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Prima che un'immagine da interpretare, la pittura è un problema di spazio. Mimmo Paladino in mostra

Francesco Stocchi

Alla Galleria nazionale dell’Umbria, la personale curata da Costantino D’Orazio e Aurora Roscini Vitali mette in scena l’essenza del linguaggio del grande artista campano

Alla Galleria nazionale dell’Umbria, la personale di Mimmo Paladino si presenta come un esercizio di montaggio antologico. La mostra Antologica, curata da Costantino D’Orazio e Aurora Roscini Vitali, più che ripercorrere una carriera (esercizio spesso mortifero perché rischia di inchiodare il lavoro alla cronologia, trasformarlo in documento neutralizzandolo così nella forma di una storia già scritta) mette in scena una serie di soglie che caratterizzano l’essenza del linguaggio del grande artista campano. Più che un bilancio, viene messo in atto un campo di forze tra pittura e ambiente, tra immagine e corpo, tra superficie e spazio. Le opere occupano e perturbano gli ambienti in senso puramente architettonico “un pezzo di carta è uno spazio, anche quello lo devi conquistare e rapportarti a questa dimensione, credo di avere avuto sempre un interesse e un buon rapporto con lo spazio e lo spazio modifica l’opera addirittura”.

L’apertura affidata alla ricostruzione del murale Il Brasile, si sa, è un pianeta dipinto sul muro (1978) chiarisce subito le intenzioni. La pittura, in Paladino, è gesto che eccede la sua cornice, affermazione di un linguaggio quanto rivendicazione di una presenza che sono poi la sublimazione dell’uomo con la sua opera. La parete dipinta, rifatta come reliquia, introduce una dimensione temporale instabile dove ciò che conta non è l’originale perduto, quanto l’idea di pittura come atto situato, reversibile, sempre esposto al rischio della scomparsa. Il nucleo degli anni Settanta, con Silenzioso e Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (1977), funziona come un manifesto della pittura ritrovata, opera con cui Paladino segna una svolta rispetto alla tirannia delle idee vigente all’epoca e a tutta la stagione concettuale. Non una dichiarazione ideologica ma una sospensione: figure assopite, segni che affiorano senza organizzarsi in narrazione che suggeriscono un’idea di visione non assertiva in cui il senso resta offerto e deliberatamente incompiuto.

Procedendo, la mostra costruisce un ritmo fatto di espansioni e contrazioni. I grandi dipinti della Transavanguardia non sono isolati come icone ma messi in tensione con tavole sagomate, tele debordanti, inserti lignei o metallici che trasformano il quadro in oggetto instabile. L’oro, corretto dall’essere segno di trascendenza, agisce come fondo opaco, come spazio astratto che respinge ogni illusione prospettica. L’innesto finale nella collezione permanente funziona a meraviglia dove Paladino, invitato a intervenire su una serie di tavole dorate per elaborare una versione contemporanea del Polittico Guidalotti di Beato Angelico (1447-1449), presenta D’après Beato Angelico (2025), opera che interrompe la linearità del percorso espositivo e introduce un cortocircuito temporale. Qui Paladino non dialoga con il passato ma lo attraversa, mettendo in crisi l’idea stessa di filiazione storica. La pittura occupa, senza bisogno di dover citare.

In questo senso, la mostra perugina offre una condizione. Espone Paladino senza la necessità di spiegarlo e nel farlo restituisce alla pittura una qualità oggi rara, quella di essere, ancora, un problema spaziale prima che un’immagine da decifrare.

 

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