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dalla biennale

Il sistema Smithsonian a Venezia

Maurizio Crippa

L'annunciata partecipazione della Russia alla Biennale 2026 ha acceso il dibattito sull'autonomia delle istituzioni culturali. Nel perimetro delle democrazie liberali esiste una linea rossa che separa il potere esecutivo dall'indipendenza della ricerca, delle arti e della cultura

Scorrendo l’elenco della ventina di musei che fanno parte del sistema dello Smithsonian Institution si incrociano il Smithsonian Anacostia Community Museum, il Museo e centro per la storia e cultura americana e africana, il Museo nazionale di storia e cultura afroamericana, il National museum of african art, il National museum of the American Indian. Tutta una apertura e attenzione ai nuovi mondi, e molti saluti quelli vecchi e bianchi, che farebbe concorrenza alla Biennale di Venezia come piace a Pietrangelo Buttafuoco; ma anche molta voglia di scappare alla National Gallery o al Museo Correr. Due posti che Trump non frequenterebbe, ma è difficile dargli torto se non si appassiona nemmeno allo Smithsonian. Che è però un grande complesso culturale, autonomo per tradizione bipartisan sebbene finanziato da denari pubblici per la maggior parte e con un board in cui siedono il vicepresidente degli Stati Uniti e il capo della Corte suprema: dunque con uno status d’indipendenza non proprio scritto nel marmo. Eppure tutti, nel mondo libero, sono insorti a difesa della sua indipendenza quando lo scorso anno il presidente Maga si presentò con ordini del giorno da repulisti ideologico e la forbice in mano. Lo Smithsonian non si tocca, perché non si tocca la cultura. La stessa sacrosanta reazione il mondo libero ha avuto in difesa di Harvard e di altre grandi università minacciate di tagli o di gravi lesioni alla propria autonomia. Poi è arrivata la Biennale.

Ad Harvard, e non solo in quella università americana, si erano raggiunti picchi di antisemitismo da scandalo internazionale, era giusto e necessario intervenire. Ma tutti hanno giustamente detto, tranne i trumpiani d’afflato o d’osservanza che non spettava all’Amministrazione americana risolvere questioni inerenti alla sfera autonoma delle istituzioni culturali. Esiste, nel perimetro delle democrazie liberali, una linea rossa che separa il potere esecutivo dall’autonomia della ricerca, delle arti, della cultura. Anche laddove sia di common law, o consuetudinaria. Poi è avvita la Biennale di Venezia 2026 e l’annunciata, dalla Russia, apertura del proprio padiglione. E’ successo il patatrac politico che sappiamo. Una presa di posizione contraria molto forte, rispetto agli standard ciarlieri, da parte del governo italiano, via ministero della Cultura. Politicamente legittima, quanto all’espressione di un disaccordo, e supponiamo anche motivata dall’intuizione che l’esecutivo si sarebbe potuto trovare in difficoltà, o seduto dalla parte sbagliata, rispetto alle facili critiche internazionali. E poiché il governo italiano ne ha già parecchi, di spifferi internazionali da tamponare purchessia, mancava solo questo su una quisquilia come la cultura.

 

Nessuno può ancora dire come finirà la contesa, illuminata a giorno, inoltre, da qualche fastidioso bagliore di personalizzazione e da scontri interni alla maggioranza intuibili. Ciò che invece è evidente è che le minacciate misure contro la Biennale da parte dell’Europa, con l’aria di non conoscere benissimo le regole, ma anche le mosse del governo italiano, hanno qualche scoglio difficile da aggirare. Succede persino in Laguna. Ad esempio, a differenza dello Smithsonian, la Biennale uno statuto in carta da bollo ce l’ha. La Fondazione La Biennale è un ente autonomo con personalità giuridica di diritto privato. E ci sono una serie di regole che non vanno ignorate. Ad esempio quella per cui la Russia non è stata invitata alla 61esima edizione, ma lo ha comunicato in base alla procedura ordinaria prevista dal regolamento per i paesi che possiedono un proprio padiglione ai Giardini. La Russia è proprietaria dal 1914, c’era lo zar. La Biennale prende atto della comunicazione e solitamente non interviene. Il ministro Alessandro Giuli ha chiesto le dimissioni dal Cda di Tamara Gregoretti, membro di nomina governativa, in quanto sarebbe “venuto meno il rapporto di lealtà”, perché Gregoretti non aveva informato il ministero della novità circa la partecipazione russa. Si parla a nuora, perché altra possibilità formale non c’è. Va detto che nel 2022 era stata Mosca a ritirarsi, e nel 2024 aveva concesso il proprio padiglione alla Bolivia. Quindi non una esclusione. Anche la ventilata sospensione del fondo di due milioni di euro che l’Ue destina alla Biennale non sembra una minaccia troppo forte per un ente con le spalle grosse. La rivendicata autonomia dello Smithsonian può valere anche per la Biennale? Chissà. Certo nulla è eterno. Durante il fascismo la Biennale fu centralizzata, il suo statuto cambiò, divenne un ente autonomo per decreto regio, sottraendolo così al Comune di Venezia e ponendolo di fatto sono il controllo sia di nomine sia culturale del regime. Il fascismo fece anche cose buone, grazie all’abilità di un presidente come il conte Giuseppe Volpi di Misurata. La Mostra internazionale d’arte cinematografica nacque nel 1932. Vero è che dal 1942 al 1945 le attività furono sospese. La situzione internazionale attuale è grave, ma forse non ancora paragonabile. Tutto può cambiare, nel mondo nuovo. Ma la prospettiva di porre sotti tutela, seppure sotto la pressione parecchio descamisada dell’Unione europea, una istituzione culturale di tale portata (al di là dei nostri legittimi ronf artistici che Buttafuoco perdonerà), è davvero una buona strada, e praticabile?

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"