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a teatro
“Cavalleria rusticana” come retropalco di “Pagliacci”. Il genio di Robert Carsen
Spettacolo memorabile e parte musicale all’altezza a Firenze. La spettacolare produzione di Amsterdam dove il coro sono gli spettatori stessi seduti in platea
Il dittico non fu mai pensato come tale, ma Cavalleria rusticana e Pagliacci sono accoppiati da sempre. E allora tanto vale accettare la sfida, mettendo in comune il Prologo dei Pagliacci, quindi facendo precedere Leoncavallo a Mascagni. Invertendo l’ordine degli autori, il risultato cambia, e molto. Pag è un clamoroso caso di teatro nel teatro; Cav per nulla: ma così lo diventa. La tesi è ardita: però se sei Robert Carsen puoi anche dimostrarla, come in questa leggendaria produzione di Amsterdam che è approdata domenica al Maggio fiorentino nel giubilo generale, a parte un paio di vedovi della coppola e orfani del ficodindia buanti in memoria della Sicilia sì bella e perduta. In Pagliacci, il coro sono gli spettatori stessi, seduti in platea: effetto clamoroso quando il tuo vicino di poltrona si alza e si mette a cantare. Sulla scena, soltanto tre sipari rossi, uno dietro l’altro, teatro nel teatro nel teatro, portando l’intellettualismo un po’ velleitario di Leoncavallo alle estreme conseguenze. Il gioco è più difficile, ovvio, con Cavalleria. Ma qui si vede, appunto, il genio: Cav è il retropalco di Pag, i camerini dove i coristi si struccano e si cambiano, dopo aver espulso dalla loro comunità Santuzza (contratto a termine finito?). Certo, ci vuole il virtuosismo tecnico di Robertino nostro adorato, la sua capacità di far recitare anche i sassi, il suo controllo millimetrico dello spazio scenico, dove ognuno è esattamente dove dev’essere, nemmeno cinque centimetri fuori posto, per realizzare una tesi ardita con questa forza straniante, in un gioco di specchi che moltiplicano l’illusione finché non diventa verità. Ma non si è il maggior regista d’opera del mondo per niente.
Parte musicale quasi allo stesso livello. Habemus tenores, ed è una notizia. Brian Jadge è un Canio impressionante per voce, presenza scenica, recitazione, squillo (news rassicuranti per la Scala e l’Otello del prossimo Sant’Ambroeus); Luciano Ganci, un Turiddu che finalmente canta il verismo senza fare il verista, quindi molto, molto bene. Ma, a parte un Silvio deboluccio, è buona tutta la compagnia. Corinne Winters non è forse il tipo di voce che un appassionato italiano associa a Nedda, ma che artista; solida la Santuzza di Martina Belli; straripante, specie negli acuti, un Roman Burdenko duale, Tonio & Alfio. Poi ci sono Manuela Custer, raffinatissima (dunque mamma Lucia si può anche cantarla! E non è necessariamente la strega Carabosse!) e gli ottimi Lorenzo Martelli e Janetka Hosco, rispettivamente Peppe e Lola. Notevole anche la direzione di Riccardo Frizza, anche perché non è facile dirigere dei solisti e un coro cui spesso devi dare le spalle. A proposito: l’Orchestra del Maggio suona benissimo come al solito, ma stavolta da monumento in piazza, anzi alle vicine ’ascine, è il Coro di Lorenzo Fratini: cantano e recitano da padreterni. Una grande prova, ancora più preziosa in un momento come questo in cui i nostri cori e le nostre orchestre sono sotto attacco da parte di una becera combriccola di analfabeti, e non solo musicali.
Non è una "magica favola"
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