Il dipinto di Pazienza in Piazza del Popolo a Cesena (courtesy A.Cult. APS "Cesena di una volta")
Salvate il soldato Paz
Zanardi fu ferito. Storia e misteri di un murale di Andrea Pazienza
Nel 1984 Paz a Cesena decora un pannello durante il restauro di Piazza del Popolo. Nasce lo Zanardi equestre, ora in mostra al Maxxi all'Aquila. Distrutto, ricomposto, conteso: quel cavallo parla all’Italia di allora e di oggi. Un enigma sulla memoria collettiva
TAKA TAKA TAKA TAKA
“Ma basta, non se ne può più, non sene’!”
“Sono due giorni che va avanti così. Sta lì blindato e tira, tira, tira”.
“Basta, smettila, tornatene al tuo kolkoz!”
Quasi mezzo secolo dopo, i russi sono ancora lì a smitragliare, come in quelle strisce a fumetti di Andrea Pazienza dove Zanardi, il suo spietato antieroe, andava “at the war”. E mentre il nostro mondo brucia, è senz’altro sciocco fare oggi un appello alla pace per una guerricciola minima che riguarda proprio uno Zanardi dipinto da Paz. Una diatriba di provincia, una storiella da fumetto, una mezza barzelletta. Eppure.
BANG! Casus belli
Il Francesco Ferdinando di questa storia è il cosiddetto “Zanardi equestre”, una grande tavola di compensato (o ciò che ne rimane) sulla quale il personaggio biondo, nasuto e crudele di Pazienza beve da una grossa conchiglia, inarcato sulla groppa di un cavallo. Oggi, a 70 anni dalla nascita del fumettista, è in mostra al Maxxi all’Aquila (Andrea Pazienza. La matematica del segno, fino al 6 aprile) e dovrebbe arrivare in primavera anche nella sede romana del museo. Ma in questi giorni è diventato un piccolo caso, se non bellico, mediatico. Prima sui quotidiani locali e poi nazionali, è apparsa la notizia dell’archiviazione di un’indagine dei Carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, in relazione a un esposto a proposito del dipinto. Le indagini preliminari non hanno trovato prove di reato né elementi per iscrivere qualcuno nel registro degli indagati. Ma c’è già chi annuncia ricorso. Il nodo riguarda la proprietà. Perché quell’opera, che oggi è di circa quattro metri per tre e in origine era almeno il doppio, venne pagata dal comune di Cesena, ma qualcuno – sbadato? inconsapevole? cretino? – la stava mandando in discarica.
Quarantadue anni dopo ha inizio la battaglia. Da una parte chi ne rivendica il salvataggio come gesto individuale di responsabilità culturale. Dall’altra chi sostiene che quell’opera era nata per essere di tutti e che a tutti debba tornare. Si alza la nebbia di guerra: informazioni confuse, sfoggio di muscoli, brusio di paese. La polvere sollevata dalla querelle burocratico-mediatica rischia di oscurare le “storie” dietro “la vicenda” e di macchiare parecchi ricordi. Rimettiamoli in fila e proviamo a capirci qualcosa.
ZAC! La nascita dello Zanardi equestre, che non lo era
Nel giugno 1984 alcuni fumettisti (Giorgio Carpinteri, Igort, Ugo Bertotti e Paz, oltre ai ragazzi della scuola di fumetto di Bologna) vengono chiamati a Cesena per decorare una “casetta” di compensato allestita a copertura del restauro della Fontana Masini in Piazza del Popolo. “Si trattò di un fatto assolutamente inusuale, straordinario, in un clima culturale di grande partecipazione ma dall’infausta conclusione”, racconta il forlivese Sauro Turroni, che è il vero artefice dell’arrivo di Paz in quella piazza. Poi siederà in Parlamento coi Verdi, ma all’epoca lavorava come architetto all’Ufficio di Piano del Comune di Cesena. “La burocrazia aveva scarso interesse e io ho sempre cercato di divertirmi. La sera frequentavo a Bologna la scuola di fumetto del gruppo di Valvoline, dove insegnavano Pazienza, Igort, Matotti, Carpinteri... Ma anche a Cesena era una stagione fervida, in cui si avviò il recupero del centro storico, di intere aree degradate come la Valdoca, di fabbriche in disuso. Ormai la riqualificazione di Piazza del Popolo era terminata ed era in programma una grande festa di inaugurazione. Ma i restauri della fontana non finivano mai e nel bel mezzo della piazza rimaneva quel baraccone di legno, piuttosto squallido, che avrebbe messo un po’ in ombra l’operazione. Alla piazza mancava la fontana? Bene gliela avremmo restituita!”. I fumettisti sono tutti convinti: andranno a Cesena per dipingere quel “baraccone”. Il clima è di fermento: si va, si briga, si desfa. C’è una gran confusione ma vitale e creativa, come il maledetto artista. Che però, quando Turroni va a trovarlo a Bologna per prendere il bozzetto, non ha ancora preparato niente. Così tira fuori un grande foglio di acetato e disegna al volo cavallo e cavaliere. “Solo a vederlo all’opera – ricorda Turroni – ti rendevi conto della sua straordinaria e immediata capacità di invenzione, a cui corrispondeva una fantastica velocità di rappresentazione. Gli dicevi ‘Guarda che dobbiamo fare una fontana’. E zac! Come un fulmine piazzava sotto gli zoccoli del cavallo una grande vera da pozzo. “Sì, ma è in una piazza”. Ecco apparire un orizzonte, a dare profondità e proporzione. “Va be’, ma nelle fontane c’è l’acqua”. Zac! Disegna un gran pisellone al cavallo, per farlo pisciare nella fontana”. Ad assistere a quella scena, dice Turroni, c’era anche Francesco Guccini, che se la rideva.
Lo Zanardi nasce così, ma non è Zanardi: è ancora un anonimo manichino. Solo sul pannello a Cesena il cavaliere prenderà il suo profilo da squalo. Quasi un’anticipazione dello Zanardi medioevale, ultima e incompiuta meraviglia di un artista che di lì a quattro anni sarebbe morto. Ma questo il maledetto artista non lo sa, e quindi continua a dipingere. Lo aiutano anche gli studenti della scuola di fumetto, mentre intorno c’è chi si ferma a chiacchierare, a buttare un occhio, e c’è anche un gruppetto di ragazzini, tra cui l’allora diciannovenne Riccardo Pieri. “Ricordo quei due giorni come una linea d’ombra, un passaggio verso la fine della giovinezza. Era il giugno della mia maturità”, racconta. “Prima di allora, Pazienza lo avevamo conosciuto solo sulla carta”. L’amore scocca sulle pagine di Linus, con Un’estate. “I miei amici e io restammo folgorati da quel doppio registro, tenero e trasgressivo insieme. Anni dopo, ormai in quarta o quinta liceo, avevamo divorato tutto ciò che Paz aveva pubblicato e avevamo persino adottato il suo slang. Sapendo che in quei giorni era a Cesena, andammo a curiosare e passammo anche qualche mano di vernice sulle campiture del fondale”. Anche Turroni dice che “decine di persone fotografavano i lavori, molti alla domanda ‘Vuoi un pennello?’ rispondevano di sì. La sera dell’inaugurazione stavamo ancora lì, in cima alle impalcature, a completare il nostro lavoro. Per noi fu una gran festa e anche un intervento inconsapevolmente precursore di altri che negli anni successivi avrebbero trovato spazio sui muri delle città. Ma non c’erano i social, la notizia non usci dall’ambito dei quotidiani locali”.
SBRANGT! Piedi di porco e diplomazia
Poi il patatrac. Il lungo restauro della fontana è finito. La “baracca” col cavallo di Paz viene smantellata, fatta a pezzi e destinata al macero. E qui le versioni si dividono.
Riccardo Pieri: “Mia mamma passava di lì e chiese agli operai se avessero potuto portare quei pezzi nel nostro cortile invece che in discarica. Erano molto danneggiati, alcune parti erano andate letteralmente in briciole”. A distanza di quarant’anni, c’è ancora chi dice di ricordare i legni accatastati nel portico del condominio dove abitavano - e pure qualche borbottio delle altre mamme. “Ho salvato il salvabile, ricomponendo tutto come un puzzle. Con l’aiuto di un falegname abbiamo fissato l’opera a un supporto di multistrato. Poi un restauratore ha fatto del suo meglio per riportarla in condizioni discrete”.
Sauro Turroni: “Una grossolana e colpevole direzione lavori lasciò che gli operai abbattessero i pannelli strappandoli dalle pareti e rompendoli. Allertato, mi precipitai giù dal mio ufficio, giusto in tempo per vedere che tutte e tre le opere più importanti erano state divelte e fatte a pezzi. Non potendo fare altro piantai un gran casino. Per protestare contro chi diceva che non c’era modo di conservarli, smontammo tre pannelli dall’ultima parete e li lasciammo, intatti, contro la porta del sindaco”. E’ allora che il dipinto sparisce, sostiene. “Le mie sono parole di uno di parte, lo so, ma per me quel dipinto era di tutti ed esserselo accaparrato non è un salvataggio, è una dimostrazione di mancanza di coscienza civica. E’ come se uno, scavando con la ruspa nel giardino, trovasse un mosaico romano e dicesse di volerlo salvare... portandoselo in casa”.
“Lo smontaggio, pare eseguito da operai di una ditta esterna, è stato fatto con i piedi, e non solo quelli di porco!”, dice Camillo Acerbi, trascurando per un istante il suo rigore scientifico. Da circa un anno è assessore alla Cultura a Cesena ed è stato trascinato nella diatriba più che altro dai giornali: “E’ fiorita una narrazione falsa, che vuole il Comune come il cattivone che si sveglia dopo quarantadue anni e si vuole appropriare dell’opera perché è diventata preziosa. Non è così. L’esposto lo ha fatto Turroni, che oggi è un privato cittadino. A lui, per altro, va il merito di avere ideato questa operazione, di avere contattato gli artisti, di avere reperito i fondi. Così come a Riccardo Pieri va il merito di avere restaurato a sue spese e custodito il dipinto”.
Forse Cesena non è il Qatar, ma qui c’è odore di mediazione.
MUMBLE. Enigmi giuridici e morali
“Che ci fosse la volontà dell’amministrazione di liberarsi di quelle opere è discutibile”, prosegue Acerbi. “Quello che posso dire con certezza è che all’interno del Comune, c’era chi aveva la percezione dell’importanza e del valore di quei dipinti. Concordati, commissionati, pagati. Ad attestarlo ci sono le fatture, nell’ordine di grandezza di un milione di lire a testa per ciascuno dei tre principali artisti. E c’è una lettera che attesta che c’erano già state discussioni su dove esporre i pannelli una volta smontati e foto di dipendenti comunali che, dopo l'orrendo smontaggio, cercano di salvare il salvabile”, aggiunge l’assessore. “Facciamo chiarezza. Non dico che oggi la proprietà sia del Comune. Aspettiamo che arrivino le carte della procura in cui ci sarà la motivazione dell’archiviazione e, spero, ulteriori indicazioni per ricostruire meglio l’aspetto proprietario”.
Del resto la proprietà di quest’opera “è un interessante enigma giuridico”, dice Massimo Sterpi, avvocato esperto in diritto dell’arte. “Si potrebbe collegare a un articolo del codice civile che riguarda la res derelicta. Per intenderci, quando prendo una sedia da casa e la butto nel cassonetto, rinunciando così alla sua proprietà. Chi la raccoglie se ne può appropriare senza commettere reato. Qui però la questione è più complessa. Perché se il dipinto fosse stato del Comune, e dunque un bene demaniale, sarebbe stato inappropriabile e la sua proprietà imprescrittibile. Oppure, per come fu smantellato, si può pensare a un caso di sdemanializzazione tacita?”. Domande, cavilli e altre domande. L’imballo della fontana era stato realizzato dalla Soprintendenza per proteggere i lavori di restauro: può anche darsi che l'ordine di smontaggio lo abbiano dato loro. E in quel caso, la volontà del Comune di distruggere l'opera sarebbe ancora meno sostenibile. Senza entrare nel codice civile, è più interessante l’aspetto “morale”, come lo chiama l’assessore Acerbi. “Vedo elementi a favore sia dell’una sia dell’altra parte. Mi sembra evidente che la persona che allora prese l’opera di fatto la salvò, se ne prese cura e va ringraziata. Di contro, quel dipinto era stato pensato per essere esposto in città. In quarantadue anni è uscito dalla casa di Pieri solo sei volte per sei mostre di qualche mese in giro per l’Italia. A Palazzo Re Enzo di Bologna, in Triennale a Milano, al Museo della Scienza di Napoli, in quello dell’auto di Torino, al Vittoriano a Roma. E oggi è a L’Aquila. Vorrei avesse una maggiore fruibilità pubblica. Per esempio lo esporrei volentieri nella nostra bellissima Biblioteca Malatestiana, dove entrano i ragazzi tutti i giorni a fare corsi di fumetto, a vedere film, un luogo nel quale accedono trecentomila persone all’anno senza sborsare un euro. Potremmo fare esposizioni ad anni alterni o a cadenza regolare. Insomma, mi piacerebbe trovare un compromesso, una sorta di affidamento congiunto come si fa con i figli”.
A proposito di famiglie, Marina Comandini, vedova di Paz, al Corriere Romagna ha detto: “Per quel che riguarda noi eredi, il referente per quell'opera è sempre stato il signor Pieri, che l'ha ogni volta messa a disposizione per iniziative e mostre. Ed è questo ciò che più conta: che continui a essere disponibile, che si possa continuare a vederla”. E però, non ce ne voglia Riccardo Pieri per il pensiero lugubre, se la proprietà resterà in capo a lui, dopo la sua morte a chi andrà lo Zanardi? Si potrà ancora continuare a vederlo?
Giallo scolastico. A lezione da Zanardi
“Succede soprattutto con gli artisti giovani: non si pensa che un giorno saranno grandi e con un altrettanto grande valore. Ma nel caso specifico, benché venisse dall’underground, a metà anni Ottanta Paz era ormai una star. Aveva dimostrato ovunque il suo talento, dal manifesto per il lancio mondiale della Città delle donne di Fellini fino alle pagine di Frigidaire, che era allora una rivista con una buona tiratura... Insomma, chi ha deciso di disfarsene ha fatto una sciocchezza colossale”. Luca Vitone – una carriera trentennale costellata di interventi diretti nello spazio pubblico e collaborazioni con istituzioni di rilievo – è una delle figure più autorevoli quando si parla di arte pubblica. Sostiene che oggi il nostro sistema amministrativo si è attrezzato per riconoscere, proteggere e valorizzare il patrimonio contemporaneo. “Dal 2017 esistono documenti che si chiamano Pacta, Protocolli per l’autenticità, la cura e la tutela dell’arte contemporanea”, spiega. “Nati per i musei, sono contratti molto precisi tra istituzione e autore per il passaggio di consegne dell’opera: ci sono scritti i materiali usati o il tipo di manutenzione consigliata. Senza quei moduli, che all’inizio ci sembravano una palla mostruosa, molte opere d’arte pubblica sarebbero destinate a sparire o a non entrare mai nel patrimonio dello stato. Ma nel 1984 sicuramente non c’era nulla di simile”.
Per ora, dunque, non ci sono vincitori. Il Comune aspetta le carte, Pieri continua a custodire il dipinto, Turroni non cambia le sue convinzioni. È una tregua, non una pace: una sospensione delle ostilità in attesa di capire se questa storia avrà un epilogo condiviso o se resterà uno di quei conflitti minori che non finiscono mai davvero, ma si limitano a riemergere a intervalli regolari. Forse la domanda non è tanto chi abbia ragione, ma che cosa significhi davvero “salvare” un’opera pubblica. Sottrarla al macero o restituirla alla collettività? Lo Zanardi equestre continua a stare esattamente in mezzo a queste due idee, senza appartenere del tutto a nessuna. In fondo, l’unica cosa davvero fedele allo spirito di Pazienza è questa: che vinca sempre un po’ il caos. Paz, a quasi quarant’anni dalla morte, continua a fare rumore, come una mitragliatrice che non ha mai smesso di sparare. TAKA TAKA TAKA!