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Si muovono gli imperi e c'è sempre una mappa da aggiornare. Cartografia del XXI secolo
Strumento nelle mani dei potenti di tutte le epoche, le carte hanno mentito e imbrogliato. Oggi tornano a far gola agli autocrati grandi e piccoli che vogliono mangiarsi il mondo
Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possa raffigurare la cartografia. I prepotenti della Terra s’accapigliano per un mondo che sfugge alle vecchie rappresentazioni e sciorinano mappe che non sono in grado di riprodurlo. Ognuno vuole allargare il proprio cortile di casa, eppure nessuno dei satelliti che orbitano a 35 mila e passa chilometri, tanto meno i piccoletti di Elon Musk che si muovono ad appena 500 chilometri, potrà darci una esatta immagine del luogo in cui viviamo né indicarci in anticipo come agire. Le war room ad alta tecnologia nelle quali si dilettano gli strateghi di Putin, di Trump e di Xi, quelle sotto le tende da campo allestite da Napoleone, o i giochi di soldatini nei quali Hitler pensava di essere maestro, nulla di tutto ciò è mai servito a predire l’esito di una battaglia. Non le tattiche studiate a tavolino dai “grandi uomini”, ma la pioggia e la nebbia di Waterloo o il grido di un fantaccino che incita ad attaccare o a morire, hanno deciso le sorti dei regni. Invece ancor oggi ci si accanisce a costruire grandi sistemi attorno a mendaci localizzazioni geografiche e politiche.
La Crimea è in Russia dice Alessandro Barbero, lo storico (o forse “star-ico” visto il suo successo mediatico). Anzi è sempre stata in Russia, gli fa da sponda il collega Angelo D’Orsi, filosofo innamorato di Antonio Gramsci. S’arrabbia Carlo Calenda che cita l’Alto Adige. Ci manca solo Nizza o l’impresa di Fiume. Ride di gusto Vladimir Putin che è riuscito a vendere la sua patacca storica anche ai professoroni. Attraversata per secoli da popoli e imperi, la Crimea era diventata tartara nel 1427 con la disgregazione dell’Orda d’oro mongola. La zarina Caterina II, dopo averla conquistata nel 1784, soppresse il khanato diventato tributario dell’impero ottomano, ma riconobbe una sorta di status speciale, accogliendo la nobiltà tatara tra quella russa. Andò diversamente nei Sudeti: erano tedeschi. Punkt. Per non parlare dell’Austria, una faccia una razza. Così, Taiwan è in Cina e gli dà ragione anche Donald Trump per il quale la Groenlandia è il 52esimo degli Stati Uniti d’America (il 51esimo sarebbe il Canada), anche se poi la confonde con l’Islanda: quando è una piccola isola e un pezzo di ghiaccio in mezzo al mare, quando è una terra gigantesca ricca di ogni ben di dio, una volta sciolta ben bene e perforato il permafrost. Drill baby drill. La Macedonia è serba, no è indipendente, sbagliato: l’unica vera Macedonia è quella di Alessandro, quindi greca o forse la Grecia era diventata macedone?
La dottrina del Lebensraum, rimossa dopo che i nazisti l’avevano fatta propria, riproposta sotto l’etichetta anodina di geopolitica, è tornata a guidare le ambizioni di autocrati grandi e piccoli. Durante la guerra c’erano due spazi vitali, con la globalizzazione uno solo grande come l’intero pianeta, adesso ne sbucano in ogni angolo e nessuno può stare tranquillo in casa propria, anzi non non si capisce più dov’è casa propria. Altro che sovranismo, siamo in mezzo al neoimperialismo con tanto di occupazione fisica del territorio, una caricatura degli antichi imperi, non per questo meno pericolosa, anzi. Così ciascun potente si fa la propria mappa. Non è una novità. Ma ci riporta a epoche che avevamo dimenticato.
La trappola dei cartografi
E’ stato un acclamato geografo, Friedrich Ratzel nato nel 1844 a Karlsruhe, allora capitale del granducato del Baden, pioniere anche della “geografia politica”, a coniare il termine Lebensraum nel 1901 tre anni prima della sua morte. Gli inglesi lo hanno tradotto alla lettera, life space, ma dire “lo spazio dove si vive” non rende la sottigliezza ambigua e minacciosa dell’originale tedesco. La conseguenza è che ogni nazione deve essere autosufficiente in termini di risorse e territorio in modo da proteggere se stessa da minacce esterne. Nata quindi come teoria difensiva, si espande a poco a poco, se ne impadronisce la Prussia e diventa un pilastro del secondo Reich. Lo stesso Ratzel sosteneva che lo sviluppo di un popolo è influenzato dalla sua situazione geografica, e una società che si è effettivamente adattata a un territorio tende logicamente a espandere i confini del proprio paese ad altri territori. Ma decidere dove andare e come non è così evidente. Se nessuna mappa corrisponde alla realtà effettuale, i vicini da dominare diventano sfuggenti e la geopolitica si trasforma in una menzogna fondata su una finzione.
Tutte le carte geografiche stese su un tavolo o appese al muri sono simulazioni, innanzitutto perché la terra è rotonda. E la prima difficoltà è proprio trasformare una sfera in una superficie piana. Nel corso dei secoli sono stati proposti più sistemi nei quali i punti geografici non corrispondevano a quegli stessi punti presi dal vero. Una svolta, destinata a durare praticamente fino a oggi, è dovuta al fiammingo Gerhard Kremer (nome italianizzato in Gerardo Mercatore) il quale fece rotolare un cilindro e come base di partenza scelse la sua proiezione centrale. Viene considerata ancora valida per le carte nautiche, ma si è poi cercato di correggere i suoi difetti – sostanzialmente una doppia distorsione est-ovest e nord-sud: esagera la dimensione dei paesi più vicini ai poli (Nord America, Russia, Europa), diminuendo le dimensioni di quelli che si trovano vicino all’equatore (come l’Africa). Quanto ai poli, non sono rappresentati perché la scala delle distanze tenderebbe all’infinito.
La costruzione di una mappa, insomma, è un’operazione assai delicata, che comprende due diverse fasi: la triangolazione e il rilevamento topografico. La prima implica che conoscendo un lato e due angoli di un triangolo possono essere determinati tutti gli altri parametri. Si fissa sul terreno un certo numero di punti (per esempio, cima di un monte o di un campanile), visibili tra loro a tre a tre, poi se ne stabiliscono altitudine e coordinate geografiche; quindi si misura la distanza fra due di questi punti (posti al massimo a qualche chilometro) che viene poi riportata in scala sulla carta e si fanno i rilevamenti sul terreno per stabilire la posizione più esatta possibile. Una volta si lavorava tutto al suolo, oggi si usano le foto aeree e il telerilevamento satellitare, attraverso le radiazioni infrarosse o ultraviolette emesse dagli oggetti a terra. Questi strumenti assicurano un’accuratezza prima inesistente, ma quel che mostrano vale solo all’interno dei loro parametri. Uno dei maggiori punti deboli riguarda le coste; per quanto si possa ridurre ai minimi termini, la geometria euclidea è solo approssimativa, tanto che è stata sviluppata la geografia dei frattali che fa compiere importanti passi avanti. Tuttavia si tratta sempre di una costruzione provvisoria.
Prendiamo la Groenlandia: come è fatta, e soprattutto quanto è estesa? Se andate su Wikipedia, troverete scritto che è “la più grande isola non continentale al mondo”, più dell’Australia, il doppio degli Stati Uniti, superata solo dalla Russia, considerando un singolo stato non un intero continente. Invece non è così, la mappa che abbiamo tutti sotto gli occhi la rende superiore del 75 per cento rispetto alla realtà. Un’illusione ottica? Non esattamente, come vedremo parlando delle tante, diverse mappe con le quali guardiamo al mondo, usate da chi vuole conquistarlo e dominarlo. Naturalmente possiamo fare i conti e calcolare le superfici: troviamo così che quel pezzo di roccia e ghiaccio misura 2,17 milioni di metri quadrati, l’Australia invece arriva a 7,74 milioni, quindi è 3,6 volte più estesa. Non è il solo caso, al contrario. Prendiamo l’immensa Russia: ci appare molto più vasta dell’intera Africa, invece è circa la metà: 17 milioni di metri quadrati, invece dei 30 milioni africani.
C’è un modo per bypassare in parte l’effetto cartografico, ed è stato sviluppato solo recentemente, nel 2016, da James Talmage e Damon Maneice con uno strumento digitale che hanno chiamato The true size of (“la vera dimensione di”). Il funzionamento è semplice: basta selezionare un paese sulla mappa e trascinarlo sullo schermo liberamente verso diverse latitudini per osservare come le sue dimensioni cambiano in tempo reale. Quando lo facciamo con la Groenlandia scopriamo un’immagine più vicina alla realtà, anche se non è mai perfetta. Siccome la terra non è piatta, il modo migliore per arrivare a una misura accurata è spostare il paese verso l’equatore: se si va più su o più giù si cade nell’effetto allungamento. Potreste dire: ma i satelliti? Sono in grado di mostrare ogni dettaglio, certo, e anche di dare una panoramica vastissima, ma più ci si sposta verso il piccolo più si perde il grande; in ogni caso, quando si passa dall’immagine in movimento a quella ferma, alla foto, si cade nello stesso dilemma che i cartografi non possono risolvere.
Sembra tutto un arrovellarsi sul sesso degli angeli, eppure spesso non si pensa a come l’immagine influenzi essa stessa la realtà; quante decisioni politiche, quante guerre, quante carneficine sono state e vengono ancora commesse per una percezione distorta che viene spacciata per vera, per un immaginario che alimenta l’orrenda teoria dello spazio vitale.
La bussola impazzita
La carta che avevamo in classe durante la scuola media risale a 500 anni fa. E’ sempre quella del Mercatore con l’Europa al centro del mondo, ad occidente le Americhe e ad oriente l’Asia. Anche oggi tutti noi usiamo l’ovest e l’est, non solo come punti cardinali, bensì come categorie filosofiche e politiche. L’occidente e l’oriente si sono via via dilatati sempre più. Dell’occidente inteso come alleanza politico-militare fa parte anche il Giappone; del nord del mondo anche l’Australia - il che, geograficamente, non ha senso. Il Messico viene spesso collocato nell’America del sud solo perché si parla spagnolo. L’India è orientale, ma certo non vuol essere assimilata alla Cina, non sia mai. Nel medio oriente si infila il Magreb perché musulmano e arabizzato. Quanto all’Africa, hic sunt leones, alla lettera, così era scritto nelle vecchie carte geografiche prima di ogni territorio sconosciuto. Anche la bussola impazzisce e così perdiamo di nuovo Trebisonda.
Mercatore pubblicò la sua prima carta nel 1569, poi cominciò a costruire un grande atlante fino alla sua morte nel 1594. Intanto Matteo Ricci lavorava a un altro mondo il cui centro era nell’Oceano Pacifico, l’Europa a ovest per chi guarda, molto lontana e sfuggente, le Americhe a est. Voleva rappresentare tutti i regni della terra e la Cina era più che mai il Chung-kuo, il Regno di Mezzo. Il Kunyu Wanguo Quantu, alla lettera “una mappa dei diecimila paesi del mondo”, risale al 1601 quando il matematico e geografo gesuita era rientrato a Pechino alla corte dell’imperatore Wan Li della dinastia Ming, che lo apprezzava e gli consentì di aprire la prima missione cattolica, mentre nella cerchia dei mandarini veniva chiamato Li Madou e insignito del titolo di “Studioso confuciano del grande occidente”. Nella Cina di Xi Jinping il Kunyu Wanguo Quantu è praticamente un manifesto politico. Ricci aveva anche lavorato alle prime rappresentazioni delle Americhe, ma se si guarda alla sua grande carta mondiale, mentre il sud è abbastanza accurato, il nord mostra un Canada gigantesco e degli Stati Uniti piccoli e striminziti – del resto non esistevano ancora, e lì invece dei leoni c’erano i bisonti.
Una mappa con al centro gli Stati Uniti è un’eccezione, in genere i geografi americani hanno fatto perno su Greenwich, sarà un retaggio pre-indipendenza, sarà il legame con l’Inghilterra, ma anche qui Donald Trump ha rotto la tradizione mostrando un tabellone con la bandiera a stelle e strisce che copre il Canada a nord e s’allunga sul Golfo del Messico, ribattezzato il Golfo dell’America, sulle cui sponde s’affaccia anche il Venezuela. E’ la carta delle terre strappate ai nativi, alle foreste, ai deserti, o delle desolate steppe per lo più conquistate, talvolta acquistate. Forse anche per questo Trump tratta con tanta leggerezza la questione Groenlandia. La Louisiana comprata dai francesi nel 1803 andava dal Canada al Golfo del Messico, la Florida ceduta dagli spagnoli nel 1819 con un accordo politico, l’Alaska pagata nel 1867 ai russi 4,74 dollari al chilometro quadrato e così via. Il Texas si liberò nel 1836 e ha mantenuto la sua peculiarità anche dopo l’annessione del 1845. La California è stata conquistata nel 1847 e torna a parlare d’indipendenza. In fondo da sola potrebbe entrare nel G7 spiazzando l’Italia. Le mire di Trump, insomma, affondano nella storia americana.
La più misteriosa, e anche la più ambita, oggi è la carta dell’Artico. L’errore di Mercatore è stato ormai corretto e soprattutto esistono mappe con il polo nord al centro e attorno l’intero circolo polare. Google maps dal 2012 può mostrare dettagli prima ignoti e luoghi difficilmente raggiungibili se non in aereo o in nave, ghiacci permettendo. Ad esempio Cambridge bay, un piccolo centro nella regione Kitikmeot del Nunavut, è il territorio canadese più vicino al Polo ed è abitato da circa 1.500 Inuit. Fra quelli in cui si è spinto lo Street View, può essere considerato il più remoto, mentre la zona più a nord è invece in Alaska. Anche se possiamo ormai guardare ogni piccolo albero (o meglio lichene) è sempre la mappa dei desideri quella che abbraccia tutti i paesi che, a questo punto l’un contro gli altri armati, vogliono assicurarsi il passaggio a nord ovest (o a nord est, secondo la Kunyu Wanguo Quantu) insomma la rotta che collega l’Atlantico al Pacifico attraverso il Mar Glaciale Artico. I vascelli navigherebbero per l’Arcipelago Artico Canadese, la danese Groenlandia, l’arcipelago norvergese Svalbard, la Terra di Francesco Giuseppe e la Zemlja in Russia, lasciando a destra la Scandinavia e il mar di Barents. Se si arriva dal Pacifico il passaggio è per lo stretto di Bering, dove l’Alaska e la Siberia, quindi gli Stati Uniti e la Russia, si guardano in cagnesco (almeno finora). Con il riscaldamento climatico sarà più agevole, anche se si tratterà di compiere un vero e proprio slalom tra gli iceberg. E la Cina? Sembra una partita tra americani, nord europei e russi. I cinesi, però, non si fanno certo tagliar fuori, e aver allacciato nuovi contatti con il Canada, approfittando delle tensioni con l’Amministrazione americana, è un passo chiave per la loro strategia di inserimenti nel grande gioco artico. Trump è furioso e minaccia sfracelli.
Ma in Europa non possiamo fare troppo i gradassi. Non mi riferisco al colonialismo guidato da mappe spesso immaginarie e comunque sempre politicamente aggiustate. Né a futuribili scontri tra i ghiacci (chissà quante nuove versioni di “Caccia a Ottobre rosso” vedremo sugli schermi). Veniamo ai giorni nostri, a tre decenni fa, un tempo non molto lontano. Sono state le guerre di Jugoslavia dal 1991 in poi a riaprire le porte europee al Lebensraum. Sloveni e croati contro i serbi, poi serbi e croati contro i bosniaci, kosovari e montenegrini contro serbi, con e senza violenza. Settant’anni prima, con la sconfitta degli Imperi centrali nella Grande guerra e con il trionfo dei dodici punti del presidente americano Woodrow Wilson, furono ridisegnati i confini d’Europa, dalla Francia alla Russia. Nel secondo dopoguerra la Cortina di ferro ha introdotto la sovranità limitata. Prima ancora, però, è prevalsa una divisione nazionale su base etnica, come ha spiegato lo storico britannico Tony Judt nel suo libro “Dopoguerra”. In occidente la Polonia del 1939 era un paese multietnico e multireligioso, è diventato tutto polacco e cattolico nel 1945, dopo lo sterminio degli ebrei e l’espulsione dei tedeschi. Al contrario, nell’area centro-orientale la Jugoslavia e la Cecoslovacchia hanno messo insieme popolazioni che si sono poi separate, con il sangue nei Balcani, con il consenso nei Carpazi. Mappe etniche, religiose, politiche, storiche, più o meno fondate e credibili, hanno riacceso la fabbrica degli odi.
Alla ricerca di un centro
Il pasticciaccio cartografico nasconde oggi un pasticcio ben più grande, che i geopolitologi insistono a chiamare “ordine mondiale”. “Il sistema globale non ha più un centro, ne ha molti, ognuno dei quali cercherà di proiettare il potere in qualsiasi modo possa servire i propri interessi” ha scritto sul Financial Times Odd Arne Westad professore di storia all’Università di Yale. “La crisi transatlantica è l’effetto di un più grande cambiamento che si è costruito per quasi una generazione: la fine dell’egemonia americana e l’arrivo di un’èra multipolare. Un tipo di mondo che pochi di noi hanno sperimentato. Quasi tutti coloro che sono vivi oggi, sono cresciuti in un mondo dominato da una o due superpotenze. Quel mondo non è stato pacifico, ma era in qualche modo prevedibile. Ora quella prevedibilità se ne è andata, è stata rimpiazzata da incertezze portate da un mondo più complesso e multipolare. Andata è la credenza che il XXI secolo fosse in qualche modo un ritorno a una nuova Guerra fredda. Se prendiamo invece gli esempi passati, dobbiamo guardare al mondo a cavallo tra 800 e 900. Anche allora c’era un mondo con molte grandi potenze che si scontravano l’una con l’altra e cercavano di dominare i loro vicini”. Incrociamo le dita, perché quel mondo sfociò nella Grande guerra. E le lezioni della storia non le impara mai nessuno.
La spartizione che i tre grandi (Stati Uniti, Cina e Russia) vorrebbero realizzare oggi, almeno a giudicare dai comportamenti dell’imprevedibile Trump, del gelido Putin e dell’imperiale Xi, tutti pronti almeno sulla carta a una sorta di nuova Yalta globale, nasconde il seme di un tragico fallimento. E qui ci aiuta la metafora dei “ramoscelli piegati” introdotta oltre trent’anni fa dal pensatore liberale Isaiah Berlin: sottoposti ai venti di tempesta, i ramoscelli vengono deformati da forze più potenti, ma non si spezzano e quando si rialzano lo fanno all’improvviso, con scatti terribili, spesso incontrollati e incontrollabili. Una reazione talvolta cieca e irrazionale contro un’umiliazione collettiva. Se “il legno storto” di Immanuel Kant rappresentava l’umanità consapevole della propria diversità che non vuol farsi raddrizzare a forza e resiste al pericolo di essere spezzata e distrutta, i ramoscelli piegati sono l’immagine non più della resistenza, ma della rivolta.
Il premier canadese Mark Carney, nel suo intervento a Davos, ha lanciato un appello alle medie potenze perché reagiscano alla prepotenza dei colossi, citando Tucidide sui forti che possono fare ciò che vogliono mentre i deboli devono subire ciò che devono. Alla rassegnazione dello storico e militare ateniese, Carney ha contrapposto “Il potere dei senza potere”, come il titolo del libro di Václav Havel. “Le medie potenze debbono unirsi perché se non si siedono attorno al tavolo diventano il menu”, ha detto l’ex banchiere canadese. Qualcuno può ironizzare: verremo salvati dai lillipuziani? Sì, forse, a meno che non facciano come nel romanzo di Jonathan Swift, lacerati da un doppio conflitto: i trameksan (quelli con i tacchi alti) e gli stamecksan (quelli con i tacchi bassi) si contendono il governo, mentre si trascina da tempo la guerra civile tra chi sostiene che l’uovo sodo vada aperto dal basso, come da tradizione, o dall’alto, come ha imposto l’imperatore. Se ne avvantaggia la vicina isola di Blefuscu che sostiene i Puntalarga contro i Puntastretta.
L’ex banchiere e premier italiano Mario Draghi all’Università di Lovanio non ha citato i Viaggi di Gulliver, ma siamo convinti che li avesse in mente quando ha pronunciato queste parole rivolte ai lillipuziani europei: “È solo agendo che creiamo le condizioni per agire in modo più deciso in seguito. L’unità non precede l’azione; essa si forgia prendendo insieme decisioni importanti, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e scoprendo che siamo in grado di sopportarne le conseguenze… Ma la minaccia da sola non basterà a sostenerci. Ciò che è iniziato nella paura deve continuare nella speranza. Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che è rimasto a lungo sopito: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fede nel nostro futuro”.