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Alta tensione

Un pensiero musicale forte e rivelatore: Daniele Gatti sul podio di Santa Cecilia

Mario Leone

Il pubblico ha riconosciuto nel direttore il tratto del grande artista, capace di servire la musica con lealtà e di allargare l’orizzonte di chi ascolta: lavora su due poli opposti, il momento in cui il suono si genera e quello in cui si disperde definitivamente. Il primo e il secondo nascono e vanno a finire nel silenzio

Nell’articolo del 1853 “Neue Bahnen” (Vie nuove, ndr), Robert Schumann consegnava al mondo Johannes Brahms quale “faro” del futuro della musica: un talento eccezionale che dava inizio a una nuova èra. Così suggellava un legame cruciale che avrebbe influenzato profondamente entrambi e il percorso musicale di Brahms, suo successore spirituale. “Ed è arrivato un giovane – scriveva Schumann – sulla cui culla le Grazie e gli eroi hanno vegliato. Si chiama Johannes Brahms […] questo è un eletto”. A Brahms e Schumann è dedicato il concerto con Daniele Gatti sul podio dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma (ultima replica stasera alle 18). Un evento atteso da un pubblico che, negli ultimi anni, ha riservato al direttore milanese un affetto crescente, riconoscendone il tratto del grande artista, capace di servire la musica con lealtà e di allargare l’orizzonte di chi ascolta.

 

Gatti – direttore della Sächsische Staatskapelle Dresden e fresco di nomina al Maggio Fiorentino – lavora su due poli opposti: il momento in cui il suono si genera e quello in cui si disperde definitivamente. Il primo e il secondo nascono e vanno a finire nel silenzio. La cura di questo aspetto, in ogni singolo brano, è ottenuta con una concertazione serrata e, dal vivo, con il gesto – a volte minimo o apparentemente fermo – capace di generare e poi gestire questi due estremi e tutto ciò che avviene nel mezzo. La tensione non cala mai, né orizzontalmente (con la melodia) né verticalmente (con l’armonia). Quella di Gatti è una direzione sicura, sostenuta da un pensiero forte e argomentato. Così il discorso musicale diventa significativo, specialmente nelle Variazioni su un tema di Haydn di Brahms, brano che apre il concerto o in una partitura sfuggente come la Terza Sinfonia. Dopo l’eroismo della Prima Sinfonia e le tinte pastorali della Seconda, e anticipando la tragedia insita nella Quarta, la Terza abita un mondo più incerto, sicuramente meno trionfante. Non è un caso che Carlos Kleiber non l’abbia mai registrata e mai diretta.

 

Gatti mette ordine nel groviglio del primo movimento, mantenendo il flusso musicale senza contrarne l’andamento e valorizzando la struttura ritmica sottostante, come l’uso frequente di sincopi. E’ una lettura plastica, in cui nessun dettaglio significativo sfugge – un esempio, il controfagotto, valorizzato con finezza poco prima della ripresa – e nulla distrae dallo sviluppo dell’argomentazione sinfonica. Il direttore milanese svela anfratti mai esplorati della partitura, gioca con le dinamiche interne sollecitando un’orchestra sensibile a ogni cenno. Così l’Andante scorre senza inflessioni retoriche e il Poco Allegretto si impone, pur senza quel tipico eccesso di forza espressiva, capace di suscitare un istintivo “affetto”. Il finale Allegro non perde mai in trasparenza, neppure nei climax cui tanti direttori approcciano in maniera “gridata”. Gatti fraseggia, respira, allarga il tempo e subito recupera. Ogni “voce” ha la sua ragione di esistere, un suo inizio e una sua fine mai lasciati al caso.  

 

La Terza è la più schumanniana tra le sinfonie di Brahms, quella che rispecchia la descrizione che Robert dà di sé, della propria natura psicologica divisa tra Florestano ed Eusebio. Gli echi della Renana, l’uso di un cifrario musicale così caro a Schumann, rendono la Sinfonia un vero e proprio omaggio a Robert. Ed è per questo che il Concerto in la minore si colloca così bene tra le due opere di Brahms. E’ un ibrido tra sinfonia e grande sonata: un’opera enorme, gestita con maturità dal venticinquenne pianista austriaco Lukas Sternath, che, malgrado una tavolozza timbrica non sempre varia e qualche diversa intenzione con l’orchestra, risulta sempre in pieno controllo tecnico e sonoro. Alla fine, tanti applausi e la curiosità di sapere chi abbia vegliato sulla culla del piccolo Daniele da Milano.