Una copia a stampa dell' "Almagesto" di Tolomeo, contenente numerose postille autografe attribuibili a Galileo (foto ANSA)
il saggio
Riscoprire il prudente Galileo. Quando la rivoluzione nasce dalla competenza
Dentro Tolomeo, non contro. Fu rottura con la tradizione in nome non dell’eresia ma del metodo. Le sue annotazioni presentate alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e il nuovo libro dello storico Ivan Malara
Galileo non nasce contro Tolomeo. Nasce dentro Tolomeo. E questa semplice constatazione basta a mandare in soffitta una delle favole più resistenti sulla nascita della scienza moderna: quella del genio solitario che rompe con la tradizione in nome dell’eresia. La prova viene da una scoperta che sarà presentata oggi alle 11.30 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, proprio nel luogo in cui è maturata: nella collezione Magliabechiana, lo storico Ivan Malara ha trovato un esemplare dell’Almagesto, edizione del 1551, fittamente annotato da Galileo.
Il punto è semplice e decisivo: Galileo non diventa copernicano contro Tolomeo. Diventa copernicano leggendo Tolomeo. E leggendo come leggono i grandi: riga per riga, con attenzione tecnica, correggendo, riscrivendo, chiarendo, mettendo le mani nella matematica.
E’ l’impressione netta che emerge dal saggio di prossima pubblicazione, The Almagest Galileo read, che Malara (già autore di Galileo and the Almagest, c. 1589-1592, 2024) – ci ha anticipato. Quei marginalia non sono ornamentali. Sono lavoro. Metodo. E la lezione che ne deriva è attualissima, nell’epoca delle eresie improvvisate e delle rivoluzioni a basso costo.
Galileo studia Tolomeo prima di Copernico e – udite udite – lo usa come chiave per capire Copernico. Nelle sue opere lo dirà più volte: prima di affrontare il De revolutionibus bisogna padroneggiare Tolomeo. Non erano battute da polemista brillante. Era il racconto fedele di un metodo davvero adottato. E’ questa la brillante intuizione di Malara che la sua scoperta ha confermato.
La narrazione storica della “rottura” come gesto ribelle contro la tradizione mostra qui tutta la sua fragilità. Le rivoluzioni serie nascono dalla competenza sulle conoscenze acquisite. Si supera un maestro solo dopo averlo capito meglio di tutti. Tolomeo, del resto, innegabilmente funziona. L’Almagesto salva egregiamente i fenomeni. E’ una macchina matematica ammirevole. Ma per Galileo non basta che funzioni. Qui sta la svolta: la matematica non è un trucco per far tornare i conti, ma la carta d’identità della realtà. Efficacia e verità non possono divergere. Bellarmino gli offre una soluzione elegante: usi Copernico come ipotesi di calcolo, se salva meglio i fenomeni. Non dica che è vero. Feyerabend, secoli dopo – poi ripreso da Ratzinger – farà di quella prudenza un modello di sofisticata epistemologia, quasi un argine contro ogni pretesa di verità scientifica forte.
Saggi consigli per evitare scontri epocali. Galileo non li segue. Era in cerca di guai? Se l’è cercata, come direbbe Andreotti? Un’altra scoperta recente suggerisce il contrario. L’originale della lettera a Benedetto Castelli, ritrovato nel 2018 da Salvatore Ricciardo alla Royal Society e studiato con Franco Giudice e Michele Camerota, mostra un Galileo tutt’altro che fanatico. E’ prudente, attenua una prima versione più aggressiva, pesa le parole. Sa bene in quale clima teologico si muove. Sono cautele sagge, memori del rogo di Giordano Bruno. Ma non arretra sul punto decisivo: la Scrittura non detta la fisica. Le scienze parlano della realtà, non si limitano a salvare le apparenze.
Per evitare guai gli sarebbe bastato fermarsi allo strumentalismo, al “basta che funzioni”. Sarebbe stato un pragmatico ante litteram. “Anything goes”, suggerirebbe Feyerabend. Whatever works, direbbe Woody Allen: nel suo Basta che funzioni un fisico geniale applica il funzionalismo anche alla vita amorosa, con esiti esilaranti. In amore forse anche per Galileo può bastare che funzioni. In cosmologia no. Perché Galileo conosce Tolomeo troppo bene. Ha visto che il problema non è solo come si calcola, ma che cosa si afferma. Non pensa che tutti i sistemi siano equivalenti purché funzionino. Non riduce la scienza a un linguaggio tra gli altri. Per lui la matematica è il linguaggio della natura. Il paradosso è che questa radicalità nasce dalla tradizione. E dalla competenza. E’ competenza che diventa posizione filosofica. Ecco perché certe scoperte erudite ci riguardano tutti. Ci dicono come nasce una rivoluzione intellettuale: non dal dissenso improvvisato che ogni tanto si autoproclama “nuovo Galileo” – dalla fusione fredda ai casi Di Bella e Stamina fino ai No vax e agli innumerevoli uno vale uno. Lì non c’è una competenza che corregge un paradigma. C’è una retorica della persecuzione. Galileo è l’opposto. Non posa eretica. Competenza. Le competenze contano. E quando contano davvero, è lì che può iniziare una rivoluzione.