Immagine tratta dal film “Una battaglia dopo l’altra”

Il grande cinema, l'America e la libertà

Antonio Monda

Un percorso che parte dal commesso viaggiatore di Arthur Miller, passa da “Arancia meccanica” e “Spartacus” e approda alla ribellione contro l’oppressione politica. Per un’idea che è sogno, solitudine e in qualche caso morte

Avevo tredici anni quando mio padre mi portò a vedere un allestimento di Morte di un commesso viaggiatore, con Tino Buazzelli nel ruolo del protagonista e la regia di Edmo Fenoglio. “E’ un capolavoro del teatro moderno”, mi disse, e io non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo nulla del testo, e Arthur Miller per me era solo il fortunato che aveva sposato Marilyn Monroe. La drammaticità della vicenda mi riempì di angoscia, e rimasi sconvolto dalla scena finale, con Linda che continua a parlare al marito Willy Loman dopo il suo funerale: “Oggi ho fatto l’ultimo pagamento della casa. Oggi, caro. E non ci sarà nessuno a casa… Siamo finalmente liberi… Siamo liberi…”. Era molto brava Evi Maltagliati a interpretare una donna che manteneva la propria dignità in momento così tragico, ed era magnifico Buazzelli nel ruolo del protagonista, il cui nome Loman/Low-Man, mi spiegò mio padre, ne suggeriva la natura di sconfitto. Fu in quell’occasione che scoprii che la grande arte americana non propone soltanto l’epica della conquista o il divertimento escapista, e ne ebbi conferma leggendo due libri che mi regalò poco tempo dopo: "Il grande Gatsby", con quel finale che lasciava un sentimento struggente sulla visione del mondo di Fitzgerald: “Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato”, e "Il vecchio e il mare", nel quale l’identificazione del protagonista con Hemingway mi appariva ancora più evidente. “Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”, ricordo a memoria l’incipit, così come le ultime parole, anche queste strazianti: “Il vecchio sognava i leoni”. Sono stati i personaggi di Jay Gatsby e Santiago a farmi capire quanto siano diversi i percorsi esistenziali che ognuno può intraprendere in America, e come siano sempre fallaci i concetti di vittoria e sconfitta: due “impostori”, per dirla con Rudyard Kipling. Mi chiedo se si possa dire lo stesso di Willy Loman, il piccolo uomo schiacciato dalla logica spietata del capitalismo, e quale fosse il suo rapporto con la libertà, evocata con disperato sarcasmo dalla moglie Linda. Crescendo ho avuto modo di vedere il film di Volker Schlöndorff con Dustin Hoffmann, e un allestimento teatrale diretto da Mike Nichols con Philip Seymour Hoffmann. Oggi attendo con curiosità la nuova versione cinematografica in chiave afroamericana adattata da Tony Kushner e la regista Chinonye Chukwu con Jeffrey Wright e Octavia Spencer. Sarà lei a pronunciare le parole “Siamo liberi!” costringendomi ancora una volta a chiedermi: cos’è la libertà? Che rapporto ha con il successo, ammesso che ne abbia?

Da cattolico credo nelle parole dell’evangelista Giovanni, “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, ma so che sarebbe assurdo, oltre che arrogante, circoscrivere la verità e la libertà solo a chi si definisce credente. La libertà di cui parla Linda è dall’oppressione dei debiti, e ne circoscrive il concetto in una dimensione materiale, ma è evidente che il tema può essere declinato in molteplici modi: penso in primo luogo alla differenza tra l’essere liberi da qualcosa ed esserlo per ottenere qualcosa. Esiste poi la mancanza di libertà politica e sociale, e la prima immagine che mi viene in mente è quella della donna che si rifiuta di arretrare di fronte all’esercito francese nel finale della Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Non ne sappiamo neanche il nome e la vediamo sfidare e danzare il proprio diritto di libertà fissando negli occhi i colonizzatori. Un’immagine lirica e potente che portò Pauline Kael a scrivere sul New Yorker che Gillo Pontecorvo è “il tipo più pericoloso di marxista: un marxista poeta”.

Non è meno potente quella di Perfidia Beverly Hills al nono mese di gravidanza che spara furiosamente con un mitra in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: per lei la libertà significa “non aver paura” e in quel momento è portatrice nello stesso tempo di vita e di morte. Combatte per difendere gli immigrati, Perfidia, tema quanto mai attuale: ovviamente per il governo è una terrorista, come i protagonisti della Battaglia di Algeri, e come loro si macchia anche di crimini efferati. La domanda che sorge spontanea è quali sono i limiti che si possono raggiungere per difendere una causa, un ideale, un valore come la libertà stessa? Su questo tema il cinema ha proposto anche una provocazione terribile e scabrosa, che tuttavia condivido. Mi riferisco ad Arancia meccanica, lo straordinario film che Stanley Kubrick ha tratto dal romanzo di Anthony Burgess, basato sull’idea che non si può in alcun modo limitare la libertà di un essere umano, anche se la persona in questione si macchia di crimini orribili quali lo stupro e l’omicidio. E’ difficile, quasi impossibile, accettare un principio del genere, eppure è il cuore del libero arbitrio, concetto sul quale Erasmo da Rotterdam si è scontrato con Martin Lutero, che nel De servo arbitrio nega che ognuno sia artefice della propria sorte. Partendo dall’affermazione di San Paolo secondo cui tutti sono caduti, scrive: “Liberum arbitrium esse merum mendacium / il libero arbitrio è una mera menzogna”. Da cattolico mi trovo in disaccordo con Lutero, il quale riteneva la salvezza possibile solo in virtù della grazia divina, e ricordo quanto scrisse Tolstoj: “Il libero arbitrio è la consapevole comprensione della propria vita. È libero chi comprende di essere vivo. E comprendere di esser vivi vuol dire comprendere la legge della propria vita e cercare di rispettare la legge della propria vita”. Su questo stesso tema Agostino d’Ippona, pur condannando la teoria di Pelagio secondo cui la salvezza è dovuta esclusivamente alle scelte del singolo individuo, ha affermato: “Dio che ha creato tutto senza di te, non ti salverà senza di te”.

Ho voluto rivederlo, il film di Kubrick che è bene citare con il titolo Un’arancia a orologeria: la traduzione italiana sposta l’attenzione sulla disumanizzazione del personaggio, minimizzandone la potenzialità esplosiva evidente nel formidabile incipit di Burgess: “There was me, that is Alex, and my three droogs, that is Pete, Georgie, and Dim, Dim being really dim, and we sat in the Korova milkbar making up our rassoodocks what to do with the evening, a flip dark chill winter bastard though dry. / C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta”. Rimango sempre turbato al pensiero che il film abbia generato violenza emulativa da parte di delinquenti di ogni parte del mondo, e intristito all’idea che l’apprezzamento del folgorante magistero registico di Kubrick abbia messo in secondo piano un racconto morale nella tradizione di Defoe, Stevenson e Thackeray, autore che non a caso il regista newyorkese ha adattato nel successivo Barry Lindon. Eppure è così evidente quanto sta a cuore ai due autori, come testimonia il personaggio del prete che si ribella – unico in tutta la vicenda – alla mostruosità etica della cura Ludovico, ideata con le nobili intenzioni di annichilire gli istinti violenti. Il racconto morale è ancora più evidente quando Alex viene ripudiato dai genitori che hanno adottato al suo posto un ragazzo bello, aitante e biondo: è il rovesciamento della parabola del figliol prodigo, e il giovane perbene ha le fattezze di un campione di razza ariana. Tra il libro e il film esistono differenze significative: nel romanzo i criminali sono minorenni, e il governo che mette in atto la Ludovico Technique, in italiano la Cura Ludovico, ha tutta l’aria di essere di destra. Nel film, come anche nel libro, non viene mai esplicitamente detto, ma Burgess, di simpatie conservatrici, lascia intendere che sia di sinistra, mentre Kubrick, di idee liberal, suggerisce invece che sia conservatore. Sono innumerevoli le immagini memorabili del film, ma la più potente è il primo piano con il quale il protagonista si presenta all’inizio del film annunziando che sta per dedicarsi all’ultra-violenza: la provocazione di Burgess e Kubrick è che Alex in quel momento è un uomo libero di agire come vuole, quindi anche di commettere crimini gravissimi, e proprio per questo è ancora un uomo. Rivedendo Arancia a orologeria ho pensato al discorso di Martin Luther King passato alla storia come “I have a dream”. La realizzazione del sogno, “così radicato nel sogno americano”, consentirà di dire finalmente “we will be able to join hands and sing in the words of the old Negro spiritual: Free at last. Free at last. Thank God almighty, we are free at last / potremo finalmente tenerci per mano e cantare con le parole del vecchio spiritual dei neri: Finalmente liberi. Finalmente Liberi. Grazie a Dio saremo finalmente liberi”. Considerando la sua fine violenta e l’evoluzione tragica di quanto sta avvenendo in tutto il mondo, mi chiedo se la libertà finisca per essere solo un sogno e non sia equiparabile alla morte. Questa concezione non è relativa solo all’oppressione materiale, ma in alcuni casi estremi anche ai sentimenti: Catherine, la protagonista di Jules e Jim, sceglie ad esempio di morire con uno dei suoi amanti di fronte agli occhi esterrefatti dell’altro, e in Thelma e Louise le due protagoniste preferiscono morire pur di non arrendersi alle forze dell’ordine e, soprattutto, accettare nuovamente la vita quotidiana che hanno rifiutato.

Le sequenze conclusive dei due film sono drammaturgicamente simili, ma risulta impietoso il paragone tra il linguaggio pubblicitario di Ridley Scott con quello asciutto e lirico di François Truffaut. E’ stato proprio il regista francese a consegnarci un’immagine indimenticabile sulla ricerca della libertà nel finale dei 400 Colpi, e la corsa di Antoine Doinel verso il mare fa da contraltare a quella di Colin, il protagonista di Gioventù, amore e rabbia, ideologico titolo italiano di The Loneliness of a long distance runner / La solitudine di un fondista, di Tony Richardson. In entrambi i casi la libertà va di pari passo con la solitudine, e nel caso dello splendido film inglese, Colin preferisce perdere una corsa che ha dominato pur di non omologare la propria personalità alle regole di istituzioni che disprezza e, ancora una volta, accettare la quotidianità: impossibile non pensare alla vittoria e la sconfitta definite impostori da Kipling. Nei film che raccontano l’evasione dal carcere lo spettatore tende a identificarsi con colui che cerca di riacquistare la propria libertà, a prescindere dal reato che ha commesso. Si tratta di un genere sempre avvincente che prevede di norma l’ingiusta carcerazione del protagonista e nel quale si sono cimentati autori diversissimi. Il capolavoro è certamente Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson, in virtù di un approccio umanistico che si fonda con la celebrazione liturgica e trascendentale di ogni singolo gesto.

Il passaggio a una dimensione spirituale è evidente anche nei migliori film che hanno trattato il tema della schiavitù: se Stanley Kubrick nel finale di Spartacus immortala il protagonista in croce mentre tutti i suoi compagni urlano “Io sono Spartacus!”, Steven Spielberg in Amistad racconta esplicitamente la scoperta del vangelo da parte degli schiavi ribelli, come unico viatico per una libertà non solamente fisica.

Pochi autori hanno riflettuto sul rapporto tra etica e libertà come Philip K. Dick: a Minority Report di Steven Spielberg e Blade Runner di Ridley Scott, tratto da Do Androids dream of electric Sheep? / Cacciatori d’androidi vanno aggiunti almeno altri due film influenzati dal suo pensiero: The Truman Show, di Peter Weir, che rielabora un’intuizione di Time out of Joint / Tempo fuori di sesto, e Gattaca di Andrew Niccol, autore della sceneggiatura del primo. Minority Report parte da un’aberrazione etica e giuridica, non troppo diversa da quella immaginata da Anthony Burgess: in un futuro non troppo lontano è possibile stabilire sin dalla nascita chi è portatore di istinti criminali e, conseguentemente, prendere provvedimenti di carcerazione preventiva: ancora una volta le migliori intenzioni portano all’umiliazione e alla repressione della libertà. Molto simile il presupposto di Gattaca, nel quale Andrew Niccol immagina che sia possibile stabilire, anche in questo caso alla nascita, chi abbia le potenzialità per far parte di un prestigioso progetto aerospaziale. Si tratta di una selezione eugenetica, e non ci vuole molto a capire dove porti la ricerca di una razza pura alla quale appartengono unicamente i superuomini: il figlio adottato dai genitori di Alex in Arancia a orologeria apparterrebbe certamente al numero degli idonei. In Blade Runner, Ridley Scott racconta la ribellione di un replicante al fatto di essere stato creato con una durata di vita limitata. In questo caso il linguaggio pubblicitario del regista si sposa mirabilmente con l’immagine di un futuro sporco e piovoso, nel quale la difesa della libertà sembra l’unico valore per cui vale la pena vivere. Libertà a cui anela Truman Burbank, il protagonista del Truman Show, il cui nome è un riferimento a True Man / Uomo vero, mentre il cognome cita il quartiere dove sono situati i principali studios hollywoodiani. Nel suo mondo perfetto e inesistente i personaggi hanno i nomi di attori celebri con Marlon e Meryl, ed è interessante notare che Time out of joint, il titolo del romanzo di Dick al quale si sono ispirati Weir e Niccol, è una citazione dell’Amleto. Truman ha sempre vissuto all’interno di uno studio televisivo dove tutto appare solare e felice, e nel momento in cui comincia a ribellarsi, il regista dello show lo mette in guardia rispetto ai problemi, le ingiustizie e il dolore che lo attendono nella vita reale rifiutata da Thelma, Louise, Catherine, i suoi amanti e Colin. E’ lo scotto che si paga per essere liberi, ma per Truman, uomo vero, verità e libertà coincidono, e lui pretende un amore che è tale solo se è autentico.

Tra i tanti film sull’oppressione politica la libertà assume la purezza e la potenza di un cavallo bianco nel finale di Viva Zapata! di Elia Kazan mentre è evocata con un urlo belluino da William Wallace prima della battaglia con gli inglesi in Braveheart. Si identifica invece con la fantasia in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, tratto dal romanzo di Ken Kesey del 1962, ed è significativo notare come lo scrittore celebri la ribellione nei confronti di un’istituzione che rappresenta metaforicamente gli Stati Uniti, mentre il regista lo trasforma in un anelito di libertà di chi, come lui, ha vissuto sotto un regime comunista. Forman dichiarò che la gelida Nurse Ratched, impersonale e ottusa al punto che non ci viene neanche detto il nome, è la raffigurazione di un partito che per difendere la propria ideologia umilia la libertà. E’ interessante notare che anche in questo caso il protagonista Randle Patrick McMurphy si è macchiato di un reato grave: oggi sarebbe impossibile celebrare la ribellione di una persona condannata per molestie sessuali nei confronti di una minorenne, ma Forman contestualizza questo elemento in quegli anni di esuberanza sessuale che in seguito ha raccontato in Hair. Quando Nurse Ratched vieta la visione di una partita di baseball, McMurphy improvvisa una telecronaca immaginaria che eccita e commuove tutti gli altri pazienti: la libertà viene conquistata attraverso la fantasia. “Possiamo essere liberi solo se lo sono tutti”, teorizzava Hegel, e Adorno rifletteva che “la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Il rapporto tra individuo e istituzione, viene trattato da Federico Fellini in Prova d’orchestra, il più politico dei suoi film, nel quale racconta il burrascoso rapporto tra un direttore d’orchestra che paragona il concerto a una messa e dichiara che “ogni musica è sacra”, e un gruppo di musicisti dove ognuno è convinto di essere l’elemento fondamentale ma nessuno mette alcuna passione nell’esecuzione. “Aggrappatevi alle note” dice il direttore, perché “le note salvano”, ma poi, dopo aver ripreso il potere al termine di una ribellione nella quale il metronomo è assurto al ruolo di divinità, comincia a parlare come Hitler in una sala prove ridotta a un cumulo di macerie: la libertà vive nel sentiero stretto tra l’anarchia e la dittatura.

“Credo nella fretta dell’uomo, nei suoi gesti precisi, nel suo libero arbitrio”, ha scritto Wislawa Szymborska, e ci penso sempre quando mi imbatto in opere che identificano la libertà unicamente con la mancanza di vincoli o oneri. Mi vengono subito in mente i protagonisti di un film alquanto datato come Easy Rider, il ragazzo che sceglie di vivere nei boschi dell’Alaska nel sottovalutato Into the Wild e pellicole che cedono alle semplificazioni new age come Verso il sole del pur grandissimo Michael Cimino. Per quanto mi riguarda mi riconosco nell’intuizione di Isaac Bashevis Singer: “Noi dobbiamo credere nel libero arbitrio, non abbiamo scelta” e so di andare in direzione opposta a quella segnata da Lutero e in parte anche da Agostino d’Ippona quando, in relazione al rapporto tra libertà e sacrificio, penso alla poesia di William Ernest Henley che Nelson Mandela ha recitato ogni giorno nei suoi 27 anni in cui è stato incarcerato a Robben Island:

Dal profondo della notte che mi avvolge / nera come un pozzo da un estremo all’altro, / ringrazio qualunque dio ci sia / per la mia anima invincibile. / Nella stretta morsa delle avversità / non mi sono tirato indietro né ho gridato. / Sotto i colpi avversi della sorte / il mio capo sanguina, ma non si china. / Oltre questo luogo di rabbia e lacrime / incombe solo l’orrore della fine. / Eppure la minaccia degli anni / mi trova, e mi troverà, impavido. / Non importa quanto stretta sia la porta, / quanto impietoso sia lo scorrere della vita, / io sono il padrone del mio destino: / io sono il capitano della mia anima.

Di più su questi argomenti: