Godefridus Schalcken, "Ragazzo con pancake", 1680 circa 

Immagini da bere. L'ingordigia per i contenuti visivi non è una novità di oggi

Giorgio Caravale

Storie di gemme, statue e affreschi ingeriti come medicine. Una lunga storia di pratiche religiose, terapeutiche e domestiche, ricostruita da Jérémie Koering in “Iconophages. A History of Ingesting Images”

Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini, al punto da consumarle senza accorgercene. Le scorriamo, le accumuliamo, le abbandoniamo con una rapidità che rende quasi impossibile fermarsi su una singola figura. L’idea di “consumare immagini” è diventata una metafora ovvia del nostro rapporto con gli schermi. Ma per secoli non è stata una metafora. Le immagini, soprattutto nell’Europa dell’età moderna, venivano davvero mangiate. Non guardate soltanto, ma ingerite. Raschiate dalla superficie, ridotte in polvere, sciolte nell’acqua o nel vino, assunte come rimedi. In numerosi santuari dedicati ai santi taumaturghi, come Cosma e Damiano, l’affresco non era un’immagine da preservare intatta, ma una riserva di virtù: i fedeli ne raschiavano la superficie, mescolavano la polvere a liquidi e la bevevano come medicina. L’immagine non si limitava a rappresentare il santo, lo faceva agire.

 
Nell’Egitto tardo, alcune delle testimonianze più impressionanti riguardano le cosiddette “stele di Horus”, il dio falco della guarigione e della protezione, raffigurato mentre domina i coccodrilli: lastre scolpite con l’immagine del dio bambino che domina animali pericolosi, accompagnate da iscrizioni terapeutiche. L’acqua veniva versata sulla superficie della stele, scorrendo sulle figure e sulle parole incise, per poi essere raccolta e bevuta dal malato. Il contatto dell’immagine con il liquido la rendeva assimilabile, e l’acqua la “leggeva” al posto dell’uomo.


Un caso celebre è quello della statua del guaritore Djedhor, datata al IV secolo a.C., concepita come un vero e proprio dispositivo medico. Scolpita con testi e immagini su più superfici, la statua era dotata di bacini per raccogliere l’acqua versata sulle iscrizioni. Il liquido, una volta caricato della potenza dei segni, veniva bevuto. Così l’immagine si trasforma in uno strumento terapeutico progettato per entrare nel corpo.


In altri contesti dell’antico Egitto, le immagini venivano direttamente disegnate su supporti effimeri. Nei testi rituali si trovano ricette che prevedono di tracciare l’occhio di Horus, mescolarlo alla birra o al vino e ingerirlo. Il gesto è esplicito: il segno, una volta dissolto, diventa parte del metabolismo. Non c’è distanza tra vedere e mangiare. L’immagine funziona solo se scompare.


Anche nel mondo greco e ellenistico l’iconofagia è tutt’altro che marginale. Nei santuari di Asclepio, il dio medico per eccellenza, il pane rituale reca spesso impressi nomi divini o segni figurativi. Consumare quel pane significa incorporare la presenza del dio – una pratica terapeutica che unisce cibo, immagine e cura. Il corpo è il luogo in cui il segno compie il suo lavoro.


Accanto a questi usi più istituzionalizzati, circolano pratiche ancora più materiali. Le gemme magiche incise – raffiguranti divinità come Chnoubis, Hekate o figure serpentiformi – non sono solo amuleti da portare addosso. In diversi casi vengono raschiate: la polvere ottenuta viene mescolata a vino o acqua e bevuta come rimedio. Le tracce fisiche su molti reperti mostrano che non si tratta di ipotesi, ma di gesti ripetuti. L’immagine incisa nella pietra viene trasformata in sostanza ingeribile.

   

 Le gemme magiche venivano spesso raschiate: la polvere ottenuta era mescolata al vino o all’acqua e bevuta come rimedio

   
   
In tutti questi casi, l’immagine non è mai un oggetto puramente visivo, ma qualcosa che entra nel corpo e ne modifica l’equilibrio. Viene sciolta, raschiata, ingerita, fatta scomparire. Il suo valore non sta nella conservazione, ma nell’efficacia. Non è un gesto così strano, se ci si pensa: i bambini portano gli oggetti alla bocca per conoscerli, prima ancora di saperli nominare. Per molto tempo, anche le immagini sono state trattate così.


E’ però tra Cinque e Seicento che questa concezione diventa sistematica. La stampa moltiplica immagini pensate per essere manipolate e ingerite. Piccoli fogli con la Vergine o i santi vengono immersi in acqua o ingeriti a pezzi come rimedi domestici. In questo mondo, il confine tra immagine e parola è poroso. Fogli con iscrizioni sacre, nomi divini, segni grafici vengono trattati come le figure: sciolti, ingeriti e assimilati. Non conta leggerli o capirli, ma farli passare attraverso il corpo. La lettura cede il posto all’incorporazione. Una volta ingerita, l’immagine scompare, lasciando il corpo come unico luogo della sua azione. E’ un’idea dell’immagine come strumento, non come oggetto da contemplare: vale non perché si guarda, ma perché agisce.

  

L’uso diventa sistematico tra Cinque e Seicento, grazie alla stampa che moltiplica le immagini pensate per essere consumate

  
Questa idea dell’immagine attraversa ambienti diversi e non si limita alla devozione popolare. Compare anche in contesti che oggi definiremmo “ufficiali”. Gli Agnus Dei ne sono l’esempio più evidente. Prodotti a Roma a partire dal Medioevo e distribuiti in tutta Europa, questi dischetti di cera, impressi con l’immagine dell’Agnello e benedetti dal Papa, non erano pensati per essere semplicemente conservati. Venivano sciolti in acqua, ingeriti, utilizzati come protezione contro malattie, tempeste, parti difficili. 
In questi casi, mangiare un’immagine non è un gesto marginale o clandestino. E’ un uso legittimato e anche incoraggiato. Il confine tra il lecito e l’illecito non passa tra il gesto del guardare e quello dell’ingestione, ma tra pratiche inserite in un contesto riconosciuto e pratiche che ne restano fuori. L’immagine può entrare nel corpo, ma a determinate condizioni. Non è il gesto a essere problematico, bensì la sua sottrazione a un contesto di autorità.


Lo stesso vale per molte pratiche domestiche documentate tra Cinque e Seicento. Piccole immagini stampate, spesso di qualità modesta, vengono ingerite come rimedi contro malattie specifiche. In alcuni casi sono sciolte in acqua, in altri masticate o inghiottite a pezzi. Le fonti mostrano che questi gesti non avvengono in opposizione alla medicina, ma spesso in continuità con essa. L’immagine è trattata come una sostanza dotata di qualità, secondo una logica ancora profondamente galenica: ciò che entra nel corpo lo modifica. In questi secoli, la distinzione moderna tra vedere e ingerire non ha senso. L’immagine non è un oggetto ottico, ma un elemento che circola tra i sensi. Si tocca, si bacia, si lecca, si mangia. La vista non è il senso dominante, ma uno dei canali possibili. L’efficacia non dipende dalla comprensione, ma dal contatto. Guardare è insufficiente, bisogna incorporare.


Accanto a queste pratiche diffuse, la storia ci consegna una costellazione di casi ancora più specifici, in cui l’immagine viene progettata fin dall’inizio per essere ingerita. Non si tratta di usi impropri o deviati, ma di oggetti e dispositivi concepiti per agire dall’interno. Un esempio ricorrente è quello delle ostie e delle cialde figurate. In diversi contesti europei dell’età moderna, pane e ostie recano impressi segni, nomi sacri o immagini devozionali. Il gesto del mangiare non segue la visione: la precede e la completa. L’immagine nasce già come cibo, e la sua efficacia è inseparabile dalla sua consumazione. Qui l’iconofagia non è una pratica aggiuntiva, ma la funzione stessa dell’oggetto.


Anche alcune immagini stampate mostrano chiaramente questa destinazione. Fogli prodotti per la devozione privata vengono concepiti su supporti fragili, destinati a scomparire una volta usati. La loro materialità – carta sottile, inchiostro leggero – non è un limite, ma una qualità decisiva. L’immagine non deve durare, ma essere assunta, e la stampa deve rendere l’immagine ingeribile. In alcuni casi, le fonti mostrano che l’immagine viene fatta sparire deliberatamente, proprio per neutralizzarne la forma visibile. Il segno deve scomparire affinché la sua virtù possa agire. E’ una logica che rovescia l’idea moderna di immagine come oggetto da preservare, perché la sua distruzione è condizione di efficacia.


Particolarmente eloquenti sono anche gli esempi legati alle gemme incise, già note nel mondo antico e ancora utilizzate in età moderna. Pietre raffiguranti divinità terapeutiche o figure apotropaiche non sono soltanto oggetti da portare sul corpo, ma materiali da trasformare. Sciolte, frammentate, ingerite, queste immagini passano dall’essere amuleti all’essere sostanze. La loro durevolezza non ne limita l’uso iconofago: lo rende più estremo.


In tutti questi casi, il gesto è lo stesso: l’immagine viene sottratta allo spazio della visione e trasferita in quello del corpo. Non è chiamata a significare, ma a operare. La sua efficacia non dipende dalla comprensione, ma dall’assorbimento. L’atto di mangiare non è simbolico: è il modo in cui l’immagine compie il suo lavoro.


Questa continuità tra immagine e corpo spiega anche perché, quando tali pratiche cominciano a essere discusse e sorvegliate, lo siano per la loro efficacia più che per la loro stranezza. Un’immagine che entra nel corpo sfugge alla possibilità di essere interpretata e corretta. Una volta ingerita, non può più essere mostrata né rimossa. Diventa un’azione irreversibile. E’ a questo punto che, tra tardo Cinquecento e Seicento, si avverte un cambiamento graduale ma decisivo. Non una rottura improvvisa, ma una trasformazione fatta di limiti, sospetti e distinzioni. L’ingestione delle immagini non viene negata in blocco ma progressivamente circoscritta. Si moltiplicano le distinzioni: tra devozione legittima e abuso, tra uso riconosciuto del segno e pratica eccessiva, tra gesto mediato e automatismo.


La medicina tende a separare più nettamente i rimedi materiali dalle pratiche devozionali; la teologia insiste sulla differenza tra sacramento e uso improprio delle immagini; il diritto comincia a interrogarsi su gesti che non rientrano facilmente nelle categorie esistenti. Si riconosce il potere delle immagini proprio nel momento in cui si cerca di contenerlo. Il risultato non è la scomparsa immediata dell’iconofagia, ma la sua marginalizzazione. Ciò che era stato una pratica diffusa e intelligibile diventa un residuo ambiguo, tollerato solo in contesti molto specifici. L’immagine non entra più nel corpo come parte ordinaria dell’esperienza religiosa e terapeutica. Torna a stare davanti all’uomo, non dentro di lui.

  

Quando viene riconosciuto il potere dell’iconofagia, nascono limiti, sospetti e distinzioni, e inizia la sua progressiva marginalizzazione

  
E’ in questo passaggio che prende forma l’idea, oggi per noi ovvia, dell’immagine come oggetto essenzialmente visivo. Guardare sostituisce ingerire. La distanza prende il posto del contatto. L’immagine viene separata dal corpo per essere resa più controllabile, più interpretabile, meno rischiosa. Liberata dal vincolo della sostanza, può moltiplicarsi all’infinito, circolare più rapidamente, essere consumata senza lasciare tracce materiali.


E’ dentro questa lunga storia dell’immagine ingerita – che va dall’antichità all’età moderna, attraversando pratiche religiose, terapeutiche e domestiche – che si colloca la brillante ricostruzione proposta in Iconophages. A History of Ingesting Images di Jérémie Koering, da poco pubblicato da Zone Books. Non una galleria di curiosità, ma una genealogia materiale del nostro rapporto con il visivo.

 
Il confronto con il presente non richiede analogie forzate. Oggi le immagini non vengono più mangiate, ma consumate a una velocità che le rende altrettanto effimere. Non promettono guarigione o protezione, ma saturazione. Non entrano nel corpo, ma occupano l’attenzione. La voracità resta, ma cambia organo. Nell’Europa moderna si ingerivano immagini per farle agire dall’interno. Oggi le divoriamo con gli occhi per impedirne ogni deposito. Il gesto non è più quello dell’assimilazione, ma dell’accumulo. Non incorporiamo per trasformarci, scorriamo per non fermarci. La quantità prende il posto dell’efficacia.


Eppure, sotto questa trasformazione, la posta in gioco resta simile. Le immagini continuano a essere il luogo in cui cerchiamo di affrontare ciò che ci attraversa: l’ansia, la paura, l’incertezza, il desiderio di ordine. Talvolta per contenere le emozioni, talvolta per anestetizzarle, talvolta per moltiplicarle. Cambiano le pratiche, non il bisogno. Forse non siamo diventati meno iconofagi. Abbiamo solo imparato a mangiare le immagini senza accorgercene.