Getty
Il genio sul lettino
“Tra Leonardo e Freud”: creatività, sublimazione, velature simboliche. Un saggio a più voci
Il percorso proposto nel testo da Anna Maria Pedullà si muove in un sentieri parallelo e allucinato, erotico ed estatico contemporaneamente. Il contirbuto di filosofi, storici dell'arte e psicoanalisti
Il fil rouge che attraversa tutti i testi del volume Tra Leonardo e Freud (a cura di Anna Maria Pedullà, Ets, 232 pp., 20 euro) è un interrogativo: la sublimazione è un promemoria del nostro destino? Che cos’è esattamente? Il percorso proposto dalla Pedullà si muove in un territorio metafisico: tale sentiero parallelo e allucinato è erotico ed estatico al contempo. Il volume raccoglie i contributi di filosofi, storici dell’arte e psicoanalisti. Il punto di partenza è il saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in cui Freud prende in esame un singolare episodio riferito dal genio rinascimentale, ravvisando, nell’accadimento, i primi indizi di una omosessualità latente, poi meravigliosamente sublimata nell’opera. Ancora in fasce, l’autore della Gioconda venne colpito sulle labbra e percosso più volte, dentro la bocca, dalla coda di un nibbio.
La superiore necessità del genio sembrerebbe generarsi da una particolare pulsione, molto simile, negli effetti, a quella che il padre della psicoanalisi chiama capacità di sublimazione. Per Freud, che ne parla per la prima volta nel 1892, in una lettera all’amico Wihelm Fliess, essa è un meccanismo di difesa psichico che trasforma le pulsioni considerate inaccettabili in attività socialmente accolte e celebrate, come l’arte, il lavoro o la religione. E se, invece, tale dirottamento delle energie pulsionali non fosse solo un processo di conversione, ma possedesse una spinta più originaria? Innanzitutto – considera la Pedullà – non è una rimozione, giacché non de-sessualizza il moto istintivo, ma, anzi, esige l’introiezione, ovvero una maggiore consapevolezza narcisistica: la pulsione sessuale o aggressiva ritorna al mittente, che la può così reinventare.
Per Freud, la creazione di un’opera non scaturisce ex abrupto dall’inconscio, ma passa attraverso una velatura simbolica. In Psicologia delle masse e analisi dell’io, leggiamo: “La psicologia individuale è, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Ma questa intuizione di Freud vale anche per l’uomo di genio? Qual è il luogo in cui inventa la sua arte? Inventare, etimologicamente, deriva dal latino “invenio” e significa “trovare”. Sublimare permette di ritrovare qualcosa che eccede la pulsione e che sembra smarrito. Questo qualcosa è simile a un fuoco, una potenza antica che ripara (per dirla con Melanie Klein), di volta in volta, l’oggetto d’amore perduto: per la psicoanalista austriaca, la creazione è sempre una riparazione, poiché libera dall’angoscia.
L’incandescenza, questa potenza segreta, non è mai del tutto rappresentabile. Tuttavia, il processo di sublimazione attinge le sue invenzioni nella camera oscura dei destini individuali, sviluppando il negativo di fotografie mai scattate che sembrano provenire da una terra lontana. Questa operazione è tanto più urgente per il genio, che spesso cerca le tracce di un tempo perduto e che, forse, non è stato mai. Quale coperta stendono i ricordi sul vissuto e sull’esperienza infantile? Come nota Fabbri, citando Ricordi di copertura di Freud, l’inconscio “opera” una dialettica: comunica creativamente “formando” memorie. Ma le res gestae del genio non hanno né luogo né tempo, semplicemente sono già, da sempre, sublimate. Proprio laggiù, in un altrove, dove il desiderio vaga senza oggetto, nel luogo segreto del rinvenimento dei brandelli di una storia, il genio si riconosce. Laggiù, nella Terra Lontana in cui Eros e Thanatos sono stati introiettati, là dove le “crisi di irrealtà” (Max Blecher) sono prossime alla follia, egli fonda la propria autonomia creativa e la salute sui lacerti che trova e che non smette di riparare.