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La spilla vincente

Sandra Petrignani

Oggetto unico e indispensabile, pochi ricordano il nome del suo inventore. Un romanzo celebra Walter Hunt, genio distratto

Si chiama spilla di sicurezza o, più comunemente, spilla da balia perché le balie ci chiudevano i pannolini dei neonati quando i pannolini erano di stoffa e si potevano sciogliere dal bambino facilmente. Era la metà dell’Ottocento, la spilla da balia fece la sua prima apparizione grazie al brevetto di un certo Walter Hunt. E si usa tuttora, tale e quale, la usano tutti. Per nascondere uno strappo improvviso nel vestito, per chiudere una camicetta troppo scollata, per stringersi in vita pantaloni della taglia sbagliata, per scorciare un orlo, per sostituire all’ultimo minuto un bottone saltato, per appuntare un fiore sul risvolto della giacca. Una buona scorta di spille da balia di varie grandezze fa sempre comodo in casa. Tanto è vero che gli spagnoli questo oggetto impagabile lo chiamano el imperdible. Un affaretto leggero leggero, da nulla si direbbe, senza il quale però la nostra vita sarebbe più complicata.

Non si dà importanza a queste cose destinate ad avere un ruolo fondamentale, non ci pensiamo, ce ne dimentichiamo finché non ci servono. Cose che un tempo non esistevano e che poi qualcuno si è preso la briga di inventare e sono diventate insostituibili. Certe volte le inventano insieme più persone nel mondo, ma in posti lontani, senza sapere di aver avuto la stessa idea più o meno contemporaneamente finché non si ottiene il brevetto. A quel punto sul mercato vincerà il prodotto migliore o che piace di più. Basta pensare a qualcosa di molto distante dalle spille da balia, qualcosa che si è impadronito del nostro immaginario, del nostro tempo, del nostro stile di vita, del nostro bisogno di controllare e di ottimizzare lo scorrere delle giornate, di riempire i tempi morti: gli iPhone, che hanno reso il telefono fisso un oggetto antidiluviano. Quanti ne esistono? Quali i più diffusi, i vincenti?

Un affaretto leggero leggero, da nulla si direbbe, senza il quale però la nostra vita sarebbe più complicata

             

Per invenzioni più semplici, invece, vince semplicemente chi arriva prima, vince chi ha chiesto per primo il brevetto, chi vi ha investito dei soldi (niente è gratis). E a quel punto potrà guadagnarci in esclusiva per una ventina di anni. Perché ci sono quelli che avendo un pallino, diciamo così ingegneristico, pensano di mettere a frutto il loro genio a scopi di lucro e quelli invece, forse più artistici, che non possono fare a meno di produrre in casa le loro invenzioni a getto continuo, destinate oltretutto a renderli ridicoli presso il resto della famiglia. Avevo un nonno di questo genere, che passava il tempo chiuso dentro un suo studio zeppo di “impicci” – mia nonna almeno chiamava in quel modo il suo disordine – e ne usciva festante per aver costruito scarpe di legno (scomodissime) per girare nell’orto senza infangarsi. Incredibilmente simili – in seguito – a certi zoccoli olandesi che andarono tanto di moda negli anni Settanta. E poi inventò un sistema di ciotoline piene di polvere bianca velenosa da mettere sotto le zampe dei tavoli dove si mangiava, per impedire alle formiche di salire e andare ad assaggiare il nostro cibo. Ricordo che gli fu severamente vietato di sistemare le sue ciotole in camera da pranzo, ma in cucina c’erano eccome e il veleno sembrava zucchero… Che proprio non si capiva che ci facesse sotto al tavolo… Però i bambini furono avvertiti: provate ad assaggiarlo quello “zucchero” e morirete sul colpo. Grazie al cielo nessuno mai ci provò. Anche perché i corpicini stecchiti delle (rare) formiche che ci si perdevano dentro erano respingenti. Soltanto per dire che certe invenzioni casalinghe possono risultare pericolose.

Eppure gli inventori veri forse sono questi, geni incompresi che s’industriano ad agevolare la quotidianità e che, nel migliore dei casi, riescono persino a imporsi al di fuori della famiglia e diventano ricchi e famosi. Ma ho l’impressione che – a non volerlo con tutte le forze di diventare ricchi e famosi – sia molto difficile raggiungere quella meta pure con la più brillante delle idee nuove.

Ne è prova la storia di Walter Hunt, sì, lui, l’inventore di quell’oggetto unico e irripetibile che è la spilla da balia. Nome oscuro che non è ricordato nemmeno nella Hall of Fame for Great Americans della New York University: la galleria di grandi americani che hanno migliorato la vita della nazione. E non è che si sia fermato a un’unica invenzione! Un macchinario per filare il lino, un gong per carrozze prototipo del clacson, un aggeggio affilacoltelli, un macchinario intreccia corde, rotelle da infilare sotto carichi pesanti, una caldissima stufa circolare, la macchina per cucire, lo spazzaneve, il fucile a ripetizione, colletti di carta per non stare sempre a cambiare la camicia…

Guardando in televisione la pubblicità di carrelli da infilare sotto la lavatrice o altri elettrodomestici, per spostarli senza fatica, che venivano promossi come innovativi, mi è subito venuto in mente Hunt, protagonista del nuovo romanzo di Eleonora Marangoni, L’imperdibile (Feltrinelli). Io Walter Hunt l’ho scoperto così, grazie a questa originale scrittrice che ha l’età di mio figlio (entrambi nati nel 1983) e che si è fatta già valere fra l’altro per due saggi su Proust, un romanzo, Lux (premio Neri Pozza che lo pubblicò nel 2018), due libri sulle città in cui vive in modo alternato, Paris, s’il vous plaît (Einaudi) e il recentissimo Roma (Ediciclo), i racconti di E siccome lei (Feltrinelli) dedicati ai personaggi di Monica Vitti.

Questo Imperdibile invece è dedicato “Ai distratti” e “Alle devozioni inutili”, così  diventa subito chiaro che ad appassionare l’autrice a un personaggio come Walter Hunt, perdente suo malgrado – malgrado il suo indiscutibile genio, intendo – è proprio la distrazione, che volendo si può interpretare anche come irresponsabilità verso se stesso e verso gli altri, visto che “teneva famiglia”, come si dice, avendo messo al mondo ben quattro figli, ed ereditato la figlia di un primo matrimonio dell’innamoratissima moglie Apollonia, detta Polly. Distratti sono gli artisti, in genere, non gli inventori, ma Hunt era più che distratto, e non solo perché gli piacesse molto dipingere. Piuttosto perché “a interessarlo non erano tanto le cose che esistevano – scrive l’autrice – ma quelle che andavano immaginate”. E più avanti: “La vita è la curiosa tara fra quello che ci è successo davvero e quello che abbiamo soltanto immaginato”.

Esiste soltanto una biografia di Hunt, pubblicata dal giornalista newyorkese Joseph Nathan Kane. S’intitola Necessity’s Child e dire che esiste è veramente eccessivo, visto che per rintracciarla Eleonora si mette in viaggio con due amici sulle orme del suo eroe e arriva nella sua città natale, Martinsburg, poco segnalata lungo il tragitto. Il libro lo trova alla Historical Society, biblioteca cittadina dove la guardano come fosse pazza scoprendo che è arrivata in quella landa desolata dall’Italia solo per Walter Hunt! Non hanno idea, infatti, di cosa voglia dire mettersi in testa di scrivere un libro, proprio quel libro: è una forma di fissazione molto simile, in realtà, all’ossessione inventiva per oggetti che non esistono e bisogna assolutamente inventare. Ecco il nesso fra una ragazza bionda di professione copywriter (però altalenante) con la mania di scrivere libri suoi e un oscuro signore americano dagli occhi azzurri con la mania di guardare una cosa inutile e subito avere l’idea di trasformarla in qualche altra cosa utilissima.

Ma insomma chi era, cosa ha fatto di concreto questo Hunt? Un sognatore, lo abbiamo capito. Un genio non incompreso visto che sarebbe bastato, per farsi valere, che ne avesse avuto davvero l’intenzione o fosse stato meno pigro, altruista e distratto. Era nato il 29 luglio del 1796, morì a New York l’8 giugno 1859. E queste date sono due cose certe che si sanno di lui. Il resto è vago e di superficie. Del resto il sottotitolo dell’unica biografia recita: un inventore americano dimenticato. E la stessa Marangoni a un certo punto si chiede se sia giusto o meno che sia stato così cancellato. Non sorprende in verità, essendo l’America il regno dove il successo sembra spesso il più importante dei valori. Se riesci a collocarti fra gli sfigati –  nonostante il buon Dio ti abbia dotato di grande intelligenza – non può che essere colpa tua. Quella storia della spilla da balia per esempio. Il povero Hunt non si rese conto dell’importanza di un oggetto apparentemente insignificante, perché “bella e utile doveva essere ogni cosa”. Questo pensava lui e la spilla utile era senz’altro, ma bella forse no, non erano ancora tempi minimalisti i suoi. E dire che da pochi mesi Prada l’ha resa iconica trasformandola in oggetto di valore – con il suo marchio appeso – da 600 e passa euro secondo i modelli. No, immaginare questo era proprio fuori dalla sua portata.

Il povero Walter Hunt non si rese conto dell’importanza di un oggetto apparentemente insignificante, perché “bella e utile doveva essere ogni cosa”

             

Veniva poi da molto lontano quell’invenzione, dagli antichi che la chiamavano fibula e ci fermavano le toghe. Lui che aveva fatto dopotutto? Girandosi fra le dita un filo di ferro, come giocando, e ripiegandolo su se stesso come fosse una fibula, gli viene l’idea di fermarne il ferretto aperto, bloccandolo all’altro con un gancetto. Un piccolo gesto e via, non ci si punge più, la nuova fibula non scappa dai vestiti! E cosa fa? Corre all’ufficio brevetti? Macché, non ha i soldi per finanziarsi il brevetto. Corre invece a cederlo per 400 dollari di allora – era il 1849 – a qualcun altro che ci si arricchirà, facendosi dare un po’ di soldi per poter pagare un debito di 15 dollari che lo angoscia, e con il resto sollevare dalla miseria per qualche mese moglie e figli. Così si comportano i poveri onesti. Ma questo per la mentalità americana non conta. Conta il risultato.

La macchina da cucire invece Walter la inventò per Polly che cuciva e ricamava per la famiglia e per qualche cliente. Ma poi temette che un’invenzione tanto straordinaria avrebbe gettato sul lastrico chissà quante sartine. Era un quacchero e certi scrupoli se li faceva. Perciò, anche in questo caso, prende tempo prima di andare all’ufficio per brevettarla e l’idea gli viene “soffiata” da un altro ben più noto inventore americano, Elias Howe – si deve a lui la cerniera lampo – e sarà Isaac Merritt Singer a metterla in commercio. Singer che, nel romanzo, quando chiede a Hunt perché non si sia sbrigato a brevettare la sua macchina – migliore, più pratica fra l’altro – riceve la risposta: “Perché sono un ingenuo, o un semplice se preferisce”. E dopo un po’ anche quest’altra risposta, che dovette colpire molto di più l’uomo d’affari: “Mi mancavano i soldi per inventarmi modi per farne altri”.

Singer, il cui nome è rimasto incollato all’oggetto macchina-da-cucire, ben oltre quelle prodotte da lui, era l’esatto contrario di Hunt. Bello e dongiovanni, intraprendente, ricchissimo grazie a una grande capacità di farsi valere nella vita. Ma dentro nascondeva l’anima d’un artista fallito, perché il suo vero desiderio sarebbe stato fare l’attore. Purtroppo o per fortuna, però, non era nato per recitare. Fu questo incrocio di fallimenti al contrario, molto probabilmente, a farlo simpatizzare per Hunt nel processo che lo avrebbe visto contrapposto a Howe sull’invenzione della macchina da cucire e che fu Singer a convincerlo a intraprendere. Processo che si tenne nel 1854 e si concluse con una vittoria e insieme una sconfitta: vinse Howe come detentore del brevetto perché non aveva aspettato quindici anni per richiederlo, mentre ad Hunt fu riconosciuto a gloria per i posteri di essere l’inventore della macchina da cucire. E noi possiamo solo chiederci: cosa vale di più?

In effetti L’imperdibile è sì la storia di un uomo, ma anche e soprattutto una riflessione sul destino. “Dove nascono le cose che finiscono per farci diventare quello che siamo?” è la domanda fondamentale che pone. E anche: “A chi spetta il compito di dire quello che siamo?”. Naturalmente se Eleonora Marangoni si è incaponita a raccontarci la storia di un fallito dimenticato è perché la svagatezza di Hunt è la sua, a dispetto delle apparenze che la vogliono scrittrice già ben collocata nel panorama letterario italiano e francese. Quando la conobbi, al tempo di Lux, la vidi intenta al computer che cercava il nome adatto a una nuova cipria che doveva essere imposta sul mercato. Stava facendo il suo lavoro di copy e i nomi che escogitava e sottoponeva al mio giudizio somigliavano ai personaggi di una fiaba. Rimasi affascinata, da lei e da quel lavoro così immaginifico. E se ripenso a quel giorno capisco meglio anche la sua scrittura: “Una sorta di indagine su un certo modo di intendere la vita” come ha detto in un’intervista.

Ma senza dare risposte, solo ponendo la questione, com’è giusto che faccia uno scrittore. Bisogna lottare per imporre se stessi e i propri desideri, o lasciare che le cose si sistemino a modo loro augurandosi magari un po’ di fortuna? Ma la fortuna, si sa, tocca aiutarla. E se una/uno non ha il carattere per farlo?

Come sono affascinanti i romanzi che tracciando il ritratto, peraltro credibilissimo, di un personaggio, sotto sotto parlano d’altro. Parlano di tutti. Tu cosa vuoi dalla vita? sembra chiedere al lettore Eleonora Marangoni. E lo fa con la forza di una scrittura che definirei nabokoviana. Sì, perché come al grandissimo Vladimir Nabokov a lei piace partire per la tangente, infilare altre storie nel corso della storia principale, soprattutto perdersi a definire certi giochi di luce. “Le strade erano piene di luci e di gente, il sole rimbalzava sui vetri creando qui e là piccoli miraggi”. Il continuo miraggio in cui si muove il suo Walter Hunt che chi leggerà il libro non potrà più dimenticare.

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