facce dispari
Andrea Moro: “Lucrezio intuì la chiave del linguaggio che la ragione ancora non spiega”
Il professore di Linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia e alla Normale di Pisa ha riaperto il “De rerum natura” mostrando che offre una chiave attualissima per interpretare l’universo attraverso il linguaggio
Certi classici, come gli amori di Venditti, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Andrea Moro, professore di Linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia e alla Normale di Pisa, autore di fondamentali scoperte come quella delle “lingue impossibili”, ha riaperto il “De rerum natura” di Lucrezio mostrando che offre una chiave attualissima per interpretare l’universo attraverso il linguaggio. Ma le sue origini sono un mistero “tuttora fonte di domande”, osserva Moro, che ha intitolato “Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri - L’universo spiegato con l’alfabeto” il suo ultimo libro, edito da La nave di Teseo e in inglese dalla Mit Press.
Cosa aveva intuito Lucrezio?
Che non contano solo gli elementi primordiali, ma il rapporto tra loro. Un numero limitato di atomi compone tutto ciò che ci circonda e una manciata di lettere alfabetiche ci consente di esprimere cose diversissime grazie a un processo di ricombinazione di cui sono capaci soltanto gli esseri umani. “Permutato ordine solo”, scrive Lucrezio: è la struttura, ossia la relazione che s’instaura, a dare un senso ai singoli ingredienti. Basta il cambiamento di una lettera come di un atomo per modificare tutto. Nel linguaggio possiamo riferirlo alle lettere, alla sintassi: Caino uccise Abele si può permutare in Abele uccise Caino. E un’identica frase assume senso diverso a seconda che il tono sia vocativo o imperativo.
Ogni lingua utilizza i suoi strumenti.
Ma è importantissimo ricordare che non esiste una lingua migliore delle altre, o più nobile. Questa teorizzazione generò solo catastrofi. Le differenze sono individuali e nulla hanno a che vedere con i concetti delle cosiddette razze o etnie.
L’Intelligenza artificiale replica la capacità combinatoria umana?
Se chiedo a un super computer di produrre un miliardo di miliardi di combinazioni casuali di parole italiane verrà fuori anche la frase “m’illumino d’immenso”. La macchina può simulare ma non comprendere, non possiede la nozione di bellezza né quella di menzogna, anche se posso programmarla per farle dire quando piove che c’è il sole, o viceversa. Per insegnarle una lingua occorre una mole enorme di dati, qualcosa come 400 miliardi di parole e una immensa quantità di energia, mentre a un bambino di cinque anni basta l’esposizione a circa dieci milioni di parole.
Perché?
Per una macchina non esistono lingue impossibili, sicché deve esplorare tutti i tipi di combinazione esistenti. Noi invece siamo dotati di un setaccio biologico che riduce lo spazio computazionale alle sole lingue possibili, cioè dotate di strutture gerarchiche. Lucrezio lo intuì benissimo: le combinazioni degli elementi primordiali sono infinite ma non di tipo infinito. Il linguaggio umano risponde a certe regole limitative.
Quali sono le origini di questa prerogativa?
Non siamo ancora in grado di spiegarlo, ma Lucrezio aveva maturato un’intuizione importante: le lingue non sono nate per un’esigenza di comunicazione così come le orecchie non sono spuntate per l’esigenza di sentire. Gli organi soddisfano un’esigenza ma non si sono formati sulla sua spinta. Tutti gli animali comunicano però noi soli abbiamo ricevuto una mutazione strutturale che ha fatto fiorire nei nostri cervelli le grammatiche.
Cosa c’entra il pipistrello dagli occhi azzurri?
Tra il non parlare e il parlare non esistono stadi intermedi e neppure tra il topo e il pipistrello. C’è solo un gene per cui i chirotteri hanno le ali invece delle zampe. E anche per gli occhi azzurri è stato scoperto che non dipendono da mutazioni casuali avvenute qui e là, ma sono frutto della mutazione di una sola persona che viveva diecimila anni fa nella regione del Mar Nero.
È un enigma per la scienza.
Lucrezio fece fuori la superstizione rappresentata dalle credenze negli dèi capricciosi, ma è rientrata dalla finestra assumendo le vesti della scienza utilizzata in modo superstizioso, quando viene assunta a dogma che garantisce veridicità assoluta negando l’esperienza e il giudizio della coscienza individuale.
La ragione non basta?
Lucrezio esaltò Epicuro perché liberava gli uomini dall’angoscia di quelle divinità tiranniche, però malgrado il suo appello a fuggire la paura ce la trasmette fortissima quando descrive l’epidemia di peste. Alla fine manca una via di fuga, ci troviamo di fronte a un muro invalicabile di dolore e ci chiediamo perché non basti la ragione per smettere di aver paura. A questo punto bisogna scegliere per non restare come l’asino di Buridano: la paura è una richiesta di senso, perché la comprensione che siamo fatti di atomi non esaurisce le domande fondamentali né possiamo limitarci al dominio della fisica. È paradossale che questo grande interrogativo viaggi sulle lettere dell’alfabeto, che mentre descrivono un modello dell’universo ci pongono dinanzi al dubbio dei dubbi: se abbiamo o meno un destino di felicità. Spero che a qualcuno venga voglia di leggere o rileggere il “De rerum natura”.
Quali altri libri consiglierebbe?
Ho riletto la “Divina Commedia” senza note ed è stata un’esperienza straordinaria. Dante, come Lucrezio, maneggiava tutto lo scibile della sua epoca, ma invece di Epicuro aveva Cristo al centro. Ciascuno dovrebbe avere i propri cinque o dieci libri su cui tornare procedendo con l’età, come dei segnaposto della vita. E non credo alle letture di gruppo, che pure sono divertenti: la lettura è un atto individuale, il rapporto con un libro è diverso per ciascuno su ogni singola pagina.