mons. Leonardo Sapienza accanto a Papa Leone XIV (foto Ansa) 

Antologia del bene

La bellezza dostoevskijana non salverà il mondo, la gentilezza forse sì. Un libro

Matteo Matzuzzi

In un tempo segnato da guerre, aggressività e incertezze globali, un libro di mons. Leonardo Sapienza rilancia la gentilezza non come buon sentimento, ma come virtù esigente e concreta, capace di cambiare il modo di stare nel mondo

La bellezza forse non salverà il mondo, e spiace per Dostoevskij e per la sua massima più usata e più equivocata rispetto al suo significato vero, ma la gentilezza forse sì. Definizione di gentilezza: cortesia, amabilità, affabilità, garbata attenzione, finezza senza affettazione, delicatezza, grazia. Il suo contrario: sgarbo, maleducazione, scortesia, aggressività, disprezzo, freddezza, eccetera. In questo mondo dove ogni evidenza è crollata e in cui non si sa pure se l’alleato di ieri lo sarà anche di domani, è imperativo pensare alle cose belle, a come scappare dalla volgarità. Il titolo di questo volume scritto da mons. Leonardo Sapienza, reggente della Casa Pontificia ("La gentilezza", Editrice la Ricerca, 153 pp.), potrebbe allora essere straniante. Tra cannoni che tuonano in Ucraina e minacce alla Groenlandia, parlare di gentilezza è un qualcosa di non scontato. Uno non ci pensa, nemmeno quando si obbliga a evitare le “brutte notizie” che dominano le nostre giornate.

Scorrendo le pagine, però, anche il lettore più perplesso comprende che sì, questo è ciò che bisogna fare: essere gentili. L’incipit è dato da due domande: “E’ una cosa bella la gentilezza?” e “E’ una cosa bella essere gentili?”. Non sono pensierini della buonanotte, tutt’altro: sono questioni gravi, perché la gentilezza è “la virtù di volere il bene, di fare il bene e di farlo bene! E’ compiere azioni buone, con energia, con autodisciplina, con la volontà di volere il bene degli altri”. Difficile, in una società dove si litiga perfino tra sconosciuti sui social network. Ecco allora che torna utile questa antologia che non è solo un archivio di frasi da citare a un aperitivo fra persone per bene, ma è uno stimolo innanzitutto a lavorare su se stessi. Poi, non meno rilevante, è un invito all’azione. Anche perché, ricorda l’autore, “la gentilezza è come il nostro biglietto da visita: ci presenta come siamo, senza l’uso delle parole”. Certo, ci sono le citazioni dotte – da Tolstoj a Schweitzer,  a Goethe – ma anche storie più note, passate sulle pagine di cronaca. Come quando il capitano dell’Inter Lautaro Martínez saldò il conto dopo che un cliente disonesto era fuggito da un’osteria gestita da giovani disabili senza pagare il conto. O come il gentiluomo ultranovantenne che su un bus di Roma fu l’unico ad alzarsi per cedere il posto a un’anziana signora. La gentilezza come esercizio da praticare in questa società costituita da “milioni di orticelli che non fanno più campagna”. La gentilezza come antidoto a un mondo che s’è fatto più barbaro in cui l’unica cosa che sembrerebbe contare è la legge del più forte. Il desiderio ultimo non può che essere quello espresso da Kurt Vonnegut e riproposto nel volume: “Rimani gentile. Non lasciare che il mondo ti renda insensibile. Non lasciare che la sofferenza ti lasci odiare. Non lasciare che l’amarezza rubi la tua dolcezza”. Dopotutto, aveva ragione la maestra di Romano Guardini, quando gli diceva “ricordati che c’è non solo il grande amore del prossimo, ma anche il piccolo! Per quello grande arriva senza dubbio il tempo, quando ci capiterà di dover aiutare qualcuno in un grande bisogno o di dover essere fedeli fra grandi difficoltà. Ma per quello piccolo il tempo c’è sempre, è l’amore di tutti i giorni. Si chiama cortesia”. (mat.mat)
 

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.