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l'oasi di venezia

L'isola della Biennale

Maurizio Crippa

La tregua dell’arte per gli stati canaglia e altre geopolitiche. Più Spengler che Gramsci

Pietrangelo Buttafuoco, direttore della Biennale, ha rilasciato una bella intervista a Repubblica, anche raddrizzando alcune domande poco centrate, contestualmente all’annuncio che alla Biennale Arte 2026 è stata invitata anche la Russia (confermata la presenza dell’Iran). Ne è sorta l’inevitabile polemica, non solo da parte ucraina; il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha diramato un comunicato secco: “La partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo”, esito anche di qualche irritazione filoucraina interna al governo. Non è semplice, ma può bastare il fair play culturale, per un giornale che ha sempre sostenuto sanzioni senza se né ma contro il regime putiniano (e anche iraniano), ad esempio per le Olimpiadi, condividere la “tregua d’arte” indicata dal presidente della Biennale. Pur tenendo conto della specificità della cultura, ambito assai differente da tutti gli altri; serve un po’ di fair play olimpico anche per entrare nella disputa tra Buttafuoco e Giuli, storici amici del Foglio, ma soprattutto culturalmente molto vicini sul vero punto interessante della vicenda, che Buttafuoco ha provato a far emergere, senza riuscirvi, con Repubblica: Venezia come isola e culla di una cultura che guarda a oriente: “Gli interlocutori sono sempre Asia o Africa, Africa o Asia” ha detto, tenendosi invece bene dietro le spalle un occidente al tramonto, l’occidente di Spengler. Buttafuoco aveva in verità citato, a beneficio di Giuli, il filosofo convertito all’islam del sufismo e antimoderno René Guénon. In ogni caso l’immagine di un occidente senza più valore, così distante dall’idea di Europa come preferiamo intenderla. Quell’occidente che invece la Russia vuole distrutto anche con l’uso del softpower. Sarebbe più interessante discutere di questo, di che fine fa l’occidente persino nell’arte.

In ogni caso la Biennale è una delle istituzioni culturali più importanti del mondo, non deve essere strattonata. Invitare o meno un paese che usa la cultura come mezzo di aggressione è lecito – del resto la Fondazione è un ente autonomo di diritto privato, su questo Buttafuoco si è mosso con correttezza: “Questa istituzione ha una struttura unica al mondo, per questo è un riferimento internazionale” – ma non sufficiente a chiudere il dibattito. Chi scrive, nel suo piccolo, condivide ad esempio la posizione di chi ritiene sbagliato impedire a artisti russi di esporre o esibirsi in Italia. E’ l’idea espressa tempo fa da Mattia Feltri, insospettabile di putinismo, Mattia Feltri: “So che Gergiev è un lacchè di Putin, un suo manutengolo, un suo beneficato, un suo propagandista e come lui un despota, ma di tutto questo nulla mi importa quando ascolto la sua sublime arte di direttore d’orchestra”. Non so se sia la stessa posizione di Buttafuoco, non lo credo, ma ha una legittimità difficilmente aggirabile: se è vero, come ha detto il direttore della Biennale, che “la speciale natura di Venezia” è di essere “la città dove tutti i popoli si sono incontrati, la città capitale d’Oriente”. Luogo privilegiato, extraterritoriale. Va tenuto presente, l’arte è diversa dalle competizioni sportive dove la simbologia dell’agonismo non prevede alcun “altrove” conciliatore: se vinco io, hai perso tu.

Nemmeno questo però può essere sufficiente, se ci sono in questione guerre ingiuste e sanguinose. La partecipazione russa era stata anticipata da Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale di Putin per la Cooperazione culturale internazionale. Uno che nel 2023 aveva dichiarato illegittima la restituzione di un tesoro di ori della Scizia, che si trovava al momento nei Paesi Bassi per una mostra, all’Ucraina, accusando la scelta di “russofobia”. La commissaria del padiglione russo – informa Finestre sull’Arte – sarà Anastasiia Karneeva, figlia di Nikolai Volobuev, generale in pensione dell’Fsb e organizzatrice d’arte assieme a Ekaterina Vinokourova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Più longa manus del potere russo, è difficile. Andrebbe poi ricordato che nel 2022 il padiglione della Russia ai Giardini (tra l’altro di proprietà del paese fin dal 1914) rimase chiuso non per sanzioni ma per scelta dell’artista  Kirill Savchenkov in segno di protesta contro l’invasione dell’Ucraina. Il dissenso nell’arte può esistere. Altro aspetto dibattuto, la presenza dell’Iran: per ora è noto solo il curatore, Aydin Mahdizadeh Tehrani, difficilmente un artista dissidente. Ma anche questo fa parte della visione di “tregua” di Buttafuoco nella quale rientra la presenza di Israele, e ci mancherebbe altro. Va detto, a onore di verità, che se invece del governo di Giorgia Meloni come referente – con cui Repubblica ha cercato per tutta l’intervista di far litigare Buttafuoco, il direttore della Biennale fosse stato scelto da Pedro Sánchez o da uno dei suoi fan italiani, Israele sarebbe stato escluso, come hanno provato a fare per lo sport. Invece il padiglione israeliano nel 2024 rimase chiuso per la protesta dell’artista Ruth Patir e delle curatrici in sostegno di un accordo di pace a Gaza con la liberazione degli ostaggi. E a proposito di dissenso, andrebbe ricordato che l’unica coraggiosa Biennale del Dissenso, nel 1977, dedicata al dissenso sovietico, fu invece aspramente boicottata dall’allora Pci su input di Mosca, i nonni di quella sinistra che ora si mostra scandalizzata – ad uso di polemica antigovernativa – per la presenza del padiglione russo, ma poi è piena di dubbi e freni quando si tratta di mandare armi a Kyiv o di votare per l’uso delle basi nell’azione militare contro Teheran. Di tutto questo Buttafuoco ha buon gioco a disinteressarsene. Sarebbe utile se ne disinteressassero tutti, magari tornando a Spengler e Guénon e a riflettere sul contenuto dell’intervista di Buttafuoco a Dario Olivero: “Dal mio punto di vista e da quello della curatrice Koyo Kouoh (morta lo scorso anno, ndr) la Biennale è il racconto del mondo di domani senza retorica terzomondista, ma attraverso le nuove energie vive”. Lontano dalle morte gore di un occidente in crisi di identità.

C’è infine una postilla di curiosità geopolitica: Israele non sarà presente nel padiglione ai Giardini, di sua proprietà dal 1952. Ufficialmente per inagibilità, ma forse anche perché non troppo distante da quello iraniano. Sarà invece ospitato all’Arsenale, in compagnia tra gli altri dell’Arabia Saudita e della Turchia. L’Arsenale di Abramo? Sempre per geopolitica: il Qatar ha invece già dalla scorsa edizione ottenuto un padiglione ai Giardini. Privilegio non estraneo alla donazione di 50 milioni di dollari formalizzata nel 2024 al Comune di Venezia. Venezia è un’oasi iperurania dell’arte, ma è pur sempre, da secoli, la capitale mondiale della diplomazia d’oriente.

 

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"