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Un catalogo

“Ammirabili e freaks”, letterati ritratti come in un romanzo borghese

Giulio Silvano

Nel libro postumo di Giuseppe Marcenaro possiamo leggere alcune vignette fatte da lui, che vanno da Mario Soldati a Giuseppe Pontiggia, passando per un Alberto Lattuada. Ma dentro il catalogo ci sono anche figure non celebri, di cui non ci si può vantare sulle terrazze, o almeno non più

L’Italia ha poca pazienza per gli ibridi, per gli amateurs, per gli indefinibili. Lo spiega la scarsa attenzione che nel febbraio del 2024, due anni, fa, ha avuto la morte di Giuseppe Marcenaro nella scena delle lettere. Genovese, bibliofilo impenitente, organizzatore di mostre su Rimbaud, collaboratore anche di questo giornale – con pezzi che andavano da lord Byron veneziano ai testi proibiti dei rivoluzionari – Marcenaro è stato autore di libri che mostravano la sua passione per le vite dei poeti, per gli oggetti, per la sua Liguria, per i cimiteri e le wunderkammer, per “gli eroismi e i misfatti”. Aveva così tanti libri in casa che un giorno un operaio arrivato per sistemargli i pensili della cucina gli dice: “Non sapevo che al sesto piano ci fosse una libreria, ma riuscite a vendere?”. Nel coccodrillo del Secolo XIX, “Pippo”, veniva paragonato a un contemporaneo dottor Coppelius, personaggio di Offenbach che rovesciando binocoli e occhiali davanti al protagonista promette una vista “al di là del visibile”.

 

Nella sua vita dedicata ai libri Marcenaro ha incontrato tante figure, un catalogo di letterati, “Nobel mancati”, “personaggi della Torah” e donne e uomini, come lui, “ingordi di cultura”. In Ammirabili & Freaks, da ieri in libreria (il Saggiatore, 272 pp., 19 euro), possiamo leggere queste vignette fatte da lui, che vanno da Mario Soldati “bambino con la barba bianca che temeva d’essere beccato con le mani dentro al barattolo della marmellata della vita” a Giuseppe Pontiggia, “l’ultimo scrittore moralista che io abbia conosciuto”, passando per un Alberto Lattuada “sezionatore di acciughe”. Ma non è il solito name-dropping. Dentro il catalogo ci sono anche figure non celebri, di cui non ci si può vantare sulle terrazze, o almeno non più. Ottimo il pezzo su Indro Montanelli, che lo volle collaboratore al Giornale. Un classico “bastian contrario” che non voleva piacere agli altri, e che “con toni scanzonati e provocatori di discendenza longanesiana, strabuzzando gli occhi come un demiurgo infuriato, si scagliava contro la cortigianeria degli intellettuali gauchisants e dei borghesi radical chic di Milano”. Del toscano con la Lettera 22, che teneva dietro alla scrivania la foto di Jünger “con dedica autografa”, Marcenaro racconta l’ansia una mattina di trovarsi deriso o maltrattato o ignorato nei diari che di lì a poco sarebbero stati pubblicati del vecchio amico Giovanni Ansaldo, co-fondatore del Borghese. “Non lo avrebbe mai confessato, ma dopo anni doveva sentirsi ancora addosso la sarcastica intelligenza dei suoi amici. Era timoroso e geloso ad un tempo”.

 

Con questi suoi ritrattini Marcenaro – che non scriveva romanzi – trasforma tutti in personaggi da romanzo borghese. E’ un po’ l’opposto del volume di Ernesto Ferrero Album di famiglia. Se Ferrero, uomo di potere dell’editoria, infila sé stesso nei rapporti con i “maestri del Novecento” che ha incontrato per elevarli, col risultato di un album di agiografie coccodrillesche di via Biancamano, Marcenaro diventa invece un curioso Henry James, che riporta frasi e cadute e vizi e fa calare sempre un piccolo velo di amarezza. Celebrazioni, anche, ovviamente, come è il caso di Luciano Foà – e come si fa a non celebrare l’uomo che ha voluto “rompere la monotonia dell’ideologismo editoriale di sinistra” fondando l’Adelphi? – ma mai senza calcare la mano (sarà la ritrosia genovese).

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