LaPresse
Un vecchio spettro
Guerre, migrazioni, nuove paure. E il vecchio stato ha ripreso il suo posto
Dopo l’illusione che l’economia potesse governare il mondo, a destra e a sinistra, in Oriente e in Occidente, lo stato è tornato a imporsi, nelle menti della maggior parte delle persone, come il luogo cui appartiene la possibilità effettiva di migliorare le proprie esistenze, o almeno di renderle più sicure
Di tanto in tanto, nuovi spettri iniziano ad aggirarsi per il mondo (un tempo si aggiravano per l’Europa, ma ora tutto il mondo è paese). Quasi sempre sono spettri vecchi che fanno giri immensi e poi ritornano. Si riaffacciano improvvisamente sotto le più diverse forme e i più diversi modi, di solito in maniera inaspettata. Un nuovo vecchio spettro è quello dello stato. In mezzo ai marosi di un’epoca di stravolgimenti, lo stato si riaffaccia come quell’entità cui si smania di aggrapparsi, per avere un porto sicuro, un luogo sotto le cui sottane ripararsi o trovare un po’ di conforto in mezzo a quello che viene percepito come il disordine contemporaneo.
Sembra strano che il riproporsi così evidente della centralità dello stato, dopo decenni in cui si riteneva che gli stati non fossero altro che entità nullificatesi all’interno delle spire di terribili multinazionali che dominavano il mondo, sia un fatto così poco indagato. A mala pena se ne parla. E forse il motivo è che si tratta di un fenomeno che interessa l’intero arco politico. A destra e a sinistra, in Oriente e in Occidente, lo stato è tornato a imporsi, nelle menti della maggior parte delle persone, come il luogo cui appartiene la possibilità effettiva di migliorare le proprie esistenze, o almeno di renderle più sicure. Verso la metà degli anni 90 le cosiddette “destre” occidentali erano tutte sostanzialmente, chi più chi meno, di impronta liberale. Sulla spinta dei ruggenti anni 80 di Reagan e Thatcher, dopo la caduta dell’Unione Sovietica lo stato toccava il suo punto più basso. La sinistra, da Clinton a Blair, rimodellava un progressismo liberal che vedeva nell’idea di avere più mercato l’unico orizzonte possibile per unire i popoli e arricchire gli individui.
Senza ripetere ogni volta tutto quello che c’è stato in mezzo, dall’11 settembre alla crisi del 2008, passando per l’affermazione della Cina nel commercio mondiale, poi il Covid, le guerre e via dicendo, la prospettiva degli anni 90 si è interamente ribaltata. Negli Stati Uniti non c’è più un presidente “liberale” da decenni. Il peso dello stato è aumentato costantemente. Anche Trump, che pure ha tentato di fare qualcosa sulla tassazione, ha finito per promuovere il massimo meccanismo di violenza statale contro il libero commercio: i dazi. Inoltre, ha promosso politiche di sicurezza che fanno sentire sempre di più il peso dello stato centrale (anche se nel caso americano dovremmo dire di “governo federale”). E per quanto riguarda l’America, il discorso sarebbe ovviamente ancora molto lungo. In Europa, dove invece l’invadenza statale è stata sempre molto forte, quella “window of opportunity” verso un sistema definitivamente liberale che si era aperta negli anni 90 si è chiusa da tempo. Sia in Europa che in Italia, la partita tende a giocarsi tra forze politiche che trovano nel grande amore nei confronti dell’azione dello stato il centro della loro proposta politica. La questione, tuttavia, qui, non è di giudicare i singoli provvedimenti (un governo di destra vuole più sicurezza, un governo di sinistra più spesa sociale e una patrimoniale – tanto per fare due esempi classici), ma solamente osservare un fenomeno.
Gli stati sono tornati a giocare, in quanto entità che si confrontano a livello internazionale, un ruolo enorme rispetto al fatto che si è pensato, per alcuni decenni, che il potere economico sarebbe stato sufficiente a governare il mondo. La forza del potere economico sta nella sua necessità di abbattere i confini per fare circolare nuove merci, per avvicinare ciò che è vicino così da creare una prossimità che consenta mercati più ampi, vasti e pacifici. Allo stesso modo la guerra, il pericolo geopolitico, i grandi movimenti migratori incontrollati riportano al centro della scena forme di paura che fanno identificare nello stato l’unico macroente sotto la cui ombra ripararsi per trovare protezione. E’ il vecchio, ma sempre reale, meccanismo hobbesiano. Gli stati riguadagnano quindi forza per via dello scenario internazionale in cui sono loro le entità che si confrontano. Ma, allo stesso tempo, riguadagnano terreno sul fronte interno. Tuttavia, la questione economica ritorna sempre, perché anche lo stato è una macchina che funziona inevitabilmente attraverso elargizioni e prelievi di denaro (spesa pubblica e tassazione). E qui sta il colossale problema. Chi pagherà la spesa? Bassissima natalità, produttività ai minimi, tassazione stellare sono tutti fattori che puntano verso l’insostenibilità di un simile sistema sociale ed economico. Eppure non sembra possibile, al momento, con una popolazione che invecchia e una richiesta crescente di protezione (sociale e non solo), ridurre la crescente invadenza dello stato.
Se è difficile tracciare i confini dei tanti pericoli che tutto ciò può comportare, basterà qui accennare al fatto che a fare le spese di una simile tendenza è il singolo individuo, la sua libertà sostanziale (non quelle libertà continuamente istituite tramite leggi dello stato!) e la sua possibilità di fare impresa (che è ancora e sempre l’unico modo per generare ricchezza). Tutto ciò è la conseguenza abbastanza ovvia di un momento storico che, invece di slanciarsi nel futuro, tende, per sua stessa costituzione (demografica, sociale, morale) a proteggersi da esso.