Una scena del film “Primavera”, diretto da Damiano Michieletto e tratto dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa
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Le mille stagioni di Vivaldi. “Primavera” restituisce profondità al genio veneziano
E oggi la sua opera è più viva che mai. La pellicola del regista Damiano Michieletto è stata un successo che ha il merito di riportare all’attenzione del pubblico un autore che la tradizione ha spesso fatto oscillare tra la rappresentazione eroica e quella dell’artista sfortunato
Nei primi anni del Settecento, Venezia s’impone come una delle protagoniste della vita musicale europea. Nella città lagunare si incontrano compositori, interpreti e appassionati provenienti da tutto il Continente, attratti da una copiosa produzione musicale. In questo contesto prende forma la figura di Antonio Vivaldi la cui attività, articolata e multiforme, si legherà indissolubilmente alla Laguna. Le sue opere iniziano a circolare, raggiungendo biblioteche, collezioni private e corti europee. Da Dresda a Vienna, da Parigi a Londra, Vivaldi diventa uno degli artisti più stimati del suo tempo, contribuendo a consacrare Venezia quale laboratorio permanente della musica.
Questo scenario costituisce lo sfondo di Primavera, esordio cinematografico del regista Damiano Michieletto, noto soprattutto per la sua intensa attività teatrale. La pellicola, tratta dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (vincitore del Premio Strega nel 2009), è stata coprodotta in Italia e Francia da Warner Bros, Entertainment Italia, Indigo Film e Moana Films. Un successo, confermato dalla vendita in venti Paesi di tutto il mondo, che ha il merito di riportare all’attenzione del pubblico un autore che la tradizione ha spesso fatto oscillare tra la rappresentazione eroica e quella dell’artista sfortunato. Michieletto lavora su un Vivaldi – nel bene e nel male – profondamente umano, non sempre compreso. Pare che Stravinskij abbia affermato che Vivaldi non compose 500 concerti, ma lo stesso concerto 500 volte. Un commento pungente e riduttivo su uno dei più prolifici e originali artisti dell’occidente, sul quale ancora permangono punti interrogativi. Poco chiare le vicende successive al 1741 (anno della morte del genio veneziano) quando, per quasi due secoli, Vivaldi diviene poco più di un’ombra che aleggia sulla storia della musica; un nome scritto sulla lapide di un piccolo cimitero al di fuori delle mura di Vienna.
Le prime riconsiderazioni della sua opera prendono avvio all’interno della nascente musicologia tedesca, che si era accostata al compositore per il ruolo svolto nella formazione e nella maturazione del linguaggio musicale di Johann Sebastian Bach. Questi segnali di rinnovato interesse trovano un punto di approdo significativo nel 1922 con la pubblicazione del Catalogo tematico di Wilhelm Altmann, ma è negli anni Trenta del Novecento che prende avvio un processo continuo di riabilitazione critica. La musica di Antonio Vivaldi riesce così a riconquistare rapidamente sia il favore del pubblico, sia l’attenzione degli specialisti, imponendosi nuovamente nel panorama musicale internazionale. Quelle pagine, rimaste silenziose per circa due secoli, sono ormai pronte a risuonare nelle sale da concerto, a essere ascoltate e sperimentate di nuovo nella dimensione viva dell’esecuzione. L’ambizione di proporre la musica del Prete Rosso – così era soprannominato – secondo le prassi esecutive del suo tempo mira infatti a recuperare quel “suono veneziano” rimasto a lungo inascoltato: un obiettivo che comportava inevitabilmente anche un’operazione di ricostruzione e, in parte, di consapevole reinvenzione. E’ così che Vivaldi, almeno simbolicamente, “nasce” per la seconda volta a Venezia.
Al nome Vivaldi è impossibile non associare le Quattro Stagioni, una delle opere più celebri dell’intera storia musicale occidentale e, al tempo stesso, una presenza pervasiva nella musica di consumo. Come ha scritto Alex Ross sul New Yorker, oggi tendiamo a considerare Vivaldi come “la musica di sottofondo del tran tran borghese”. Una reputazione che deriva in larga parte proprio dalle Quattro Stagioni, la cui diffusione ha superato ogni immaginazione: le note iniziali della Primavera accompagnano cerimonie e manifestazioni pubbliche; i crescendo dell’Estate e il tumulto dell’Inverno sono presenze fisse in spot pubblicitari e colonne sonore. Pare che Puff Daddy abbia addirittura definito il tema della Primavera uno dei suoi motivi preferiti.
Le Quattro Stagioni sono state registrate migliaia di volte, spesso “ricomposte”, come la versione realizzata da Max Richter nel 2012. La sua Spring 1 è ormai onnipresente nei palinsesti televisivi: compare come leitmotiv nella serie prodotta da HBO e Rai, tratta da L’amica geniale di Elena Ferrante; accompagna le vicende di Bridgerton; si avvolge in loop attorno alle inquadrature dei piatti avanguardisti di Chef’s Table. La versione di Richter applica alla partitura originale una sensibilità dichiaratamente postmoderna che il compositore ha definito una “conversazione” con Vivaldi, più che una nuova esecuzione. Nel progetto del 2012 Richter ha eliminato circa tre quarti del materiale originale, conservandone alcuni frammenti, riscrivendo ampie sezioni e impiegando tecniche di looping per rielaborarne le sonorità. “Le Quattro Stagioni le sentiamo ovunque – ha spiegato Richter a NPR – per me, il disco e il progetto cercano di reclamare quel brano, di innamorarsene di nuovo”. Nel 2022 il compositore è tornato a confrontarsi con le Quattro Stagioni, lavorando con la violinista Elena Urioste e i musicisti della Chineke! Orchestra. The New Four Seasons utilizza strumenti d’epoca, corde di budello e sintetizzatori analogici vintage per ottenere quello che Richter sperava fosse un suono “più ruvido, più punk rock”. La versione del 2012 reinventava l’opera; The New Four Seasons, senza ripartire da zero, si limita a tornare all’originale. Proprio qui affiora il Vivaldi più aspro che Richter sperava di riportare alla luce: la terra e il fango, il vento e la pioggia, il clima stesso che le Quattro Stagioni volevano imitare e celebrare.
Le Stagioni sono state utilizzate anche per ricordarci che qualcosa, nel nostro pianeta, non funziona più. E’ l’idea del compositore e produttore australiano Hugh Crosthwaite, autore di The [Uncertain] Four Seasons, una ricostruzione dell’opera vivaldiana, nata dalla collaborazione con scienziati del clima e con l’agenzia creativa AKQA, multinazionale che si occupa di design e innovation. La partitura delle Quattro stagioni è stata riscritta attraverso un algoritmo alla luce delle previsioni su perdita di biodiversità, aumento di fenomeni meteorologici estremi e impatto del riscaldamento globale nella città di Sydney. Crosthwaite racconta che il progetto mira a suscitare frustrazione, rabbia e paura, ma anche momenti di bellezza capaci di far percepire, per contrasto, la tristezza di ciò che sta accadendo al mondo. L’artista australiano è convinto che l’arte possa contribuire a rendere consapevoli le persone della portata della crisi climatica. Tim Devine, direttore creativo di AKQA, racconta di essere stato profondamente influenzato da opere di climate fiction come il romanzo The Ministry for the Future di Kim Stanley Robinson e di aver iniziato, già nel 2020, a interrogarsi su come trasformare i dati climatici in musica, con l’obiettivo di spingere un numero maggiore di leader mondiali a firmare il Leaders’ Pledge for Nature. Il progetto non è stato commissionato da alcun cliente: è stato finanziato direttamente da AKQA, dal Climate Change Communication Research Hub della Monash University e dalla Sydney Symphony Orchestra, con l’idea di prendere un brano universalmente familiare come le Quattro Stagioni e deformarlo, così come il clima sta deformando il nostro mondo.
Per creare una versione diversa per ogni città era necessario sviluppare un algoritmo capace di modificare la partitura in base ai dati climatici. Il team ha scelto di basarsi sullo scenario peggiore dell’IPCC, il famigerato RCP 8.5, che prevede un aumento medio della temperatura globale di circa 5 °C entro il 2100. Gli esperti della Monash University hanno tradotto questi dati mentre Crosthwaite e Devine hanno trasformato le informazioni in scelte musicali: aggiungere percussioni, modificare i tempi, eliminare note, cambiare tonalità. Quanto prodotto dall’algoritmo è stato reso eseguibile attraverso un lavoro di revisione fatto dallo stesso compositore che ha trascorso settimane a rivedere la partitura generata artificialmente, correggendo gli errori e rendendo la musica effettivamente eseguibile. Crosthwaite ha voluto che la sua revisione iniziasse e terminasse con un solista, a sottolineare la solitudine e la vulnerabilità dell’uomo di fronte al caos climatico. Il solo iniziale è uno dei pochi momenti interamente composti da una persona e non dall’algoritmo, e il team ha discusso a lungo sulla legittimità di inserirlo. Ogni versione del brano è unica, poiché ogni città ha un futuro climatico diverso: Shanghai, ad esempio, potrebbe essere in gran parte sommersa entro il 2100 e, nella sua versione “incerta”, tutte le note che rappresentano la socialità – feste, raccolti, celebrazioni – vengono eliminate, come a suggerire che in quel futuro potrebbero non esistere più.
Per Crosthwaite, il progetto non è soltanto un’opera musicale, ma una collaborazione autentica tra discipline diverse. Devine insiste che è proprio questo il punto, perché se non si agisce in tempo, anche le catastrofi rischiano di diventare la nuova normalità. Il progetto è ancora agli inizi: l’obiettivo è far eseguire versioni locali del brano da decine di orchestre in tutto il mondo, magari simultaneamente al tramonto, nel giorno di apertura di una futura conferenza sul clima, creando un flusso continuo di musica capace di raccontare un futuro possibile e di invitare a cambiarlo.
Oggi che la musica di Vivaldi è eseguita ovunque e il compositore non è più uno sconosciuto, si pone ancora l’intricata questione della prassi esecutiva, che spesso risente di una scarsa (o inesistente) conoscenza dei manoscritti originali e del senso dei segni fissati in partitura. In Italia, Federico Maria Sardelli dedica la sua vita all’analisi puntuale dei manoscritti del Prete Rosso. Un lavoro confluito in una serie di pubblicazioni: l’ultima è Vivaldi secondo Vivaldi (Il Saggiatore, 2024), in cui si analizzano diversi aspetti come l’agogica (interessante la lista dei ben 26 tipi di “Allegro”), il tempo come metro, la dinamica, l’articolazione, gli ornamenti, il ritmo, il basso continuo, gli effetti speciali. Sardelli rifugge l’idea di un Vivaldi ridotto alla sola “energia”, ma indaga le infinite nuances, “gli affetti”, che si possono rintracciare tra le note.
In questo alveo si inserisce anche il lavoro svolto dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi, che sin dalla sua fondazione (1947) conserva, in copia, tutte le musiche – manoscritti e stampe dell’epoca – composte da Antonio Vivaldi, nonché le edizioni moderne delle stesse, saggi monografici e un’ampia documentazione audio e video, a disposizione degli studiosi per la consultazione. Tra le altre attività, l’Istituto prepara e pubblica in edizione moderna le musiche del Prete Rosso. Un prezioso lavoro musicologico che dal 2017 è anche didattico. L’Istituto, infatti, organizza l’“Accademia Vivaldi”, ossia incontri di perfezionamento sulla prassi esecutiva, rivolti a giovani cantanti e musicisti. Un movimento fatto di artisti, esecutori, musicologi, appassionati legati a uno dei compositori tutt’oggi più studiati. Un fermento che conferma quanto detto dal musicologo inglese Michael Talbot che definisce Vivaldi “uno dei pochissimi compositori importanti a cui si può applicare il concetto di ‘riscoperta’ nel senso più letterale del termine”. Ogni riscoperta, però, è personale. Herbert von Karajan era solito eseguire Le quattro stagioni di Vivaldi con i Berliner Philharmoniker, favorendo una lettura romantica e languida. Pochi mesi fa Sigiswald Kuijken ha pubblicato un disco monografico con La Petite Bande che esegue Le quattro stagioni e altre opere vivaldiane con uno strumento per parte e il solo clavicembalo, senza contrabbasso. Ne risulta un Vivaldi leggiadro, vivo nella spinta propulsiva ed espressiva come quello diretto in questi giorni da Rinaldo Alessandrini per l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia (ultima replica sabato 17 alle ore 18) con un programma che prevede anche il Magnificat di Johann Sebastian Bach.
Riscritte, composte con gli algoritmi, suonate con un’intera orchestra o in formazioni da camera, le opere di un genio hanno una costante: avviare nuovi processi, infinite letture, ravvivare la fiamma della ricerca.