Stefan Zweig e Josef Roth (foto Getty)  

Il mistero della colpa

Accettare il dovere di vivere e ricercare la grazia. Senza spazio per il piagnisteo

Michele Silenzi

L’idea che possa esserci una colpa originaria è stata svilita e scartata dal nostro grossolano laicismo come un retaggio orribile e retrivo della comune eredità spirituale. Ed è stato un errore. Il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig in libreria

Di recente Adelphi ha dato alle stampe il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig, Ombre folli, un’occasione a dir poco ghiotta per chiunque ami almeno uno di questi due formidabili cantori della finis Austriae e della catastrofe europea. E uno stimolo a riprendere in mano i capolavori dei due scrittori.

Nel Giobbe di Roth, scritto nel 1930, anno in cui il fumo della Prima guerra mondiale non si era ancora dissolto e stava già per apparire il volto tremendo della Seconda, Mendel Singer è un uomo semplice e devoto che vede tutto il poco che ha andare in rovina, nonostante la sua fede e il suo rispetto per Dio. Il tragico splendore del libro ruota attorno al legame misterioso tra la vita di ciascuno e l’insensatezza della colpa. Come si può essere puniti, se non vi è colpa? Perché si è puniti se non si comprende la colpa? Perché si è infine ricompensati proprio quando, forse, non abbiamo più la forza per godere della grazia? “‘Perché sono punito così?’ pensava Mendel. E si lambiccava il cervello alla ricerca di una qualche colpa e non ne trovava nessuna grave. Gli scolari arrivavano. Ritornava con loro in casa e mentre camminava su e giù per la stanza, ammonendo questo o quello, battendo l’uno sulle dita e dando all’altro un leggero colpetto sulle costole, non smetteva di pensare: Dov’è la colpa? Dove si nasconde la colpa?”.

Attorno al mistero della colpa ruota una buona parte della tradizione giudaico-cristiana e della costruzione del concetto di persona. Così come si è degni di salvezza in quanto la persona ha in sé un valore assoluto, allo stesso modo si può essere puniti e condannati. La dignità della persona è intrisa di questo rischio. Di questa responsabilità.

L’idea che possa esserci una colpa originaria, o imperscrutabile, che appartiene semplicemente al nostro esserci, è stata svilita e scartata dal nostro grossolano laicismo come un retaggio orribile e retrivo della comune eredità spirituale. Ed è stato un errore.

L’idea della colpa ha una sua grandiosa potenza perché in sé è un invito all’espiazione, ossia è un impulso ad agire, una chiamata a esserci. Di più, è un modo per “individualizzarsi”, per sentire che c’è una relazione profonda tra sé e il mondo. E’ il contrario del solipsismo. Se avverto la colpa, forse è perché ho offeso qualcuno (come minimo Dio), e devo inevitabilmente relazionarmi con l’oggetto dell’offesa. E’ quindi un invito a uscire da sé. Questa cosa così profondamente interiore, come la colpa, è sempre immediatamente anche esteriore nel suo tentativo di riparare.

L’inspiegabilità della punizione di Giobbe ha a che fare, ovviamente, con il mistero della colpa che si può facilmente “attualizzare” pensando all’idea esistenzialista secondo cui ciascuno di noi è “gettato” nella vita. Si nasce e ci si ritrova in un mondo in cui non abbiamo chiesto di essere. Ci ritroviamo in esso, e in esso dobbiamo agire, in esso siamo chiamati a fare qualcosa della nostra vita. Siamo condannati a questo fare, non possiamo semplicemente “stare”, come chi si illude di essere già da sempre salvato. L’idea della colpa, allora, potrebbe essere pensata come un invito a vivere.

Una tale prospettiva, tuttavia, di profonda responsabilizzazione individuale, è precisamente l’opposto dell’autoriferita malinconia senza oggetto, onanistica, iper-sentimentale, della società che ha posto la colpa in se stessa, ossia nel proprio modello economico-sociale rimuovendola invece dagli individui che sarebbero strutturalmente innocenti e “salvati” proprio in quanto sofferenti.

L’idea che sta alla base della colpa è l’opposto della cultura del piagnisteo. Questo non significa che nella colpa inspiegabile e inspiegata non vi sia disperazione, tutt’altro. Basta leggere Giobbe per capirlo, o anche semplicemente guardarsi dentro. Pensare la colpa significa piuttosto comprendere che vi è una esteriorità assoluta (Dio, il mondo, l’Altro, etc.) che ci viene incontro, e ci colpisce, e su cui non abbiamo controllo. Da cui non possiamo metterci al riparo in nessuno spazio sicuro. Ma che va affrontata, a volte combattendo, a volte piegando il capo, a volte vincendo, a volte essendo travolti, nella speranza di trovare ciò che, in fin dei conti, ogni individuo cerca e che può trovare solo con la relazione con ciò che in piena luce si nasconde nel mondo: la grazia.

Ma se non si affronta questa relazione con il mistero della colpa, che altro non è che il nostro essere gettati nel mondo, che altro non è se non il dovere di vivere, quale grazia si può trovare nell’eterno piagnisteo?

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