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Distopie future

L'unico romanzo di Walter M. Miller è una fotografia sul nostro tempo inquieto

Tommaso Ricci

Un Cantico per Leibowitz è un immaginifico affresco, teso su un arco di secoli e millenni, d’un mondo e d’una umanità squarciati da un conflitto nucleare, d’una civiltà rottamata dal diffuso odio viscerale e sanguinario contro ragione, scienza, libri, cultura

Il 9 gennaio di quarant’anni fa, alle 8.29 a.m., il telefono squillò alla centrale della polizia di Daytona Beach, Florida: “C’è un uomo morto sul prato della casa a Lenox Avenue 403”. Tre minuti dopo la volante era sul posto e trovò la vittima riversa sulla poltrona da giardino con la testa fracassata da un colpo di fucile. Il morto e l’autore della telefonata erano la stessa persona, lo scrittore Walter M. Miller, che si era tolto la vita. I demoni della depressione si erano risvegliati sì in seguito alla morte della moglie, ma abitavano nella sua mente da svariati decenni, fin da quando Miller – che a 18 anni nel 1941 s’era arruolato nell’Aeronautica militare statunitense immediatamente dopo l’attacco subito dagli Stati Uniti a Pearl Harbor – aveva preso parte nel 1944 al funesto bombardamento dell’Abbazia benedettina di Montecassino, la più antica e famosa d’occidente, del tutto inconsapevole della sua storia e della sua importanza cultural-religiosa.

 

Dunque al trauma bellico si aggiunse poi il senso di colpa per la distruzione del celebre scrigno di spiritualità e d’arte. Da ateo si convertì alla fede, iniziò a scrivere racconti di fantascienza e nel 1961 vinse il premio Hugo (il Nobel della letteratura sci-fi, vinto da Philip Dick, Arthur C. Clarke, Isaac Asimov) per il miglior romanzo, con il suo Un Cantico per Leibowitz, diventato un autentico classico del genere. Qui riversò le sue scioccanti esperienze belliche e le collettive paure atomiche di quel periodo (era tempo di Guerra fredda).

 

Di ambientazione postapocalittica, il Cantico è un immaginifico affresco, teso su un arco di secoli e millenni, d’un mondo e d’una umanità squarciati da un conflitto nucleare, d’una civiltà rottamata dal diffuso odio viscerale e sanguinario contro ragione, scienza, libri, cultura (non vi impressionate, è solo un futuro mooolto lontano). Un affresco brulicante di bande di predoni che rapinano i viandanti lungo rugginosi deserti alla McCarthy (no alarm, è letteratura), con una America piombata nella barbarie (niente paura, siamo nel 3174), e rozzi sovrani d’oriente e occidente che s’alleano e disalleano sempre in modo vacillante e minaccioso (ripetiamo, don’t worry, è fiction). Unico, fragile elemento di continuità e stabilità tra le epoche è la Chiesa cattolica, con una New Rome trasferita in America e dalla sede forzatamente mutevole, quale custode della civiltà e della sapienza umana. In particolare attraverso un ordine di monaci (rimembranza dei benedettini di Montecassino?) fondato dal Beato Leibowitz (un ingegnere elettronico fattosi prete e martirizzato dagli hater dei dotti) che raccoglie, custodisce e decifra frammenti della civiltà ormai sepolta col compito di “preservare la storia umana per i pro-pro-pronipoti dei figli dei semplicioni che la volevano distruggere”. La Chiesa cattolica, guidata dal saggio e venerando Papa Leone XXI (un nome di successo, ma tranquilli, ne mancano ancora sette), procede infine alla canonizzazione del Beato Leibowitz.

 

Si può certo parlare di “distopia medievale futura” per questo fantascientifico romanzo, ma solo a patto di non considerare bui i secoli medievali, bensì quelli che, guidati dalla luce della fede e della ragione, hanno condotto l’umanità fuori da tenebrose barbarie e disperati oscurantismi provocati dal rovinoso crollo del vecchio ordine sociale. Sull’intero Cantico, a fronte dell’ostinata e paziente fiducia in un senso buono della storia e del mondo incarnata dai monaci, aleggia però anche il ricorrente, irrazionale impulso umano alla violenza e alla guerra. “Siamo destinati a farlo ancora e ancora e ancora?”, si legge verso la fine. Dopo il successo del Cantico, Miller si ritirò e non scrisse più nulla. Tranne un sequel che, per il suicidio dell’autore, fu completato – ma mancava poco alla fine – da un collega (Bisson) e pubblicato in Italia da Profondo Rosso, fondata da Dario Argento. Titolo: San Leibowitz e il papa del giorno dopo. Entrambi i romanzi sono oggi difficilmente reperibili. Occhio, editori.

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