FACCE DISPARI
Massimo Maggiari, cercatore di sciamani dalla Groenlandia al Messico
Fu l’incontro con il pensiero di Elémire Zolla a segnare il suo destino. I viaggi in Alaska e nell'Artico sulle orme dell’esploratore Roald Amundsen nel Passaggio a Nord-Ovest. Intervista
Fu l’incontro con il pensiero di Elémire Zolla a segnare il destino di Massimo Maggiari, studente di lingue al Magistero di Genova. S’appassionò allo sciamanesimo e poi scoprì il pensiero junghiano ma non immaginava, partendo per l’America per uno scambio estivo, che ci sarebbe rimasto tutta la vita. Massimo Maggiari, sessantasei anni, ha insegnato per un trentennio Lingua e letteratura italiana al College of Charleston in South Carolina. Non è stata una vita accademica sedentaria, perché ha percorso in prima persona i sentieri sciamanici delle letture giovanili, ha visitato a più riprese l’Alaska, la Groenlandia e l’Artico sulle orme dell’esploratore Roald Amundsen nel Passaggio a Nord-Ovest e ha approfondito la cultura inuit studiata da Knud Rasmussen. Infine il suo interesse si è spostato sul Messico, con la scoperta di un italiano divenuto curandero al Cerro Quemado.
I viaggi di Maggiari hanno alimentato sia il lavoro accademico sia i libri che ha scritto. L’ultimo, “Nello spirito dell’Orsa Maggiore” (Edizioni il Ciliegio), è un romanzo ambientato in un inedito scenario tirolese.
Perché tanto l’affascina lo sciamanesimo?
Mi affascinò da subito il tema dell’iniziazione, l’esplorazione di dimensioni ignote, la possibilità di varcare una soglia. Il nostro daimon ci promette un orizzonte di bellezza ma qualche volta ha un costo, perciò molti fingono di non sentire la sua voce. È più comodo. Bisogna bagnarsi i piedi per attraversare un fiume e qualche volta te li senti freddi, malgrado l’eccitazione delle prospettive che ti spinge a proseguire.
Come ci parla il daimon?
È necessario sviluppare l’attenzione per cogliere le sincronicità junghiane. Quando ripenso alla ricchezza di sogni e segnali che mi spinsero alla permanenza in America potrei definirlo un periodo “ipermagico”, cominciando dall’incontro con la donna che sarebbe diventata mia moglie e con alcuni professori di vasta apertura culturale. Un connubio romantico accademico che mi portò a Seattle, dove il corso di letteratura inglese era tenuto da un analista junghiano con cui potei continuare a coltivare i miei interessi. Era il 1984, c’era il boom del New Age, James Hillman e Joseph Campbell erano nomi immancabili. Finalmente, da buon genovese, ritrovai il mare a Charleston dove ho sviluppato la carriera.
Cosa la condusse al Passaggio a Nord-Ovest?
La voglia sorse improvvisa come un’epifania in un pomeriggio estivo in biblioteca. Tolsi da una delle lunghissime scaffalature, quasi per caso, il celebre libro di Roland Huntford “The Last Place on Earth”. Mi si riaccese la scintilla giovanile dell’escursionismo e scoprii la grandezza di Amundsen, che nei due anni in cui restò bloccato tra gli eschimesi mentre il mondo lo dava per morto imparò da loro tutto ciò che poteva. Come se frequentasse un master, in un’epoca in cui l’approccio degli esploratori verso i nativi era decisamente aristocratico e indifferente. Così nel 2011 partii per l’isola del Re Guglielmo, nell’artico canadese, dove Amundsen aveva soggiornato. L’università di Charleston ha sponsorizzato questo e altri miei viaggi e la sinergia con un docente di studi religiosi ci ha permesso di invitare al College anche sciamani e un medicine man. Purtroppo dopo il Covid c’è stata una caduta d’attenzione degli studenti rispetto a queste occasioni, che prima ne richiamavano a centinaia. È cambiato lo spirito dei tempi. Ricorda la pseudo-profezia sulla fine del mondo nel 2012? Si riferiva a un cambiamento energetico universale che fa il suo corso e produce anche squilibri. Richiederà un lungo assestamento. L’importante è mantenere la propria centratura, la giusta connessione con l’universo.
Cosa le ha insegnato lo sciamanesimo?
Due parole: attenzione e intenzione. Quel che ci accade non è tanto il frutto di ciò che desideriamo, ma dei pensieri da cui siamo abitati. Bisogna ripulirsi. Uno sciamano mi raccontò che già da ragazzo aveva il potere di alleviare con l’imposizione delle mani i dolori mestruali, però dopo si sentiva male. Chiese consiglio alla nonna, che gli disse: “Cambia la tua intenzione”. Lui non capì. Un giorno, poco prima di un esame scolastico, una compagna gli chiese il trattamento e più lui rifiutava più lei insisteva. Alla fine le impose le mani in modo frettoloso, la curò ma poi non stette male. Allora capì: la sua intenzione in quel caso era stata del tutto disinteressata, mentre in precedenza gli aveva fatto anche piacere toccare le ragazze.
Ha mai sperimentato sostanze che favoriscono esperienze particolari?
No, neppure quando sono stato in Messico da Don Mateus, un altro incontro frutto di curiose sincronicità: presentavo a Treviso uno dei miei volumi e la libraia mi raccontò di questo suo fratello, Matteo, che se n’era andato in Messico ed era diventato curandero. Scoprii che viveva proprio a poche ore di automobile da Monterrey dove intanto s’era trasferita mia figlia, sposata a un messicano. Così, alla prima occasione salii al pueblo di Don Mateus, un luogo arcaico a oltre duemila metri di altitudine dove ci sono più cavalli che vetture. Sembra di entrare in un mondo parallelo e molti ci vanno per provare il peyote, senza capire che non è un’esperienza per il turista che poi torna alla routine cittadina. Occorrono rispetto e tempi lunghi.
Morale?
Ognuno ha il suo daimon. Può anche darsi che il tuo ti suggerisca di trovare l’autenticità stando a casa seduto. Se è così, stai seduto.
sublimi barlumi letterari