Chi dice yiddish

Alberto Riva

Lingua nata dalla necessità e aspirante al sublime, minacciata e dimenticata. L’opera di Isaac Singer ne custodisce la ricchezza

“Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò in Babilonia: il Talmud. Lo cheder dove studiavo era un locale in cui il maestro mangiava e dormiva e sua moglie faceva cucina. Là io non studiavo l’aritmetica, la geografia, la fisica, la chimica o la storia, ma le leggi che stabiliscono come ci si deve comportare con un uovo deposto durante un giorno festivo, e sacrifici celebrati in un tempio distrutto duemila anni orsono”. Travestito da Aaron Griedinger, il protagonista di Shosha, è lo stesso Isaac B. Singer a darci questo scorcio autobiografico nell’attacco del romanzo apparso la prima volta nel 1978, lo stesso anno in cui allo scrittore polacco naturalizzato statunitense verrà conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Come tutti gli altri suoi romanzi e racconti, anche Shosha era stato scritto in yiddish. Singer non scrisse mai in nessun’altra lingua. Normalmente i suoi racconti uscivano a puntate sul quotidiano socialista degli ebrei newyorkesi, “The Jewish Daily Forward” (“Forverts” in yiddish), fondato da Abraham Cahan (detto Abe), figura leggendaria che non avrebbe sfigurato come sulfureo caporedattore in una commedia di Billy Wilder – altro ebreo polacco.

  

Il “Forverts” circolava tra la massa di scaricatori, facchini, salatori di baccalà, ma anche impiegate, contabili, professori disoccupati, rabbini e intagliatori di gemme che si erano riversati in America dapprima a causa dei pogrom dello zar Alessandro II e poi dell’ascesa del nazismo in tutta Europa. Alla fine degli anni Trenta, il giornale arrivò a tirare quasi trecentomila copie, dal momento che le sue pagine raggiungevano, per posta, persino gli ebrei emigrati a Tel Aviv, Buenos Aires e Parigi. Ai lettori transfughi piacevano le storie, un po’ tragiche, un po’ magiche e sicuramente umoristiche di Singer, classe 1904, il quale con l’ausilio di suoi collaboratori traduceva poi i racconti in inglese per la pubblicazione in volume. Al momento della sua morte, nel 1991 – trentacinque anni fa – Singer lasciò molti inediti che spesso, usciti sul giornale, non erano mai stati raccolti in volume: è il caso della “trilogia gangster” di Varsavia, Keyla la Rossa, Max e Flora e Ritorno in via Krochmalna che Adelphi ha preso da qualche anno a pubblicare per la prima volta in Italia a cura di Elisabetta Zevi.

   
A ben vedere, quella “che alcuni non considerano affatto una lingua” ha dato luogo a una delle opere più profonde e fortunate della letteratura mondiale – e prima di lui c’erano stati Sholem Aleichem, Mendele Mocher Sforim, Sholem Asch e altri. A New York, quando Singer ci arrivò nel 1935 chiamato da suo fratello Israel J. Singer, romanziere già affermato e che sarebbe morto prematuramente nel 1944, lo yiddish sopravviveva anche nella vivace quanto semi-clandestina scena teatrale di autori come Abraham Goldfaden, Joseph Lateiner e Jacob Gordin.

  

Nell’Ottocento era parlato da 10 milioni di persone, ridotte a 4 dopo la Seconda guerra mondiale, oggi sarebbe utilizzato da circa 400 mila individui

 

Lo racconta Singer nella silloge di articoli A che cosa serve la letteratura, recentemente tradotta per la prima volta da Marina Morpurgo per Adelphi. Del volume, a parte alcune sagaci riflessioni su stile e meccanismi narrativi, i capitoli più interessanti sono proprio quelli in cui l’autore di capolavori come Gimpel l’idiota (probabile prossima ritraduzione di Adelphi), Il mago di Lublino e Ombre sull’Hudson racconta splendori e miserie della sua lingua madre, che nella seconda metà del Diciannovesimo secolo era parlata quotidianamente da circa dieci milioni di persone, ridotte a quattro milioni dopo il secondo conflitto mondiale e oggi, secondo quanto riportato da Anna Linda Callow nel suo La lingua senza frontiere (Garzanti, 2023), sarebbe utilizzata da circa 400 mila individui. Nel 2010, una ricerca dell’Unesco stimava le lingue presenti nel mondo tra le 7 e le 10 mila, delle quali almeno il 40 per cento in via d’estinzione. Non sappiamo se tra queste lo yiddish abbia mai rischiato davvero di scomparire, ma sembra abbastanza evidente che qualcuno ci si è messo con impegno.

  

Ebbene, da dove viene questa lingua? Anna Callow racconta che gli ebrei emigrati sulle rive del Reno indicavano quel luogo come Ashkenaz, vocabolo da allora usato come sinonimo di Germania. Gli ebrei avevano cominciato a convergere in Renania dall’Italia, principalmente Lucca, e dalla Francia del nord, durante il IX secolo. Si portavano dietro le lingue d’origine, un mix di idiomi volgari e latino, che poi furono abbandonate per abbracciare la lingua locale, il tedesco parlato dell’epoca. Mentre la comunità ashkenazita si espandeva via via nell’Europa orientale lo yiddish prendeva vita, una combinazione di ebraico (che era la lingua della Torah), tedesco e slavo. Lo yiddish, dunque, è solo una delle diverse e numerose lingue appartenenti al gruppo delle “lingue giudaiche”, sorte tra gli ebrei della diaspora nutrendosi degli idiomi dei luoghi in cui si insediarono. Tra questi, per esempio, il giudeo spagnolo o ladino (la lingua degli ebrei sefarditi, da non confondere con l’omonima lingua delle Dolomiti), e il giudeo arabo, lingua nella quale il celebre rabbino Maimonide (1135-1204) scrisse il suo fondativo commento al Pentateuco, la Mishneh Torah.

  

Lo yiddish è solo una delle numerose  “lingue giudaiche”, sorte tra gli ebrei della diaspora nutrendosi degli idiomi dei luoghi in cui si insediarono

  

Il padre di Singer, il rabbino Pinchos Menahem, pur vivendo a Varsavia non sapeva il polacco, parlava lo yiddish e usava l’aramaico per redigere testamenti e divorzi, e tutto quel gran minestrone idiomatico discendeva, in qualche modo, dal libro della legge di Dio. La ricchezza dello yiddish – il suo essersi imposto come una delle più ricche lingue letterarie del Novecento – si deve proprio a un tale inestricabile intreccio di aspirazione al sublime e necessità triviale, quotidiana, terrena.

 

Sentite questo brano, tratto da Alla corte di mio padre (traduzione di Silvia Pareschi), in cui Singer parla del villaggio in cui era cresciuto: “Radzymin era diventata il fulcro di una nuova dinastia fondata da Reb Yekele, un rabbino miracoloso che in precedenza era legato alle corti chassidiche di Przysucha e Kotzk. Alle donne che gli facevano visita regalava monete magiche e pezzi d’ambra che curavano le malattie. I giovani gli chiedevano di pregare per salvarli dal reclutamento. Si diceva che i suoi incantesimi rianimassero i moribondi. Si vociferava che i suoi rimbrotti aiutassero anche più delle sue benedizioni. Quando una donna andava da lui piangendo per il suo bambino malato, lui gridava: ‘Oh, va’ al diavolo, tu e il tuo bastardo…’. E il bambino guariva immediatamente” (qui è chiaro che con Singer siamo in pieno Amore e guerra di Woody Allen, e c’è molto di Saul Bellow, Mel Brooks e Groucho Marx).

   

Diceva Henry Miller: “Sia che egli scriva di una prostituta, di un ladro, di un assassino, di un apostata, o di chiunque altro, Singer immerge il suo personaggio in un’aura di santità. Vi sono tratti di santi uomini, in particolare nei romanzi, tolti dai quadri di Rembrandt. Persino i logori e familiari oggetti della casa e dell’officina o della bottega, sono immersi in questa luce calda di religiosità e di rispetto. Il tempo qui non ha alcun peso. Questi personaggi emergono vivi dall’eternità dell’ebreo. Sognano, lavorano, hanno visioni, vagabondano, cercano e interrogano, ma non c’è alcuna via di uscita, alcuna liberazione. Eppure, conoscono la libertà. Le loro esistenze sono sature di scopo e di significato, anche se tutto sembra senza speranza”.

    

Alla domanda sul perché non avesse abbandonato la lingua madre, Singer rispose: “Perché con questa lingua richiamo un mondo di fantasmi”

    

A principio degli anni Sessanta, il suo editore italiano d’allora, il patron di Longanesi Mario Monti, incontrò Singer a casa dell’editore americano Roger Strauss e gli domandò per quale motivo non avesse mai abbandonato la lingua madre, nonostante quasi nessuno in America la parlasse. Singer rispose: “Mi piace scrivere in yiddish, perché con questa lingua richiamo un mondo di fantasmi. Mio fratello, che è stato per molti anni un esempio per me, cercando di trovare una lingua adatta (che non esiste) per esprimere un certo mondo e certi sentimenti, ha scritto due libri di successo, I fratelli Ashkenazi e Yoshe Kalb, parte in tedesco e parte in inglese. Allora conduceva una lotta per far riconoscere sé stesso e anche noi; ma io non potevo seguirlo. Oggi penso che per descrivere un mondo come quello che ho in mente e che hanno in mente molti altri, vissuti nello stesso momento della storia, una lingua morta come l’yiddish è la più viva”. Un paradosso, ma nemmeno tanto.

   

Il segreto dello yiddish sta proprio nel suo essere patria immaginaria. Singer scrive: “Fino all’età di dodici anni sono stato cittadino russo (…). Nella città di Varsavia, dove mio padre era rabbino, le lingue ufficiali dal tempo della mia nascita erano state il russo, poi il tedesco, poi il polacco, ma io non parlavo bene nessuna delle tre. L’unica scelta per me possibile era quella tra lo yiddish e l’ebraico, ma all’epoca né l’una né l’altra erano considerate lingue nel senso comunemente accettato del termine”. Lo scrittore spiega che ancora nel 1918 l’ebraico era “la lingua dei profeti” e “di autori che professavano il nazionalismo” – e infatti sarà con la fondazione dello stato di Israele che l’ebraico diventa lingua di uso comune e soprattutto si secolarizza. Ma anche in Europa in tanti abbandonarono lo yiddish. Scrittori nati nelle stesse zone, come Joseph Roth, che era un ebreo della Galizia, si formò sul tedesco e scrisse sempre in quella lingua, così come Stefan Zweig, di famiglia ebraica viennese: certo il loro tedesco non poteva non risentire di echi provenienti da quel mondo comune dell’ebraismo religioso – che specialmente Roth da ragazzino conobbe; eppure anche loro, come risulta chiaro dal bellissimo e disperato carteggio 1927-1938 che esce ora per Adelphi, Ombre folli, si sono trovati senza una patria, e in fuga.

    

“Il tema ricorrente dello yiddish era che se un intero giorno passa senza disgrazie è un miracolo del cielo”. Una lingua con “la povertà nel suo midollo”

   

Isaac B. Singer decise invece di abitare nello yiddish, che pure aveva dei limiti: nessuno lo parlava nell’esercito o tra le persone potenti, nessuna grande dame e nessun ingegnere usava quella lingua. “Nessuno avrebbe mai potuto scrivere in yiddish Guerra e pace, Anna Karenina e nemmeno Delitto e Castigo (…), eppure lo yiddish aveva una weltanschauung tutta sua. Il tema ricorrente dello yiddish era che se un intero giorno passa senza disgrazie è un miracolo del cielo (…). Lo yiddish ha la povertà nel suo midollo. E’ la lingua di chi ha paura, non di chi la suscita”.

  

Noi che oggi ci troviamo a poter disporre di una cassetta degli attrezzi linguistica belle e pronta, con tutti i suoi cacciaviti, pinze e martelli già torniti, fatichiamo a capire cosa voglia dire inseguire una lingua in via di formazione e per di più minacciata; gli armeni hanno vissuto lo stesso dramma durante il genocidio perpetrato dai turchi; la Polonia dove Singer ha trascorso una parte della giovinezza ha conosciuto la russificazione della lingua ufficiale da parte dell’Unione Sovietica, così l’Ucraina i cui confini cambiavano continuamente, e che ancora oggi si trova a dover fare i conti con una popolazione plurilingue (le lingue regionali poi sono decine) dove la scelta tra ucraino e russo travalica le ragioni culturali ed è motivo non solo di scontro politico, bensì ancora una volta di persecuzione e di guerra. Ci sono scrittori oggi, come l’ucraino Andrij Kurkov, che continuano a scrivere in russo e altri, come la giornalista e poetessa Victoria Amelina, uccisa nel 2023 in un bombardamento, che scriveva in ucraino. In uno di questi illuminanti saggi, Singer racconta che in Polonia anche lo yiddish era come una bandiera da usare a seconda degli scopi: gli yiddishisti di sinistra cercavano di identificare lo yiddish con la rivoluzione sociale, “La Russia aveva promesso ai propri ebrei un’autonomia culturale yiddish e persino una repubblica autonoma, il Birobidžan” che, detto per inciso, finirà malissimo, e scrive: “Le opere di Marx, Lenin, Bucharin e Stalin furono tradotte in yiddish (…). Ma i poteri che decidono il destino delle cose stabilirono che questa fioritura yiddish non dovesse durare. L’antisemitismo di Stalin e la politica sovietica che appoggiava in tutto il mondo i nemici degli ebrei posero fine, una volta per tutte, alle speranze dei comunisti yiddish nella Russia sovietica e in qualunque altro posto. Sembra essere destino dello yiddish rimanere ciò che è sempre stato: una lingua dell’esilio”. E forse, sembra suggerire Singer con quella sua maniera sardonica e oracolare, questa vita raminga è il doloroso segreto della sua sopravvivenza: “Per quel che riesco a vedere, il mondo intero aspira a una cultura che sia sempre più indipendente da un dato territorio e sempre più espressione dell’umano bisogno di individualità. Se l’umanità dovesse mai diventare davvero libera, il numero delle lingue dovrebbe aumentare, non diminuire. Si svilupperebbero in questa direzione non solo le lingue moderne, ma anche le lingue antiche, che resusciterebbero. Alcune di esse sono tornate in vita persino ai giorni nostri – l’ebraico, il lituano, l’ucraino, il bielorusso, il gaelico e numerose altre”.

   

E lo yiddish? Qui Singer anticipava di nuovo Woody Allen, buttando là: “Credo nella Resurrezione e sono sicuro che milioni di cadaveri usciranno dalle loro tombe per chiedere: ‘Che c’è di nuovo?’. Questa domanda la faranno in yiddish e allora l’yiddish sarà molto vivo”.

   

Di più su questi argomenti: