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Il libro

Alla luce di Gogol' e Puškin la letteratura è una candela salvata dal diluvio

Marco Archetti

Il racconto “Una giornata di febbraio” di Mark Charitonov comincia come un aneddoto, evolve come un giallo e decolla come un omaggio filosofico pieno d’amore e intelligenza sul senso della letteratura e della vita. Il tutto accudito dalla luce irradiata da due tra i più grandi scrittori dell’umanità

E così, un martedì grasso del 1837, lo scrittore Nikolaj Vasil’evic Gogol’ incontrò sé stesso. Accadde a Parigi. Allontanandosi per un attimo dal tumultuare della folla, rintronato dai festeggiamenti e dalle torride avance di una grossa dama fasciata da un raso di Lione del valore di sedici franchi al metro – una dama “che esalava umido bollore” e odore di lavanda contro le tarme – se la svignò tra “i ripidi argini di pietra degli edifici” della capitale. E infilato un vicolo secondario, rintanatosi dentro un ristorante, gli capitò ciò che mai avrebbe immaginato: imbattersi nel proprio doppio. "Una giornata di febbraio" di Mark Charitonov (Il Saggiatore, 154 pp., 18 euro) comincia come un aneddoto, evolve come un giallo, decolla come un omaggio filosofico pieno d’amore e intelligenza sul senso della letteratura e della vita. Il tutto accudito dalla luce irradiata da due tra i più grandi scrittori dell’umanità: Gogol’ appunto e Aleksandr Puškin. E’ breve e intenso, questo lievissimo racconto lungo uscito esattamente cinquant’anni fa sulla rivista letteraria mensile Novy Mir. E per dodici anni non ebbe seguito perché le autorità sovietiche non ritennero di doverne concedere uno al suo autore, per lo meno fino al 1992, quando Charitonov pubblicò un’opera scritta otto anni prima intitolata Linee del destino e guadagnerà il massimo riconoscimento letterario russo – il romanzo è la ricostruzione della vita di un filosofo immaginario, che sulle carte delle caramelle aveva snodato un’intera opera.

 

Tornando a Gogol’ che incontra Gogol’, e superato l’iniziale stupore, lo scambio tra i due ha più il codice dell’intervista-interrogatorio. Gogol’ è incredulo ma anche divertito dall’idea di parlare con uno che sostiene di essere lui. E vagamente lusingato. “Ecco la gloria”, pensa: “Incontrare un truffatore che si appropria del tuo nome. Perché lo fa?”. Mistero. Intanto, però, lo fa. Al punto che il vero Gogol’ comincia a dubitare di sé: “In fondo, perché non dovrebbe essere proprio Gogol’?”. Il falso Gogol’ – grasso, labbra secche, occhi piccoli e scuri come grani di caviale – risponde a tutte le domande e tira dritto, interpretando sé stesso, cioè, di fatto, il suo interlocutore, con invidiabile e sentenziosa disinvoltura. “Cos’è uno scrittore? Lo scrittore ha la personalità di chiunque altro, ma in forma condensata!”. Poi dà al vero Gogol’ la notizia della morte di Puškin in duello – “ecco la letteratura: sangue che scorre…” – spalancando in lui una botola di ricordi. Come quando, alla luce tremula delle candele, il Maestro, il Grande Padre di tutta la letteratura russa, gli sussurrava: “Si vorrebbe ricavare dalla vita un nucleo, come quello che si trova nella noce. E se invece la vita fosse una verza: scartiamo una foglia dopo l’altra e poi… e poi… non c’è più niente?”.

 

La letteratura come ricerca della verità e il mondo come significato che cerca sé stesso attraverso le pagine: questo splendido racconto ci ricorda che scrivere è cedere all’inesorabile e non può essere semplicemente “un sussulto, il tintinnio di un sonaglio”. E lo fa attraverso un Gogol’ che parla con sé stesso sprofondando nelle proprie segrete, lasciandoci una serie di domande: quanta verità può esserci nella finzione di una pagina? E nella realtà? Non siamo, forse, tutti presunti, tutti sedicenti, tutti impostori, filosofi dilettanti in balia di una passione eccessiva verso il nostro “vile involucro”? “Vista da vicino, la vita confonde le idee,” dice Puškin. E Gogol’, offrendoci la chiave del racconto: “Ho cominciato a scrivere ponendomi sempre questa domanda: perché ho portato alla luce le mie strane creature?”. Quanto alla Russia… “Le sembra piena di tristezza?” chiede Gogol’. “Se lei sapesse con quale smarrimento la scruto…”. Infine, una dichiarazione d’amore. “Io devo sapere che lei esiste”, dice Gogol’ guardando il Maestro. E ha gli occhi lucidi, perché tutta la letteratura è questo: la presenza di qualcuno che ci infonde coraggio, una candela salvata dal diluvio e tenuta tra le mani da due innamorati, che cercano di vedere anche solo un misero lembo di carta da parati sul muro, “per non essere inghiottiti dal buio e per non perdere l’immagine del mondo”.