Aiutaci a ricostruire una storia”, con una casella mail ([email protected]) cui indirizzare testimonianze, notizie, documenti sulle persone che vissero nell’Albergo.
Già s’è fatto avanti qualcuno, come i due signori molto anziani che nel settembre 1943, da scugnizzielli, parteciparono all’insurrezione di popolo contro le truppe tedesche quando saccheggiarono i depositi alimentari del Serraglio. Per quei bambini era casa loro. La volgarità digitale degli influencer da TikTok non ha abolito il bisogno della devozione fisica. La deposizione di santini ricorda quella praticata nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, ai Tribunali, dove i fedeli vanno a poggiare tra i teschi antichi le foto dei defunti, che col tempo e il microclima si disfanno come avviene ai corpi nella terra consacrata. C’è affinità tra le ciotole emisferiche recuperate per la mostra e i crani anonimi pregati dai credenti, tra quei crani e i bambini senza nome che crebbero al Serraglio. C’è una corrispondenza tra le anime purganti nell’aldilà e quelle che scontarono un purgatorio di stenti già nell’aldiqua. Non è forse un caso che la costruzione dell’Albergo fu caldeggiata alla regina Maria Amalia, consorte di Carlo III, dal frate domenicano Gregorio Maria Rocco, il quale ebbe anche l’idea di moltiplicare le edicole dedicate ai santi e alle anime “pezzentelle” nel centro urbano. Ceri e candele sempre accesi rischiaravano i vicoli ancora privi di illuminazione pubblica, che nottetempo diventavano ricetto dei malfattori.
Carlo III fu il sovrano lungimirante che in un quarto di secolo trasformò l’ex viceregno in una nazione moderna, ridimensionò il potere baronale e il parassitismo ecclesiastico, riformò l’università e soppresse il tribunale del Sant’Uffizio, alimentò l’economia (e il prestigio della corte) con la costruzione di grandi opere come le regge di Caserta, Capodimonte, Portici e il Teatro San Carlo, inaugurò gli scavi di Ercolano, la fabbrica di porcellane, costituì un esercito con cui difese il nuovo regno dall’invasione austriaca nel 1744. Si emancipò dall’influenza spagnola grazie a uno straordinario segretario di stato, il giurista toscano Bernardo Tanucci, e favorì la fioritura delle arti e delle lettere. Il Settecento fu il secolo d’oro napoletano: “un periodo” scrisse Benedetto Croce “di progresso nazionale”. “Come dappertutto allora in Europa, nel ripensare il passato e nel vedere i miracoli della cultura e delle illuminate monarchie, il petto si allargava a un respiro di soddisfazione e di fiducia”. La città però soffriva di un’enorme piaga: “La plebe e il lazzaronismo”, “divenuti di fama mondiale, salirono quasi agli onori della leggenda”. Bisognava intervenire come avevano fatto in altre città europee, ma con maggior ambizione. Così nel 1751 Carlo III emana l’editto che sancisce l’edificazione del Real Albergo dei Poveri, ma non per un intento pietistico e assistenziale. La miseria, quando non fosse condizione obbligata come per “vecchi, storpi, ciechi ed inabili alla fatica”, veniva condannata e si doveva riscattare col lavoro da quella parte di poveri “vagabonda e robusta, la quale determinasi a professar la mendicità, per menare espressamente una vita oziosa, e libertina”. Valeva lo stesso per “pupilli, ed orfani, che assuefacendosi al mestiere del limosinare senza cristiana educazione, e senza apprendere arte alcuna, divengono col tratto del tempo, non solo inutili, ma facinorosi, e perniciosissimi allo Stato”.
Il re non fece in tempo a vedere terminato l’Albergo, che d’altra parte rimase incompiuto rispetto al progetto originale dell’architetto Ferdinando Fuga in cui si prevedeva addirittura una facciata di seicento metri. Tuttavia, sin dal 1773 gli ospiti del Serraglio cominciarono a imparare mestieri secondo gli intenti sociali vagheggiati nell’editto. Fu progressiva l’apertura dei corsi di giardinaggio, di sartoria e di un laboratorio tessile; nel 1802 s’inaugurarono le lezioni di calligrafia e di ornato; tra il 1827 e il 1838 nacquero una stamperia, le scuole elementari e quella di musica che diventò il vivaio per le bande dei reggimenti militari e mantenne un eccellente livello anche nei periodi di decadenza del Serraglio seguiti alla fine della dinastia borbonica. Ne testimoniò in una famosa inchiesta la giornalista e garibaldina inglese Jessie White Mario nel 1876. Speculazioni personali, sopraffazioni disciplinari, minute corruttele nell’amministrazione ridussero l’istituzione all’abulìa suscitando persino una rivolta degli internati nel 1866 (l’anno dopo fu nominato commissario straordinario l’integerrimo Antonio Winspeare, ma fu accoppato da un ricoverato e riportò lesioni permanenti). Malgrado tutto, però, l’alternativa della strada era peggiore: al Serraglio perlomeno le ragazze imparavano a cucire guanti, stoffe e berretti, a fabbricare scarpe eleganti, spilli e fiori di carta, ad apparecchiare una mensa. Al compimento del ventunesimo anno, chi di loro non finiva a servizio di qualche nobile famiglia o, peggio, sposata a chi non poteva trovar moglie altrimenti, riusciva a vivere del suo lavoro: molte s’impiegarono nelle maestranze dei teatri napoletani; altre furono salvate da un’esistenza vegetativa dovuta alle menomazioni. L’ospizio rimase all’avanguardia nell’istruzione dei sordomuti e soprattutto delle sordomute: “parlano e intendono con tale rapidità e sicurezza da sembrare impossibile che non vi odano”, riferì ammirata White Mario in quel suo libro La miseria in Napoli, tanto che due rampolli Rothschild dediti alla filantropia andarono a studiare le metodologie didattiche dell’Albergo.
Per la mostra in corso, che espone anche opere ad hoc di artisti contemporanei (Mimmo Jodice, Norma Jeane, Luciano Romano, Antonella Romano), sono stati recuperati volti e vicende emblematiche. Ci sono le fotografie ingrandite di Maria e di Assunta detta Tina, piccole prostitute che sembrano uscite da La pelle di Curzio Malaparte e che al Serraglio diventarono ricamatrici; c’è un pannello dove si racconta di Alfredino Ferri, che s’arrampicò su un davanzale per divertire i compagni con il gioco delle ombre cinesi ma mise un piede in fallo e volò giù in un pomeriggio d’agosto del 1909. Storie di monelli di tutti i tempi, ossia scugnizzi come quelli raccontati dal poeta Ferdinando Russo, che dormivano privi di un tetto al riparo dei banconi o sotto i carri del mercato. Un’infanzia “in balìa del Caso” fino a quindici, sedici anni, quando “fatti adulti, non possono altro diventare – meno qualche rara eccezione – che Gente ‘e mala vita”. Si sfidavano scalzi e sudici a chi facesse volteggiare più a lungo lo strummolo, la trottola di legno, e come trottole erano essi stessi ignorando quanto e come avrebbero girato le loro vite proiettate da una sorte incognita ma prevedibile, perché – diceva un implacabile proverbio – “chi nasce ‘ncopp’â paglia va a murí dint’ ô Serraglio”.
Ogni utopia esibisce, per definizione, anche il proprio fallimento. Quella di re Carlo e del successore Ferdinando pretendeva di prendersi cura dei sudditi dalla culla alla tomba, come un giorno avrebbe scritto Stefan Zweig a proposito della monarchia asburgica rievocando il suo “mondo di ieri”. Così, dopo l’Albergo dei Poveri venne commissionato sempre a Ferdinando Fuga il Cimitero delle 366 Fosse (ciascuna per un giorno dell’anno) destinato agli indigenti che non potevano aspirare a più degna sepoltura. Molti passarono da un letto dell’Albergo a una buca di quel camposanto, che tanto suggestionò Daniele Del Giudice da ispirargli un racconto frenetico e potente intitolato Fuga, anche per rievocare l’architetto. Ne ha fatti riempire di taccuini il ciclopico ospizio e ancora se ne riempiranno. Il più recente è stato quello di Stella Cervasio con le fotografie di Riccardo Siano, edito da Langella nel 2023: Taccuino dal serraglio è un viaggio tra i “bassi rialzati” – così li chiamano – sui tetti dell’Albergo, dove dimorano famiglie “che fanno parte delle architetture stesse di questi luoghi”. Ottocento persone incollocabili per la burocrazia, annidate “nel segreto di un edificio che è una montagna e che tutto accoglie e sembra digerire”. Non esagerò nel patetico Salvatore Di Giacomo quando mise in scena ’O mese mariano, da cui Umberto Giordano poi trasse un’opera in un atto: è la storia di una donna costretta dal marito a consegnare al Serraglio un figlio avuto prima del matrimonio. Quando torna a visitarlo, nessuno ha il coraggio di informarla che è appena morto di meningite: le faranno credere che il suo Peppeniello è in un coro di bambini incolonnati per la messa. Forse solo chi porta i santini là dentro può sapere quante storie come questa, ma speriamo anche felici, si siano consumate tra quelle mura borboniche.