Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara, 2026, ph. Antonio Cadei

Tarocchi d'arte

La divinazione non c'entra. La mostra a Bergamo sull'origine rinascimentale dei tarocchi

Nicola Contarini

Dai giochi di carte alla "spiritualità". Una storia ben raccontata dall'esposizione che apre oggi all’Accademia Carrara di Bergamo, diretta da Maria Luisa Pacelli

Quanta voglia di “spirito” c’è in giro, e che bello se questa “spiritualità” fosse sempre razionale, presentabile. Invece fioccano gli oroscopi, quella cosa che fino a qualche anno fa andava letta di nascosto e invece oggi se non chiedi “di che segno sei?” non sono vere presentazioni. E va di gran moda pure la lettura dei tarocchi, ma i tarocchi sono diventati anche una red flag, un segnale di pericolo – chiedere ai single in cerca, “se lei ti dice che legge i tarocchi, tu scappa!”. Ma niente giudizi affrettati. La divinazione, le vecchie cartomanti in diretta a tarda notte su improbabili canali tv locali – “La luna nera!” – sono il frutto di una distorsione otto-novecentesca. I tarocchi non nascono con questo scopo, per secoli sono stati un gioco di carte, originatosi nelle corti dell’“autunno del medioevo” a opera dell’homo ludens di cui scrive Johan Huizinga. Una storia ben raccontata dalla mostra che apre oggi all’Accademia Carrara di Bergamo, diretta da Maria Luisa Pacelli: “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna”.

E’ il curatore Paolo Plebani a citare Huizinga e a spiegare l’importanza e la particolarità dell’esposizione: quella di presentare al gran completo il mazzo Colleoni, 74 carte divise tra l’Accademia Carrara, la Morgan Library & Museum di New York e la famiglia Colleoni, una diaspora risalente a fine Ottocento. Questo mazzo di metà Quattrocento è il più celebre che si possa ricondurre alla committenza Visconti-Sforza – Milano fa la parte della regina nella storia dei tarocchi – e la sua esposizione sulla base dell’ordine intrinseco alle carte, contro il costume di tenere separate le opere provenienti da prestatori diversi, dà luogo a una delle felici trasgressioni di cui parla Plebani. L’altra è aver varcato le “colonne d’Ercole della cronologia” all’interno dell’Accademia Carrara, la cui esposizione permanente si ferma all’Ottocento: la mostra sui tarocchi si spinge fino al contemporaneo, con una sala finale dedicata all’interpretazione artistica delle carte che hanno dato Leonora Carrington, Niki de Saint Phalle e Francesco Clemente. I bozzetti, i quadretti e il mazzo completo della Carrington in particolare sono un bel colpo, non a caso c’è il divieto di fotografarli, come richiesto dalla famiglia. Figure mitiche, archetipi curtensi e venatori, personaggi storici – l’“Imperatore” del mazzo Colleoni ha probabilmente le fattezze di Sigismondo di Lussemburgo, suggerisce Plebani – e ancora elementi naturali, interventi divini, virtù personificate.

Bonifacio Bembo, Tarocchi, L’Imperatore , 1455-1480, cartone, 176x87 mm, Accademia Carrara, Bergamo
                   

 

Altro che previsione del futuro, la storia rinascimentale dei tarocchi svela uno strumento interpretativo del presente individuale, libero da ogni destino, e perciò risponde al naturale “bisogno di allegoria” di cui parla Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e presidente dell’Accademia Carrara. Una “cattedrale nomade” – così Alejandro Jodorowski – che forse colpisce così tanto l’immaginario oggi perché fondata in un universo ordinato, un cosmos che riconduce la negatività a una sintesi dialettica – dall’arcano maggiore numero zero del “Matto”, l’energia primigenia, al numero ventuno del “Mondo”, l’armonia completa. Un cosmo che nessuno più sarebbe disposto a riconoscere nel mondo in cui viviamo, ma del quale siamo spontaneamente nostalgici.

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