Foto ANSA
Viva la Sotto-Italia!
Da Moravia con Modugno a Cazzullo con Sal Da Vinci: lo stesso rigetto di quello che piace
“Per sempre sì” non è come “Nel blu, dipinto di blu”. Ma la celebre distinzione tra l’Italia degli spiriti eletti e la Sotto-Italia è ancora attuale, e il rigetto di cò che piace alla gente è immutabile, ripetitivo e noioso
Primo: dateci subito una coreografia di “Per sempre Sì” con Cazzullo e Italo Bocchino in tuta di ciniglia che sculettano, si sbracciano, sfoggiano l’indice con brillocco nel finale (dove sono gli smanettoni dell’AI quando servono?). Secondo: le culture war sanremesi sono sempre le migliori che riusciamo a produrre, non c’è gara. Sarà peggio “le élite rosicano” di Bocchino o i “matrimoni della camorra” di Cazzullo? Messo alle strette direi la seconda. Non c’è dubbio. Non perché debba difendere Sal Da Vinci – si difende benissimo da solo, a colpi di Siae. Ma perché usare “Nel blu, dipinto di blu” come esempio di capolavoro popolare genuino da opporre all’indegno vincitore di Sanremo – musica buona per un popolo sano vs latino disco napoletana per un popolo non-sano – significa scavarsi la fossa da soli. Si sa poi che le cose non andarono proprio così. Quando Modugno arriva sul palco di Sanremo, i guardiani della canzone classica e i magistrati della melodia inorridiscono per quelle braccia scomposte, per quegli ululati. Dall’altra parte c’è invece la sinistra colta e comunista che lo accoglie con il mantra di Fortini: “L’odierna canzonetta non è che un aspetto della diffusione ideologica della classe dominante sulla classe dominata” – “volare” è roba da privilegiati, sfruttamento dei padroni travestito da melodia accattivante. Da quel grande sdegno nasce il Cantacronache, collettivo torinese che avrebbe dovuto opporre alla frivolezza di Sanremo canzoni serie, impegnate, utili alla causa. Calvino, Rodari, Eco, Pasolini, si misero a scrivere i testi. Le canzoni devono essere tutte contro la guerra, dicono. Un Sanremo con trenta Ermal Meta su Gaza. Calvino tirò fuori anche una cupa canzone d’amore che si intitolava, “Dove vola l’avvoltoio” – tono da requiem partigiano, perfetta per innamorarsi a un picchetto sindacale. Il gruppo si scioglie nel 1962. Il Festival di Sanremo è ancora lì. Chissà perché. Umberto Eco sentenziava: “La canzone leggera era volta alla soddisfazione di esigenze banali, epidermiche, immediate, transitorie e volgari”. Tradotto dal semiotico, significava: piace alla gente, quindi fa schifo.
Tutto questo era stato innescato proprio dal successo di Modugno. Anche Alberto Moravia, sdegnato dal clamore internazionale di quel pezzo – due Grammy, diciannove milioni di copie, Dean Martin che la cantava in America – dette fondo a tutto il suo disprezzo per il paese. Mentre tutti cantano “volareee” nasce la celebre distinzione tra la Bella Italia, l’Italia degli spiriti eletti (Moravia e Cazzullo) e la Sotto-Italia: “L’Italia del tifo e della prosa incredibile delle gazzette sportive; delle canzoni imbecilli di Sanremo; della televisione tanto cara alle famiglie; del qualunquismo, della mafia, delle madonne che piangono e che muovono gli occhi, delle lotterie statali, dei neomilionari e dei neocriminali, dei fusti e delle maggiorate fisiche e di non sappiamo quante altre manifestazioni melense, viscerali, sentimentali, e misteriose”. Siccome però questa storia riguarda Napoli conviene anche ricordare come venne accolto Pino Daniele. Alla fine degli anni Settanta, all’epoca di “Terra mia”, in tanti – specie al nord – lo prendevano in giro perché “troppo terrone” e perché “non si capisce quello che dice”. Gli ayatollah della canzone napoletana invece rigettavano la contaminazione: troppo poco napoletano, troppo blues, troppo americano. Qualche anno dopo apriva il concerto di Bob Marley allo Stadio San Siro davanti a ottantamila persone.
No, non stiamo dicendo che “Per sempre sì” è come “Nel blu, dipinto di blu” e che Sal Da Vinci è Pino Daniele (dico a te, lettore con scarsa comprensione del testo). Ma che il rigetto della Sotto-Italia è invece sempre identico a se stesso. La stessa smorfia, lo stesso tono, lo stesso riflesso condizionato. Immutabile, ripetitivo, noioso – quello sì, per sempre.