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Emma Dante dei miracoli. Ha costruito un impero, ma Palermo le è sempre ingrata
La regista e attrice italiana è stata insignita del Leone d'Oro alla carriera per il teatro dala Biennale di Venezia, ma nella sua città ha tanti fans e adepti almeno quanti sono i suoi detrattori, che vorrebbero sminuire il suo consenso planetario
A far quasi un raffronto, Emma Dante conquistò il palcoscenico del Teatro Biondo di Palermo, ovvero dello Stabile cittadino, fu cioè consacrata all’“ufficialità” lì dov’era nata, un po’ come Garibaldi conquistò Palermo stessa, tappa dopo tappa: Marsala, Salemi, Calatafimi… Si ha ricordo di certe serate fuori provincia vissute come pellegrinaggi, richieste di avventurosi passaggi in macchina uso torpedone: come quella volta de Le pulle ospitato in tre sere d’estate alle Orestiadi di Gibellina che al Baglio Di Stefano dovettero inventarsi strapuntini di ingegneristica fantasia per accontentare le folle. Di molti e sentiti applausi, in verità, Dante aveva già fatto bottino a Palermo capoluogo, ma in altri spazi, come il Montevergini, per esempio, meravigliosa residenza creativa colpevolmente chiusa per inedia politica nei primi anni della nuova, decennale, sindacatura orlandiana dopo che era stata creata da un deprecatissimo – e decennale anch’esso – centrodestra berlusconiano (quello dell’avvocato Diego Cammarata): teatro che aveva visto la nascita di Cani di bancata, ritratto iperrealista della mafia, inquietante e incravattata famiglia di personaggi grotteschi e sbavanti in un banchetto macabro-festoso alla Grosz. O anche ai Cantieri Culturali alla Zisa dove, dopo un debutto romano, era arrivato il primo titolo di spicco della Compagnia Sud Costa Occidentale, fondata da Dante nel ‘99, quel ’mPalermu che si era conquistato in un fiat il bollino di “capolavoro” da oltre tre quarti di blasonata critica nazionale. Ma il Biondo (che a Palermo è come dire “il” teatro di prosa per tradizione e da 40 anni esatti lo Stabile cittadino) niente. La città “negata”, off limits lato mare e lato monti. Di più: una volta “sdoganata” entro la Conca d’Oro, la regista ha chiesto più volte uno spazio tutto suo al Comune che sulla questione ha manifestato un’ipoacusia pressocché totale, dall’orecchio di sinistra così come da quello di destra. E adesso che Emma è stata insignita del Leone d’oro alla carriera dalla Biennale di Venezia (le verrà consegnato a giugno per il Festival Internazionale del Teatro da Willem Dafoe, direttore di quella sezione), adesso che il pubblico parigino sciama soddisfatto ogni sera sugli Champs Élysées dopo aver applaudito al Théatre du Rond Point il suo allestimento de Les femmes savantes di Molière commissionatole dalla Comédie-Française (e fino a qualche giorno fa altri suoi due spettacoli viaggiavano assai apprezzati in giro per la Francia: L’angelo del focolare e Re Chicchinella a Rouen, Tolone, Annecy e ora, tornati in Italia, si spostano da Mestre a Cagliari), adesso che è in procinto di confrontarsi con Tancredi di Rossini, nuova avventura all’Opera di Roma, al debutto a maggio (mentre le sue già applaudite produzioni nella lirica migrano di teatro in teatro – qui e all’estero – da lei stessa riprese o da suoi assistenti), adesso che si sta mettendo allo studio per i Sei personaggi, suo primo incontro con Pirandello che farà certamente discutere? Adesso come la mettiamo con la città da sempre ingrata, specialmente dopo che Dante ha deciso di trasferirsi definitivamente – vita e arte – sulle sponde del Tevere alla soglia dei 60? E’ tardi, come sospira Violetta nel quarto atto.
Ripartiamo da Palermo. Se Garibaldi fu rintuzzato, fino a che poterono, dai Borboni, Dante non fu mai molto simpatica a Pietro Carriglio, fondatore ed ex direttore artistico dello Stabile per quasi un ventennio. Uomo di immensa cultura, laica e cristiana. Democristiano. Appoltronato al Biondo da fine anni ‘70. Dunque, i palcoscenici cittadini per lei erano solo quelli “alternativi” oltre alla sua Vicaria, polveroso scantinato di un palazzaccio anni ‘70 nel quartiere Noce, dall’artista stessa preso in affitto e da lei sempre usato anche come laboratorio. Per onestà di cronaca: c’era stato, sotto Carriglio, un tentativo per unire le nuove forze teatrali cittadine nell’alveo di un progetto dello Stabile (Dante stessa, Davide Enia, Vincenzo Pirrotta, Claudio Collovà, il meglio della scena panormita a cavallo tra i due millenni). Ma, come anche un bambino della materna avrebbe previsto, il tavolo delle trattative saltò presto in aria per soverchie divergenze di personalità e di pensiero. E risuona ancora, nell’immaginario aneddotico del teatro primonovecentesco di via Roma, la voce di Carriglio che si chiedeva retoricamente lungo i corridoi: “Ma dov’è scritto che questa debba piacermi per forza?”. Emma, dunque, cane sciolto fino a che al timone del Biondo non arrivò, tornato in carica Orlando come primo cittadino, Roberto Alajmo – giornalista Rai e scrittore generoso di sarcastici sguardi da scettico blu sulla città – che la nominò d’emblée artista residente e direttrice della scuola di teatro dello Stabile. Furono anni, quei Dieci del terzo millennio, di belle cose e financo di pacificazione municipale, sotto il segno delle arti sceniche, almeno. Ma sempre con improvvise turbolenze, soprattutto per l’inesausta voglia del sindaco – in ogni caso il più colto che la città avesse avuto dal dopoguerra – di giocare coi suoi collaboratori un po’ come i ragazzi di una volta con le figurine Panini. Alajmo si dimise e si riammise, per esempio, nel volgere di poche settimane. Con Emma andò peggio: quando, ancora una volta, lei chiese uno spazio tutto per sé – per esempio uno dei Padiglioni della ormai defunta Fiera del Mediterraneo, uno dei massimi simboli dell’insipienza di Palermo, città affascinata dall’ineluttabilità del rudere – Orlando la tacciò d’essere sì un’eccellenza ma da ridimensionare, un’artista che viveva sugli allori fino ad allora conquistati, che in fondo era Dante che aveva bisogno di Palermo e non Palermo di Dante (sapeva benissimo di mentire a sé stesso, il sindaco, quantomeno per la visibilità che l’artista aveva dato alla sua città in giro per il mondo). La trattò in pratica come una bimba capricciosa e mai contenta, ragazzina spostati e lasciami lavorare. Lei rispedì tutto al mittente tacciandolo di feudalesimo, d’essere un signorotto saccente e prepotente, facendogli capire di non sentirsi vassallo di nessuno, sostenuta da un’alzata di scudi che poche volte in città.
Perché Emma, nella “sua” Palermo, ha tanti fans (e alcuni adepti) almeno quanti sono i suoi detrattori, quelli che vorrebbero sminuire il suo consenso quasi planetario, dalla Scala ai teatri cinesi, dalle austere sale teutoniche e russe ai più altolocati festival internazionali. E questo per restare soltanto al suo teatro di parola e di corpo (quasi irreplicabile, tanto lei ne ha plasmati forma e stile), tacendo del cinema che si è rivelato altro suo talento e che l’ha portata tre volte alla Mostra di Venezia con esiti sempre molto lusinghieri. Per non parlare del melodramma che è stato un’altra scoperta fra le sue attitudini con quella Carmen che la introdusse, nel temutissimo rito di Sant’Ambroeus, il 7 dicembre di sedici anni fa, tra il rosseggiare dei velluti del Piermarini, a raccontare à sa manière la sigaraia di Bizet, roba da far tremolare le teste cotonate delle dame assiro-milanesi, come le chiama Alberto Mattioli, e buare i loggionisti più ortodossi di via Filodrammatici mentre quel gigante del podio di Barenboim la spingeva in proscenio, fin oltre il sipario già chiuso, con autorevolezza da patriarca e con affetto da nume tutelare, a sfidarli, quei dissensi. O per tacere della scrittura, altra sua passione (per cui l’hanno corteggiata, e pubblicata, fior di editori). Ormai un brand, insomma, che a dirla così non sembra magari bellissimo, sembra più una questione di fatturato che d’arte, pur se quello da lei costruito in questi trent’anni è anche un impero, un piccolo grande impero dello spettacolo. Dante è sempre stata spietatamente sincera già raccontando le sue origini: dal giorno in cui quel sacro fuoco si rivelò sotto forma di fiammella quando frequentava il teatro da ragazza-spettatrice, intruppata in quei gironi spesso di noia e disinteresse che sono i turni per le scuole. Lei però capì che quella poteva essere la sua strada o forse voleva già fosse la sua. Fu sua madre, prima di morire ancora giovane, a spingerla: la morte di un altro figlio l’aveva annientata, aspettava in fondo la morte anche lei, così quando Emma trovò lo spirito giusto, specie dopo aver frequentato la scuola di teatro Teatés di Michele Perriera che le squarciò anema e core, fu messa su un treno per Roma, destinazione Accademia d’arte drammatica. Ma senza recidere totalmente quel cordone con Palermo. Avrebbe potuto restare oltre Stretto, infatti, fare l’attrice (la farà solo i primi anni – “troppa ansia”, dirà – poi deciderà che è meglio immaginarsela, ricrearla, rimodellarla, l’altra vita, anziché limitarsi a recitarla) girando comunque il mondo come fanno tutti gli scavalcamontagne. Ma torna in quella città che è croce e delizia della sua vita. Questo rapporto ha qualcosa di ancestrale, anche adesso che, dopo anni, ha scelto di vivere altrove (in Sicilia non ci sono più nemmeno legami di sangue), Palermo è sempre presente, ogni giorno, ogni momento, è fiato nonostante ora respiri un’altra aria, è ispirazione anche se le finestre della nuova casa s’affacciano su altre vedute. E’ lo stesso legame primigenio madre e figlia, lo stesso atavico vincolo della famiglia che – non è un caso – è il nucleo, il centro di ogni spettacolo che scrive di suo pugno – di ieri e di oggi – tra possesso e violenza, abbandono e ritorno, morte e lutto. Palermo è il suo genius loci e al tempo stesso è il fulcro del mondo, è realtà che supera il confine e si fa metafora.
E la famiglia – insieme alle radici – è l’architrave del suo lavoro quotidiano: non solo le famiglie che lei inscena, cuccia di ogni nequizia della mente e del corpo, la famiglia proprio come archetipo, come paradigma d’ogni umano sentire, dire e fare. Non è un caso che quasi sempre Dante si attorni di fedelissimi, basta dare un’occhiata alle locandine, negli anni, una comunità coesa di attori, tecnici, assistenti, amministratori, produttori, distributori nel solco di una mitologia – come ogni famiglia che si rispetti – che si narra fatta anche di passioni esplosive e liti epocali, di innamoramenti e sfuriate, di fughe improvvise e di improvvise riapparizioni, di conflitti e riappacificazioni, di “malocarattere” dantesco tradotto in regola, rigore, disciplina. Carmine Maringola, napoletano, architetto/teatrante, è suo attore e suo scenografo oltre che suo marito: arrivò a Palermo per recitare nella compagnia del Teatro Lelio, formazione di salda tradizione, frequentò un laboratorio alla Vicaria e hic optime mansit. Vanessa Sannino è la costumista, Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, insieme con Ilaria Carroccio suoi attori della prima ora, sono i suoi coreografi, il movimento plastico della scena, Cristian Zucaro è quello che le illumina corpi, volti e oggetti, Giuseppe Cutino è il suo braccio destro nella lirica, Sandro Maria Campagna è il suo maestro d’armi, Daniela Gusmano l’inflessibile amministratrice. E poi c’è l’aspetto produttivo per cui non c’è allestimento che insieme alla sigla di Sud Costa Occidentale – al marchio d’origine Emma non rinuncia mai – non ne affianchi, a dir poco, almeno altre tre o quattro prestigiose e di caratura internazionale, dal Piccolo di Milano e altri Stabili nazionali a svariate istituzioni d’Oltralpe (ah, la France!) più titolate rassegne europee ed extracontinentali che per leggerne l’elenco su un programma di sala devi prima prender fiato. Famiglia anche questa, raggruppata sotto simboli, loghi, etichette. Che assicurano a ogni creazione della drammaturga-regista non solo una garanzia economica di partenza ma anche la giusta spinta a quella trottola di vorticosa velocità che sono le tournée dei suoi spettacoli. E in questo giro, a sovrintendere su tutto, e anche sotto forma di compartecipazione alle spese, c’è Aldo Grompone, manager di volpino talento. Non ultima, a creare la leggenda emmadantesca è stata la stampa. Una stampa per gran parte e quasi sempre favorevole quando non osannante che, a parte qualche doloroso inciampo, come nel caso di una Medea con Iaia Forte dove ne scrisse più di crude che di cotte – recensioni per le quali la regista si rabbuiò moltissimo – ha sempre salutato con fervore le sue sortite. “Ci sono occasioni in cui un critico rischia davvero; e un inoppugnabile pericolo il recensore lo vive davvero durante la visione di Misericordia; quello di perdere lucidità, distacco e raziocinio e farsi travolgere da ondate di emozioni”, scrivono sull’Avvenire su quello spettacolo di grande impatto emotivo. Suo mentore mediatico si può dire sia stata Natalia Aspesi che l’ha coccolata, nelle interviste su Repubblica, quasi come una figlia, ma Dante ha sempre avuto buone facoltà comunicative coi giornalisti, mai ruffiana però disponibile, mai conflittuale ma dialettica. Uno a uno e palla al centro. La notizia del Leone d’oro è stata ovviamente accolta con gioia anche se, nella motivazione della Biennale, tra le nobili ascendenze isolane che le si attribuiscono qualcuna c’entra, qualche altra chissà. “Dal cuore della sua Palermo ha saputo portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio non solo una ricerca linguistica unica, ma anche dando forza scenica a quei temi scomodi e dolorosi che da sempre sembrano connotare la sua terra”. Sorriso sarcastico di quei detrattori che la vorrebbero opima di citazioni, quelli che rosicano e dicono “un po’ copia” anche se ammettono che copi bene. Anche lì, si sa, ci vuol destrezza.