Foto di Paolo Chiabrando su Unsplash

sul palco

Wolf-Ferrari e Rota, la vena surreale dell'opera italiana nel Novecento

Alberto Mattioli

A Bolzano “Il segreto di Susanna” e “La notte di un nevrastenico”. Giuseppe Grazioli dirige entrambe le operine con la giusta consapevolezza stilistica e un brio indiavolato, e l’Orchestra Haydn suona assai bene

Un marito crede che la moglie gli sia infedele perché quando torna a casa sente puzza di fumo, ma in realtà è lei che si concede di nascosto una sigaretta (vietatissima alle signore: siamo nel 1909). Poi un Nevrastenico prenota tre camere d’albergo contigue in modo da non sentire rumori mentre cerca invano di dormire. Ma a Milano c’è la Fiera campionaria (siamo nel 1960), l’affluenza è tanta e l’avido portiere riaffitta le camere a un Commendatore e a due amanti, che ovviamente tengono sveglio il Nevrastenico. Questo dittico del Comunale di Bolzano, Il segreto di Susanna di Ermanno Wolf-Ferrari e La notte di un nevrastenico di Nino Rota, è una delizia fin dall’accoppiata di due operisti sottovalutati. Wolf-Ferrari meriterebbe sorte migliore, è un compositore così savant da dimenticare di esserlo per divertirsi e divertire; e che Rota sia soprattutto un autore di colonne sonore (come se fosse una diminutio, poi) è una sentenza che ormai viene ripetuta soltanto in ore stultorum. Anzi, nel suo disinvolto meticciato stilistico, la grande tradizione del melodramma più il barocco e il jazz e Stravinskij e chi più ne ha più ne citi, sembra già un musicista postmoderno.

Se però i pochi intimi della matinée domenicale bolzanina sono usciti così felici da teatro è per la qualità della realizzazione. Giuseppe Grazioli dirige entrambe le operine con la giusta consapevolezza stilistica e un brio indiavolato, e l’Orchestra Haydn suona assai bene. La regia di Stefano Vizioli gioca la carta del surreale, quindi la scena è dominata da un enorme naso nel Segreto e da un non meno enorme orecchio nella Notte, i sensi protagonisti delle due opere. Quanto a Vizioli, il suo senso per il teatro si esplicita in una recitazione accurata e azzeccata, con gag sempre centrate perché il minimo comun denominatore della comicità dei due gioiellini è la misura. A casa Wolf-Ferrari, inevitabile innamorarsi della Susanna alla fine casta di Sara Cortolezzis, incantevole da vedere e da ascoltare, mentre il marito di Danylo Matviienko è forse meno personale ma altrettanto funzionale e il mimo Julien Lambert trasforma l’atletismo in teatro dell’assurdo. Chez Rota, si apprezza una compagnia omogenea dove Antonio Mandrillo è un Commendatore porcellone in intimo leopardato, i due amanti, Samantha Faina e Giovanni Petrini, ci danno parecchio dentro con voci piccole ma educate e il Portiere, Matteo Loi, ha la giusta viscida cortesia. Giganteggia uno straordinario Bruno Taddia, il Nevrastenico, tutto un tic e una smorfia. Così l’insonnia cronica acquista una dimensione metafisica, diventa taedium vitae, spleen esistenziale, mal di vivere. E viene quindi il sospetto che la commedia griffata Riccardo Bacchelli sia assai più agra che dolce, e che la vera nevrastenia sia la condanna contemporanea a non trovare mai pace. Del resto, lo diceva già Balzac che il mondo è un grande ospedale dove tutti sono convintissimi che guarirebbero subito se solo potessero cambiare letto (affittarli, evidentemente, non basta).

Di più su questi argomenti: