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Eschilo per il sì
Tragedia e giustizia. La separazione delle carriere spiegata dalle Eumenidi
Nella metatragedia di Eschilo, i giudici non possono essere della stessa razza dell’accusa, o della difesa. L’opinione dei Greci è inequivocabile: la terzietà è una cosa seria
L’ipotesi più affascinante sulla nascita della tragedia attica resta quella di Aristotele e Nietzsche: il teatro affonderebbe le radici nei cori in onore di Dioniso. La spiegazione più probabile, oggigiorno, è meno ebbra: Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet, Nicole Loraux, Walter Burkert, convergono sull’idea che la tragedia è costruita su un agon, un confronto tra due parti portatrici di prospettive inconciliabili, la cui struttura assomiglia a un’udienza: accusa, difesa, turni di parola. La tragedia non è emersa dai flutti della musica – come pensava Nietzsche – ma è fin da subito “verbosa”. Inoltre, il suo lessico è zeppo di categorie giuridiche: dike, giustizia, krisis, decisione, nomos, legge, hybris, violazione. Paradigmatiche, da questo punto di vista, sono le Eumenidi di Eschilo, una specie di metatragedia che, mettendo a tema se stessa, racconta la nascita del processo giudiziario.
Per vendicare la morte del padre Agamennone, Oreste ha ucciso la madre Clitennestra. Le Erinni, figlie della Notte e custodi dei legami di sangue, che lo perseguitano, hanno già emesso la sentenza: “Perfette giustiziere ci stimiamo”. Atena frena il loro ardore e crea il primo tribunale della polis: le Erinni rappresenteranno l’accusa, Apollo la difesa, ma nessuna delle due parti pronuncerà il verdetto su Oreste. Non saranno né gli inferi né l’Olimpo a decidere, ma una parte terza: gli uomini riuniti nell’Areopago. I giudici non possono essere della stessa razza dell’accusa, o della difesa. Accusa e difesa sono entrambe “divine”, perché non conoscono i tormenti del dubbio. Le Erinni non esitano mai, Apollo nemmeno. Sono abitati da Peitho, la Persuasione, che trascina e non fa domande. Accusare e difendere sono impulsi arcaici, irresistibili come una tempesta. Ciascuno a senso unico. “Siete due qui in causa: finora, odo mezza verità”, dice Atena alle Erinni.
La norma del nostro Codice penale, per cui “il pubblico ministero svolge accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” avrebbe fatto sorridere le talassocrazie amanti della libertà, Atene e Gran Bretagna, che riconoscono il pm per quello che è: non certo un organo imparziale. I legulei inglesi, educati ai classici, lo hanno sempre saputo: il prosecutor è un advocate. Il giudice è di tutt’altra pasta. Non persegue né protegge, perché sa esitare. I giudici dell’Areopago sono chiamati a interrogarsi e contare i voti. Il loro compito è arbitrare una lotta e trovare una qualche chiaroscurale verità. Solo chi non è cresciuto alla scuola della persuasione può mordersi la lingua dieci volte prima di decidere. L’opinione dei Greci è inequivocabile: il giudice non deve essere imparentato, nemmeno alla lontana, con uno dei due impulsi divini. Altrimenti la sua terzietà non è una cosa seria. La giustizia è giusta quando difesa, accusa e giudizio sono funzioni assegnate a stirpi diverse, e restano tali.