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letteratura e memoria
Robert Antelme e la lotta contro la privazione, per salvare la specie umana
La storia de "La specie umana" e l'esigenza di scrivere per resistere alla disumanizzazione nazista
Robert Antelme era un giovane resistente anticomunista corso quando, il 1° giugno 1944, fu catturato dalla Gestapo che presidiava l’allora Francia occupata dalle truppe filonaziste. Deportato nel campo di concentramento di Fresnes, vicino Parigi, poi trasferito a Buchenwald, a Gandersheim e approdato infine a Dachau, lascerà ne La specie umana, opera tra le più testamentarie della letteratura concentrazionaria del Novecento, una delle impronte più veritiere della condizione a cui fu sottoposto l’uomo durante gli anni di barbarie nazista. Marito di Marguerite Duras – che ne descriverà la straziante attesa nel racconto La douleur (1985) – e compagnon del futuro presidente della Repubblica francese, François Mitterand, (all’epoca della Resistenza noto come François Morland), Antelme verrà ritrovato in uno stato pietoso nel lager di Dachau proprio dallo stesso Mitterand, dopo che quest’ultimo aveva ricevuto il permesso di visitare i campi liberati dai nazisti dall’allora Capo dello stato, Charles de Gaulle.
Ritornato a Parigi alla fine della guerra, Antelme deciderà di scrivere La specie umana non solo per liberarsi in maniera totale da ciò che aveva patito nei campi di concentramento franco-tedeschi, ma anche per dare una “lezione morale” al mondo che si apprestava ad assistere al processo di Norimberga dove si sarebbero condannati i crimini perpetrati da Hitler e dai suoi seguaci delle SS. Riapprodato ora in una bella versione Einaudi (pp. 458, 23 euro, a cura di Domenico Scarpa, traduzione di Stefania Ricciardi e prefazione di Georges Perec), il libro ha avuto un itinerario travagliato, a causa certamente di un linguaggio schietto e crudo: pubblicato clandestinamente nel ’47 per le Éditions de la Cité Universelle fondate da Antelme e sua moglie Marguerite Duras, apparirà nel ’54 nella versione italiana Einaudi su volere di Elio Vittorini, per poi approdare nel ’57 alle prestigiose Éditions Gallimard con una edizione riveduta dall’autore che rappresenta anche la più recente contenuta nelle opere della Pléiade.
Il racconto in questione si smarca da altri esempi di letteratura concentrazionaria, come quelli di David Rousset o Primo Levi, in quanto sembra che a ogni riga Antelme voglia resistere alla disumanizzazione operata dai tedeschi verso gli “ospiti” dei Lager; così attraverso delle riflessioni riconducibili a categorie filosofiche prettamente esistenziali, lo scrittore francese racconta di una vera e propria lotta per la sopravvivenza della specie umana, insistendo sulla questione della privazione e dell’abbrutimento fisico come mezzi per rinforzare la solidarietà tra uomini. Del resto, nella premessa all’ultima edizione, Antelme stesso rivendicò la lotta di ogni uomo come unico mezzo necessario alla salvezza della nostra specie: “Unico sprone alla nostra lotta, la rivendicazione forsennata, e quasi sempre di per sé solitaria, di restare uomini fino alla fine”.