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Un baby Giordano

“Marina”, opera piacevole e ben poco “verista” in prima assoluta a Milano

Alberto Mattioli

Del melodramma con il quale il ventenne Umberto Giordano partecipò al famoso concorso Sonzogno del 1888 andrebbe sottolineato il vero aspetto contemporaneo: il suo ritmo veloce, la rapidità o forse la sbrigatività della drammaturgia, questo raccontare incalzante, tutto cotto e mangiato al momento

L’opera è come la casa di nonna: non si butta via niente! Nemmeno Marina, “melodramma in un atto” di Enrico Golisciani con il quale il ventenne Umberto Giordano partecipò al famoso concorso Sonzogno del 1888, una specie di “Sanremo giovani” per compositori, proprio quello che fu stravinto da Mascagni con Cavalleria rusticana. Giordano non vinse ma piacque; e, poiché appunto non si butta via niente, riciclò parte di Marina in Mala vita, il primo successo (diventata poi a sua volta Il voto). L’autografo di Marina è a Yale, dove Andreas Gies l’ha ritrovato e ne ha realizzato l’edizione critica, edita dalla Libreria Musicale Italiana. Marina ha avuto quindi la sua prima assoluta giovedì e sabato al Dal Verme di Milano, in due concerti che diventeranno anche un disco Decca.

 

Certo, un’opera che non arriva nemmeno fra le prime tre in una gara vinta da Cavalleria può suscitare i più fieri timori. L’ascolto li smentisce. Per carità: non è che d’ora in avanti non potremo più fare a meno di Marina, ma l’oretta scarsa di musica del baby Giordano è sempre digeribilissima, spesso piacevole e, curiosamente, ben poco “verista”. L’inevitabile sfondo oriental-mediterraneo è qui assicurato dai Balcani durante una dimenticata guerra serbo-montenegrina di fine Ottocento, in un Montenegro per nulla folkloristico, altrettanto fasullo del Pontevedro della Vedova allegra: e dire che le famigerate nozze con i fichi secchi di Vittorio Emanuele con Elena erano ancora di là da venire. Però il modello è chiaramente l’ultimo Verdi, direi soprattutto Aida e Otello (e, più nascosto, Un ballo in maschera), con una spruzzata di Gioconda e un po’ di Carmen. Il Giordano che sarà si individua in alcune melodie ancora poco sviluppate ma promettenti. Ottima l’esecuzione, con Vincenzo Milletarì che ottiene egregie cose dai Pomeriggi Musicali e dal Coro del Petruzzelli e conclude i numeri chiusi con accordi folgoranti. Giganteggia Eleonora Buratto, splendida come cantante e come interprete, mentre Freddie De Tommaso esibisce il suo tenorismo old fashioned ma anche un si bemolle smorzato a regola d’arte. I due baritoni sono Mihai Damian, convincente come vilain, e Nicholas Mogg, un po’ algido. Grandi applausi.

 

In generale, resta il sospetto che gli estimatori del repertorio cosiddetto “verista” (che poi è in realtà un pentolone in cui bolle davvero di tutto) sbaglino il cavallo su cui puntare. Più che la sua esuberanza sentimentale e le effusioni cuore in mano & acuti pronti, che oggi appaiono decisamente rétro (e poi, come si sa, “non ci sono più le voci di una volta”, e in questo caso è quasi sempre vero), andrebbe sottolineato il vero aspetto contemporaneo, dunque interessante, di questo teatro: il suo ritmo veloce, la rapidità o forse la sbrigatività della drammaturgia, questo raccontare incalzante, tutto cotto e mangiato al momento. Non è un caso che si privilegi la formula dell’atto unico o dell’opera breve. Sono degli ur-videoclip, in effetti: una improbabile ma possibile verismo-renaissance dovrebbe partire da qui.

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