Gli attori Ksenia Borzak e Giulio Pranno durante le prove di Fratello Sole Sorella Luna (foto ANSA)

sul palco

Francesco a nudo. Il film di Zeffirelli rinasce in forma scenica

Giuseppe Fantasia

L’approdo teatrale di Fratello Sole Sorella Luna al Teatro Lyrick di Assisi è un ritorno alle origini e una rilettura critica della memoria. "Il santo emerge come figura necessaria, perché indica un’alternativa esistenziale: scegliere la fraternità invece dell’indifferenza, la mitezza invece dell’odio", dice il regista Piero Maccarinelli

Nel calendario del Giubileo francescano, l’approdo teatrale di Fratello Sole Sorella Luna al Teatro Lyrick di Assisi – in programma da oggi fino a domani – assume il valore di un ritorno alle origini che è, insieme, una rilettura critica della memoria. Il film che Franco Zeffirelli realizzò nel 1972 – sospeso tra elegia visiva e slancio lirico – rinasce ora in forma scenica grazie all’adattamento di Angela Demattè e alla regia di Piero Maccarinelli. Un’operazione tutt’altro che archeologica dove la polvere dell’archivio diventa materia viva. Maccarinelli racconta al Foglio di aver consultato la sceneggiatura originale del film presso la Fondazione Zeffirelli di Firenze, inaugurata di recente. “In quelle pagine – spiega – ho sentito una vibrazione ancora intatta. Abbiamo lavorato su alcune varianti che possiedono una valenza più forte, più scoperta. Non volevamo fare un’operazione museale, ma restituire un’urgenza”.

Il testo, firmato da Zeffirelli insieme a Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmüller, conserva l’andamento epico, ma viene ora inciso da una tensione più nervosa, quasi febbrile. Il centro della storia non è l’icona del santo, ma il ragazzo che attraversa l’orrore della guerra e scopre l’impossibilità di uccidere ancora. Francesco (è Giulio Pranno) diventa così la figura di una frattura generazionale e, figlio di mercanti, scardina il linguaggio del profitto con quello della gratuità. La sua nudità davanti al padre Pietro Bernardone (Massimo Wertmüller) e alla città conserva una potenza quasi scandalosa. Ed è proprio quel conflitto con la figura paterna che in questo spettacolo (che sarà ad agosto al Festiv’Alba di Avezzano, poi a Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Cascina e in altre piazze italiane) si accende di accenti contemporanei mentre sua madre Pica (interpretata da Fabrizia Sacchi) osserva il tutto, rimanendo sospesa tra sgomento e amore. “E’ una storia di giovani che cercano un’altra strada rispetto a quella dei padri”, dice il regista. “Francesco non è un santino, ma un adolescente che inciampa e poi si rialza. Emerge come figura necessaria, perché indica un’alternativa esistenziale, prima ancora che religiosa: scegliere la misura invece dell’accumulo, la fraternità invece dell’indifferenza, la mitezza invece dell’odio”.

La scena rinuncia al naturalismo, non c’è nessuna ricostruzione pittoresca di Assisi e nessun compiacimento medievaleggiante. “Sul palco non appare quasi nulla, se non dodici fondali diversi creati da Francesco Sereni”. Le retroproiezioni costruiscono spazi mobili: la casa dei mercanti, la campagna umbra, la chiesa di San Damiano, una Roma dorata e distante. “Abbiamo lavorato per sottrazione”, aggiunge Maccarinelli. “Volevo che gli attori fossero attraversati dalla luce, non sommersi dalla scenografia. Il vuoto diventa così campo di tensione, luogo mentale prima che geografico”. Le musiche di Riz Ortolani, rilette insieme alle nuove composizioni di Alessandro Nidi, non si limitano a evocare la memoria cinematografica, ma dialogano con la parola, la interrompono e talvolta la contraddicono, e in questo aiutano anche i costumi di Daniele Gelsi. “Nel tessuto musicale ho fatto poi una scelta significativa – precisa il regista – inserendo il Cantico delle creature, nonostante sia posteriore agli anni raccontati. L’ho voluto a ogni costo, perché è la somma del pensiero francescano, la sua linea religiosa e umana. Senza il Cantico, il percorso resterebbe incompiuto”. Il testo irrompe come vertice poetico e insieme come una domanda rivolta al presente: quale rapporto manteniamo con ciò che chiamiamo creato? Qui l’attualità di Francesco si impone senza bisogno di forzature. In un momento come questo, attraversato da guerre che si moltiplicano e da un linguaggio pubblico spesso saturato di aggressività, la sua figura non offre scorciatoie consolatorie, ma un rovesciamento di prospettiva e la stessa violenza lascia un segno irreversibile in chi la compie. Nel buio del teatro, lo spettatore non assiste alla celebrazione di un mito, ma alla nascita di una decisione. Chiara, interpretata da Ksenia Borzak, ha voce autonoma e attraversa la scena con una grande intensità che culmina nel canto del Dolce sentire come un momento di sospensione lirica, facendo spuntare sul finale una sola parola (scoprirete voi qual è), “che non è uno slogan, ma una condizione minima e necessaria per restare umani”.