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sublimi barlumi letterari
Lo sguardo ironico (e inedito) del Singer meno premiato, nei suoi “Viaggi in America”
La raccolta di reportage è un affresco di storie in cui lo scrittore polacco sembra che sia sempre in soggezione rispetto alle proporzioni di ciò che vede, e sempre tentato dal provare a catturare una luce che però cambia di continuo sotto i suoi occhi
"Sono un popolo difficile da capire, gli americani. Hanno tentato a tutti i costi di essere in tutto e per tutto il contrario degli europei. Prendete ad esempio il modo di salutarsi”. La novità è il tono. E’ un Israel J. Singer davvero inedito – in entrambi i sensi della parola – l’ironista che motteggia, si diverte e fa a fette un intero mondo tra le pagine di Viaggi in America (381 pp., 19 euro), raccolta di reportage che l’editore Giuntina manda in libreria dopo aver frugato nel baule di nove anni di corrispondenze per il quotidiano yiddish Forverts. E così, colui che per molti è il Singer meno premiato – al fratello minore Isaac il Nobel (e tutto il nostro amor) ma a Israel un posto nella letteratura mondiale con almeno tre romanzi capolavoro (La famiglia Karnowski, I fratelli Ashkenazi, Yoshe Kalb) – si rivela qui abilissimo anche nella forma giornalistica: ironia, umorismo, inesorabilità di tratto. “L’America è un Paese adorabile,” scrive, “un eldorado, un incanto, un gioiello. Tutte le calunnie traggono origine dai dieci milioni di disoccupati e di vagabondi che non sanno come tirare a campare. Perché non diventano giornalisti o attori di teatro?” E mai mancano sublimi barlumi letterari. “Si vede di tutto, sotto questo pesante ponte di Williamsburg: uomini ombre, uomini stracci, uomini caricature del genere umano” – e da quel ponte si vede Wall Street, osserva.
Singer dal multiforme ingegno: brilla nella caricatura e nell’acquerello, nell’annotazione personale e nello sguardo più sociologico, nell’allusione sottotestuale così come nell’osservazione limpida, mai inquinata da apriorismi personali – ogni grande scrittore, del resto, è un uomo che non è ostacolato dalla propria opinione, disponibile ad accogliere la realtà in qualsiasi forma si presenti e a riferirla e ricrearla da punti di vista inattesi. In questa raccolta ce ne sono moltissimi, e riguardano sia gli ebrei europei della grande città sia quelli dispersi nella provinciona. Non solo: si parla di italiani, di russi, di arabi, di spagnoli. Insomma, il mondo intero è tutto lì. Addirittura, scrive Singer, “se volete, in America, potete vedere persino gli americani”.
Ci sono molti Singer, in questa raccolta. C’è quello steinbeckiano che racconta l’America smisurata e agricola coi suoi “ebrei del West”, tra finti messicani (ma ceramisti veri) che parlano yiddish e vengono dalla Polonia, e allevatori di volpi che non ne volevano sapere di fare gli ingegneri. C’è l’irreprensibile cronista che non teme di infilarsi nel “nido nero”, come lo chiama: “La gente mi aveva sconsigliato di andare al raduno dei nazisti di qui al Madison Square Garden, ma il mio interesse a vedere la Germania di Hitler nel bel mezzo di New York ha superato il mio disgusto”. (Striscioni in tedesco, atmosfera lugubre, svastiche ovunque. “Tutti quanti non la smettevano di sottolineare che loro non erano nazisti” osserva, “ma se ne sono sentite di tutti i colori, come: la Germania vuol portare nel mondo la felicità”). C’è l’umorista alla Mark Twain, come nello splendido trittico Coney Island I, II, III, quadretto dell’ebreo medio, che comincia così: “Per tutto l’anno Mr. Folgnest sgobba in un laboratorio di confezione industriale e ne vede di cotte e di crude. Perché Mr. Folgnest ha una moglie che continua a sfornare figli – che il malocchio lo risparmi.” E prosegue con la descrizione quasi fantozziana delle sue fatiche estive. “Ovviamente Mr. Folgnest non fa una vita facile. Ma che importa, basta abitare in un alloggio estivo vicino al mare e potersi godere i raggi del sole, la brezza del mare e gli amati bagni sull’oceano”. Non serve spiegare che non sarà così, nessun godimento, nessun “riposo in grembo alla natura nel bungalow di Coney Island”. Anzi, un mesto rientro in città.
L’impressione è che, reportage dopo reportage, Singer sia sempre in soggezione rispetto alle proporzioni di ciò che vede, e sempre tentato dal provare a catturare una luce che però cambia di continuo sotto i suoi occhi. “Nel mio viaggio attraverso l’America mi è capitato di continuo di scoprirla daccapo”, ammette. E ciò che tra le righe gli sfugge, è interessante quanto ciò che gli riesce di afferrare.