Conversione di San Paolo, di Caravaggio (Google creative commons)
guardarsi nel cuore
La vera conversione passa per l'amore per la verità e la fedeltà a se stessi
Convertirsi, cambiare idea, è sempre un accorgersi di una diversa configurazione della realtà, un trovarsi più vicini alla verità delle cose, un penetrarle più a fondo, che è gratuito, perché di nostro non dobbiamo metterci altro che la sincera apertura alla realtà
Una delle parole più semplici e impegnative che stanno alla base del messaggio cristiano è la parola conversione. “Convertitevi e credete al Vangelo”, appunto. Per chi si converte nel senso indicato da Gesù niente è più come prima. Non si tratta di un semplice cambiamento di opinione, ma di guardare il mondo con altri occhi. Si tratta, in altre parole, di una metanoia, ossia di un radicale cambiamento di mentalità: qualcosa che è molto di più del semplice esito di un comportamento virtuoso; è una grazia che trasforma nel profondo il nostro cuore e la nostra mente; un dono che, pur dipendendo anche da noi, poiché possiamo accoglierlo o non accoglierlo, ha sostanzialmente il carattere della gratuità. Se ci pensiamo bene, questo carattere di gratuità contraddistingue non soltanto la conversione religiosa, ma ogni mutamento di convinzione che sia autentico e sincero. Convertirsi, cambiare idea, è sempre un accorgersi di una diversa configurazione della realtà, un trovarsi più vicini alla verità delle cose, un penetrarle più a fondo, che è gratuito, perché di nostro non dobbiamo metterci altro che la sincera apertura alla realtà. A un certo punto le cose ci appaiono diversamente; quanto pensavamo prima non vale più; abbiamo cambiato parere; ci siamo insomma convertiti.
Iperbolizzando un po’, considerati i cambiamenti continui che si verificano intorno a noi e dentro di noi, potremmo dire che la nostra vita è chiamata davvero a una continua conversione e certamente hanno qualche buona ragione coloro che ci ricordano che soltanto gli imbecilli non cambiano mai idea. D’altra parte, però, è anche vero che ci sono in giro tanti furbi i quali cambiano idea troppo spesso. Per non dire di coloro che cambiano idea semplicemente per capriccio o perché semplicemente non hanno idee. Insomma la fenomenologia della conversione è assai complessa; pone questioni che hanno a che fare con la conoscenza e con la morale; questioni che mobilitano la nostra intelligenza, le nostre passioni, le nostre virtù e i nostri vizi, senza che se ne possa stabilire con precisione il dosaggio. Ci sono uomini che tendono a farsi guidare prevalentemente dall’evidenza intellettuale, altri dal senso morale, altri ancora dal senso estetico, altri infine dal proprio bieco tornaconto. Ma siccome queste inclinazioni, quale che sia quella dominante, sono spesso presenti e operanti tutte insieme nell’animo umano, è assai difficile stabilire quale di esse sia stata determinante per la conversione di chicchessia. Neanche l’interessato potrebbe stabilirlo, fossimo anche noi stessi. Tanto è vero che su questa materia diciamo in genere che soltanto Dio può essere giudice.
Ciò nonostante, sebbene non sia consentito a nessun uomo di guardare nel cuore di un altro uomo e sebbene una certa opacità caratterizzi il nostro stesso cuore, ci sono indizi che certamente supportano l’autenticità o l’inautenticità di una conversione. Quando constatiamo, ad esempio, che si tratta di un cambiamento sofferto, di un cambiamento che mette a dura prova la persona interessata, arrecandole danni, inimicizie o addirittura persecuzioni, abbiamo buone ragioni per ritenere che siamo di fronte a una persona virtuosa che pone appunto l’amore per la verità al di sopra di ogni altra cosa. Quando invece constatiamo di avere a che fare con persone che cambiano idea a seconda del vento, preoccupate soltanto dei loro interessi personali o deboli a tal punto da temere anche il più piccolo dei dissensi, è assai difficile che su tali persone possa riversarsi la nostra stima. Le associamo tutt’al più al famoso Girella di Giuseppe Giusti, che, come “àncora d’ogni burrasca”, tiene “da dieci a dodici coccarde in tasca”; volubili opportunisti che, per debolezza, orgoglio, avarizia o ingordigia, sono sempre pronti a esibire la “coccarda” giusta.
Se siamo convinti che ogni sincera conversione sia guidata dall’apertura alla realtà e dall’amore per la verità, allora possiamo aggiungere un altro elemento al nostro discorso: la conversione, quando è autentica e sincera, è anche una forma di fedeltà a se stessi. Girella non conosce questo tipo di fedeltà proprio perché, essendo sempre in balia del vento, si sottomette in questo modo a un’unica legge: l’adattamento. Ma proprio perché è pronto ad adattarsi a tutto, egli si condanna a essere un perenne disadattato. Diverso invece è il discorso per coloro che fronteggiano la realtà a viso aperto, senza curarsi più di tanto del vento che tira, fiduciosi nelle proprie convinzioni e, nel contempo, consapevoli del nuovo e dell’incerto che possono irrompere in ogni momento nelle nostre storie personali e sociali facendoci cambiare idea. Costoro non conoscono l’opportunismo né il fanatismo, considerano l’imprevisto come una risorsa, lo accolgono e, se la coscienza lo impone, non esitano a rinnegare ciò in cui credevano prima, senza troppi riguardi agli eventuali costi e benefici. Lo fanno con un tipo di consapevolezza che ha molto a che fare con l’umiltà e forse persino con una sorta di contrita disponibilità ad accettare qualche incomprensione. In fondo è normale che l’abbandono di una qualsiasi certezza possa gettare qualche ombra sull’uomo che in precedenza se ne era sentito così sicuro.